Brasile e Italia firmano il protocollo comune per la Carta dei diritti di Internet.
Aturo Di Corinto
14 novembre h. 11:00 local time, Rio de Janeiro

gil e rodotà durante il workshop IBR Nella foto Stefano Rodotà e Gilberto Gil al workshop sul Bill of Rights all’IGF di Rio De Janeiro
Mentre il confronto sul futuro della rete prosegue con qualche scaramuccia all’Internet Governance Forum di Rio (IGF), gli italiani infilano un importante risultato diplomatico. Martedì sera è stato infatti firmato un accordo bilaterale fra l’Italia e il Brasile che li impegna reciprocamente a promuovere l’Internet Bill of Rights, una sorta di magna charta per Internet, e a trasformarla in uno dei temi centrali di discussione del prossimo IGF di Nuova Dehli in India nel 2008. L’idea di una costituzione per Internet era nata in occasione del WSIS di Tunisi e poi era stata sviuppata dalla delegazione italiana al’IGF di Atene ma aveva preso forma solo col Dialogue Forum on Internet Rights di settembre scorso a Roma. L’esigenza di una carta per l’autoregolamentazione di Internet era matura da tempo: di fronte alle continue violazioni dei diritti umani in Internet da parte di governi e corporation è tempo di riaffermare il loro valore attraverso un processo di confronto e discussione sulle regole stesse di Internet onde reclamare il suo carattere storicamente universale, aperto e pubblico.
Così dopo aver lanciato l’appello per individuare i contenuti di questa proposta, una folta coalizione dinamica si è aggregata alla proposta e molti dei rappresentanti dei cinquanta gruppi che finora la compongono ieri si sono assiepati per discutere lo stato dell’arte di questa proposta nel workshop ad essa dedicato. Stefano Rodotà, componente del Comitato italiano per la governance di Internet, ha avuto l’onere di illustrare la proposta affermando che in una società aperta e democratica non è più tollerabile che grandi multinazionali possano spiare i dati personali dei navigatori di internet o che i governi possano impedire ai propri cittadini di comunicare con il resto del mondo come troppo spesso accade, e neppure che può essere lasciata ai privati l’iniziativa di stabilire le politiche pubbliche di uno strumento che è diventato un ambiente di interazione fondamentale per la democrazia mondiale. Ma se la rete è di tutti, cittadini, governi e imprese, è stato ribadito che il processo di discussione dei contenuti della carta deve necessariamente seguire una logica multistakeholder come la stessa governance di Internet richiede. Perciò anche se non si tratta di definire con precisione i suoi contenuti quanto identificare delle linee guida per inquadrare questioni fondamentali come la libertà d’espressione, l’uguglianza e la solidarietà nella società dell’informazione, la scomessa è quella di lavorare globalmente a un set di documenti e di strumenti per applicare concretamente i diritti umani alla rete.
Nessuno si nasconde le difficoltà di questo processo. Come possa essere implementata la carta, quali saranno i mezzi per applicarla, come farne una bandiera per lo sviluppo futuro di Internet. Risulta chiaro infatti che, come detto nel primo giorno del forum, l’accessibilità universale della rete rimane la precondizione per esercitare pienamente il diritto alla comunicazione nell’era digitale, questione che si trascina dietro le problematiche note del divario digitale – l’impossibilità per cinque miliardi di persone di accedere alla rete – e quelle meno note dell’interoperabilità dei protocolli, la scarsità dei nomi a dominio, la neutralità degli standard e dei software che consentono il funzionamento stesso di Internet. Ma i problemi di una sua piena condivisione sono anche più prosaici, come il timore, diplomaticamente espresso da alcuni europei, che la disponibilità di un set di regole definite limiti la flessibilità d’intervento delle istituzioni nella risoluzione di dispute internazionali relativamente al cybercrime, alla tutela della proprietà intellettuale, all’electronic warfare di alcuni stati contro altri (vedi il caso dell’Estonia).

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