Quit Facebook. Contro Facebook
Arturo Di Corinto
per Technology Review (alfa in attesa di revisione)

Conta più di 120 milioni di utenti attivi. E’ il quarto sito più cliccato al mondo, il primo fra i network sociali. E’ anche al primo posto fra i siti di foto sharing: contiene dieci miliardi di fotografie, e ne accoglie 30 milioni al giorno. Ha sei milioni di gruppi. Più di 400.000 sviluppatori e imprenditori gli si raccolgono intorno. Offre 24.000 web applications di cui 140 nuove ogni giorno, e il 95% dei suoi utenti ne ha usata finora almeno una. E’ Facebook, un sito progettato per “aiutarti a mantenere e condividere i contatti con le persone della tua vita.” http://www.facebook.com/press/info.php?factsheet
La facebook-mania nasce nel 2004, come la maggior parte di questi Moloch della comunicazione online, dall’idea di un giovane universitario, Mark Zuckerberg, e dei suoi amici Dustin Moskovitz, Chris Hughes and Eduardo Saverin che lo lanciano dal loro dormitorio di Harvard. Da allora è diventato molto di più di un sistema per stare in contatto con i colleghi dell’Università e si è trasformato in un oggetto irrinunciabile per la “manutenzione” dei rapporti sociali personali.
Facebook conta oggi circa 600 dipendenti fra il quartier generale di Palo Alto e le sedi di Londra e New York. Secondo molti commentatori ha avuto un ruolo anche nell’elezione di Barack Obama, il presidente incaricato degli Stati Uniti che ha collezionato 4 milioni di simpatizzanti attraverso questo social web site a dispetto dello “sparuto” milione ottenuto da McCain, il suo antagonista.
Ma è davvero così utile? E promette quello che dice? E cioè di facilitare le relazioni fra le persone, ritrovando con un colpo di clic (più di uno per la verità) ex compagni di classe, vecchi amori e colleghi? Forse sì, ma a patto di un compromesso rilevante: la superficialità delle relazioni e la perdita della privacy.
Quantità contro la qualità. 2008. Dentro Facebook sembra essersi scatenata una gara ad aggiungere amici al proprio carnet. Molti sono conoscenti, persone con cui si è condiviso un percorso o a cui si risulta collegati attraverso altri amici che incessantemente ti propongono nuove amicizie. Il risultato è un numero di contatti ingestibile psicologicamente, ma accettabile nella logica di Facebook. Già la sua logica, che è quella di moltiplicare all’infinito la propria rete di relazioni sociali, attualizzando la teoria dei sei gradi si separazione, un’ipotesi secondo cui qualunque persona può essere collegata a qualunque altra attraverso una catena di conoscenze con non più di 5 intermediari.
In realtà si tratta di una logica anche più sottile, l’idea che ogni potenziale gratificazione originata dalle relazioni umane dipenda dai numeri più che dalla intimità delle relazioni personali. Senza nemmeno provare a stabilire di che tipo devono essere le relazioni umane fra le persone è ovvio per tutti che ognuna di esse necessita di tempo, di attenzione, di scambi continui e significativi per poter parlare di amicizia. E allora se può essere sensato avere 50-60 amici – o perfino 150, secondo il numero magico di Dunbar, cioè il presunto limite cognitivo del numero di individui con cui una persona può avere una relazione stabile e significativa – sembra assai complicato gestirne trecento o più.
Perciò ai più smaliziati Facebook appare come una sorta di Auditel dell’amicizia: non misura la qualità delle relazioni (come l’Auditel non misura la qualità dei programmi tv), ma la loro quantità, considerandole equivalenti da un punto di vista psicologico. Come per i programmi Tv si presume che maggiore sia il numero di televisori accesi su un programma, maggiore sia il suo gradimento. Ma l’auditel, come Facebook, non tiene conto dei contatti inerziali. Così come si sceglie un canale tv per abitudine, per avere compagnia mentre si svolgono le faccende domestiche, così una strategia tipica per gestire l’offerta di nuove amicizie via Facebook è quella di accettarle tutte. Senza andare troppo per il sottile, non si guarda neppure di chi si tratta o da chi ci è stato raccomandato questo e quello e lo si incude sbrigativamente nel prorpio network. Per non essere considerati “antisociali”
Questa sorta di banalizzazione dei rapporti umani che scambia la qualità con la quantità potrebbe essere la spia di due fenomeni di lunga durata della “modernità liquida”: il precariato e la solitudine. Stare su Facebook è diventato un modo per dire “Ehi, mondo, io sono qui”, ma anche un modo per aumentare i propri contatti personali e sperare che a quel moltiplicarsi corrisponda l’aumento esponenziale di occasioni di viaggio, studio e lavoro. Forse è anche il tentativo di fare comunità, una comunità immaginata e immaginaria, che possa colmare il vuoto creato da una modernità che obbliga al nomadismo, causato da esigenze di lavoro, da affitti troppo alti, dalla difficoltà dei rapporti face to face.
Tra gli effetti di questa corsa a costruire network di relazioni, quello che accade è che nella speranza di moltiplicare le occasioni di incontro e di conoscenza si cerca di aderire il più possibile a stereotipi positivi spesso creandosi un’immagine artificiale che non è il vecchio tentativo – prima consentito dall’anonimato in rete – di crearsi un’identità altra per sperimentare e mettere alla prova parti meno conosciute del sé, ma un modo per compiacere chi ci guarda rendendosi più attraenti. E’ comune infatti che si scelga fotografie di attori da seconda serata per apparire più desiderabili: con un rischio mai abbastanza considerato, prima o poi qualcuno pubblicherà la tua foto di quando eri grasso e brufoloso.
Questa logica da palcoscenico che sa tanto di esibizionismo e del suo contrario, il voyeurismo, è probabilmente un prodotto della cultura televisiva, quella dei tronisti e delle veline, il disperato tentativo di farsi vedere, di vedersi, di vedere e di far vedere (Raffaele Simone, Il mostro mite.). Si tratta di una forma di vita che ai suoi livelli pù bassi assurge a un unico scopo: la dimostrazione della propria esistenza in vita. Mentre, al livello più alto, rappresenta la manifestazione compiuta di un naturale e infantile egocentrismo. A livello intermedio appare come un gioco di ruolo virtuale per bambini annoiati che hanno tanto, tanto tempo a disposizione, per tenere costantemente aggiornato il proprio profilo ed esplorare l’uso di nuovi applicativi per pubblicare foto, video e altro.
D’altra parte Facebook, secondo alcune teorie, è uno strumento di ambient awareness cioè di quella strategia di attenzione fluttuante che ti aiuta a cogliere il ritmo della vita degli amici che non riesci sempre a incontrare ma a cui puoi dire: “ci sono, ti ascolto…”
D’altra parte però Facebook, come certi siti meno noti di social networking, consente una grande libertà di essere e apparire come si vuole e di costruirsi un profilo che sia il più vicino possibile ai propri desideri: un esperimento di ingegneria sociale su base planetaria e collettiva.
D’altra parte consente di costruire relazioni sui legami deboli, quelli che ti vengono in aiuto quando gli amici che ti già ti conoscono e ti somigliano non hanno soluzioni a problemi troppo simili ai propri.
D’altra parte consente per davvero di ritrovare i vecchi compagni di scuola e riannodare relazioni ormai date per perse. A un patto però: scordatevi la privacy e beccatevi la pubblicità.
I seguaci di facebook caricano incessantemente e in maniera spontanea, dati anagrafici, fotografie, liste di cose che piacciono. L’Eldorado di ogni adetto di marketing. E Zuckerberg, Jim Breyer, Peter Thiel and Marc Andreessen del consiglio d’amministrazione lo sanno bene e te lo spiegano qui:
Facebook può trasmettere a terzi le informazioni presenti nel tuo profilo senza tuttavia comunicare la tua identità. Tale procedura viene utilizzata, ad esempio, per individuare quante persone in una rete amano un determinato gruppo musicale o un film e per personalizzare la pubblicità e le offerte promozionali che ci consentono di tenere in vita Facebook. Riteniamo che questo sia anche nel tuo interesse. In questo modo puoi sapere cosa succede intorno a te, e i messaggi pubblicitari saranno più vicini ai tuoi interessi. Ad esempio, se indichi un film preferito nel tuo profilo, noi possiamo consigliarti in quale cinema trovarlo nella tua città. Il tuo nome, tuttavia, non verrà comunicato alla casa cinematografica.
Non solo, se si continua a leggere la privacy policy del sito…
“Alcune delle pubblicità che compaiono su Facebook sono pubblicate (o “fornite”) direttamente da inserzionisti terzi. In questi casi, tali inserzionisti possono risalire al tuo indirizzo IP. Tali inserzionisti possono inoltre scaricare cookie sul tuo computer, oppure utilizzare altre tecnologie, come JavaScript o i cosiddetti “web beacon” (noti anche come “1×1 gif”), per controllare l’efficienza delle loro inserzioni e per personalizzarne il contenuto. Gli inserzionisti possono quindi riconoscere il tuo computer ogni volta che ti viene inviata una pubblicità, in modo da misurarne l’efficienza e personalizzarne il contenuto. Così facendo, possono registrare informazioni quali le pagine in cui gli utenti hanno visualizzato gli annunci e quali di questi ultimi sono stati aperti. Facebook non ha accesso a questo tipo di informazioni e non può controllare i cookie scaricati da questi inserzionisti. Tali inserzionisti non hanno comunque accesso alle informazioni di contatto memorizzate su Facebook, a meno che non sia tu a decidere di condividerle con loro.”
Fino a una vera e propria chicca
La presente Normativa sulla privacy copre l’uso dei cookie da parte di Facebook, ma non l’eventuale uso di questi o altre tecnologie di tracciamento da parte degli inserzionisti.
Se questo non bastasse per essere un po’ preoccuati, continuando a leggere si scopre che:
“Facebook può anche raccogliere informazioni su di te da altre fonti, come giornali, blog, servizi di messaggistica istantanea e altri utenti su Facebook attraverso le funzionalità del servizio (ad esempio i tag delle foto) per offrirti informazioni più utili e un’esperienza personalizzata.”
Infine…
Usando Facebook, acconsenti che i tuoi dati personali siano trasferiti e trattati negli Stati Uniti.
Non è certo una garanzia considerato che gli Usa sono assai più morbidi degli europei nella tutela della privacy delle persone e neppure che Thiel, un darwinista sociale che sostiene il sito Thevanguard.org, l’alter-ego conservatore di MoveOn.org, e che di cda in cda i consiglieri e le aziende partner di Facebook abbiano rapporti con la In-Q-Tel, il ramo della Cia che sostiene le imprese tecnologiche che sviluppano soluzioni utili a tutta l’intelligence statunitense.
Un nuovo medium sociale
Insomma Facebook è una moda, come lo era l’anno scorso Second Life e come tale vissuta come gioco, divertimento e sperimentazione. Anche chi scrive ha un proprio profilo su Facebook, almeno per poterne parlare con cognizione di causa.
In fondo Facebook è divertente. E se non lo è sempre, è meglio di quei barbosi blog che pretendevano di farci ragionare, pensare e litigare esercitandosi nella scrittura. Ma la velocità e superficialità della comunicazione propria dei social network che va discapito della continuità e dell’approfondimento e delle relazioni può essere, parafrasando Baricco (I Barbari, Feltrinelli 2008), solo un altro segnale che al popolo della rete stiano crescendo le branchie, che cioè sia in atto una mutazione che come tale è difficile da capire e anticipare, almeno fino alla prossima rivoluzione. In fondo anche i blog all’inizio venivano considerati da giornalisti, politici e professori semplice “fuffa”. Solo dopo sono assurti a cavalieri dell’informazione indipendente per finire nei server di aziende e pubbliche amministrazione come strumenti di community management.
E nessuno può sapere se accadrà lo stesso anche con facebook. Per adesso l’industria delmarketing esulta.