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Netwar, come cambia l’hacktivismo nella guerra cibernetica

Netwar, come cambia l’hacktivismo nella guerra cibernetica

  • Arturo Di Corinto

DOI: https://doi.org/10.32091/RIID0129

TITOLO: Netwar, come cambia l’hacktivismo nella guerra cibernetica

Parole chiave: Guerra dell’informazione, Guerra in Rete, Guerra cibernetica, Hacktivismo, Cybersicurezza

ABSTRACT: La disponibilità delle tecnologie di comunicazione influenza le attività e la formazione stessa dei gruppi e dei movimenti della società civile. Con la diffusione di massa di Internet e del Web, la Rete è diventata un campo di battaglia per gli attivisti digitali. Molte delle pratiche di informazione, contestazione e sabotaggio tipiche dei movimenti di protesta sociale sono state digitalizzate e riversate in Rete. Protagonisti in questo scenario sono gli hacktivisti, gli hacker-attivisti che hanno usato la Rete per autorganizzarsi, fare propaganda, controinformazione, e condurre azioni politiche dirette. I loro obbiettivi e i loro metodi degli inizi erano quelli dell’infowar, la “guerra” d’informazione e propaganda, ma oggi gli hacktivisti sono entrati di prepotenza nelle guerre guerreggiate: spesso arruolati su una base ideologica, talvolta usati come mercenari, sono arrivati ad accompagnare i conflitti cinetici, le guerre vere e proprie. Si tratta di una mutazione graduale e forse attesa, ma poco presente nel dibattito pubblico e accademico. Con questo articolo vorremmo contribuire a tracciare l’evoluzione di questa trasformazione culminata nella creazione di vere e proprie milizie di hacktivisti digitali impegnati nel conflitto Russo-Ucraino.

Charting digital sovereignity. A survival playbook.

T alvolta chi parla di rischio cibernetico lo fa guardando dal buco della serratura. Il rischio cyber, infatti, viene spesso concettualizzato come un rischio tecnico affrontabile con strumenti repressivi e di polizia, quando invece, essendo un rischio industriale, tecnologico e geopolitico, richiede altri strumenti di contrasto e lo sviluppo di politiche adeguate che mettano in relazione il rischio a molteplici dimensioni.

Una è quella dell’evoluzione tecnologica. Si pensi al Quantum computing, che sarà in grado di rompere le chiavi crittografiche basate sulla Rsa, e che sono a presidio delle transazioni commerciali in rete. Un rischio cibernetico che va affrontato attraverso un programma di sviluppo tecnologico e industriale di quella che chiamiamo Crittografia post quantum. Ancora, il rischio cibernetico va individuato come rischio legato allo sviluppo e all’accesso pubblico di modelli generativi di intelligenza artificiale in grado di produrre deepfake così convincenti da farci credere di tutto. Un pericolo serio soprattutto in un anno, il 2024, che vede alle elezioni la metà della popolazione mondiale. E che dire dei supercomputer e della filiera tecnologica globale? È noto che la strategia americana per rallentare lo sviluppo tecnologico ed economico della Cina, punta a escludere il paese del Dragone dalla filiera dei microprocessori. Altrimenti che armi potrebbe sviluppar la Cina se ne avesse l’accesso? Ai problemi geopolitici vanno affiancati quelli regolamentari. Ad esempio: che effetto avranno tutte le leggi, i regolamenti europei, per garantire la protezione delle infrastrutture critiche e la catena di approvvigionamento delle nostre industrie prese costantemente di mira dalle canaglie statuali che hanno già hackerato SolarWinds e Kaseya? Riusciranno le imprese Europee di Intelligenza Artificiale a rimanere agganciati alle aziende di punta americane e cinesi?

Per Roberto Baldoni, autore del libro Charting digital sovereignity: a survival playbook. How to assess and to improve the level of digital sovereignty of a country (Self published, 2024), trovare risposte a queste domande è essenziale per sfruttare in modo sicuro le opportunità economiche e i progressi offerti dalla tecnologia dell’informazione. Ma l’autore va anche oltre e affronta il tema della compliance aziendale rispetto alle normative sempre più complesse a cui devono sottostare e quello, centrale, della formazione di nuove competenze cyber, il vero tallone d’Achille di ogni organizzazione che voglia per proteggere una superficie digitale sempre più espansa e interconnessa.

Il libro di Roberto Baldoni approfondisce questi temi alla confluenza tra geopolitica, sicurezza nazionale e globalizzazione, con l’auspicio di offrire, come dice l’autore, una guida per affrontare queste sfide in modo efficace, attraverso l’adozione di un nuovo concetto di sovranità digitale offrendo una metodologia strategica per attuarlo.

Attraverso casi di studio che analizzano i livelli di sovranità digitale negli Stati Uniti, in Cina, nell’UE e in Italia, il libro offre approfondimenti importanti per politici, leader del settore, esperti di sicurezza, studenti e appassionati di tecnologia.

Roberto Baldoni è stato il primo direttore generale dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale italiana dal 2021 al 2023. In precedenza, è stato vicedirettore generale dell’intelligence italiana per quattro anni. Con oltre vent’anni di esperienza come professore di informatica presso l’Università La Sapienza di Roma, e i suoi contributi chiave includono la progettazione della nuova architettura italiana di sicurezza informatica, la legge sul “perimetro di sicurezza nazionale per il cyber” e la strategia italiana di sicurezza informatica per il periodo 2022-2026.

La brigata dei bastardi

La Brigata dei bastardi. La vera storia degli scienziati e delle spie che sabotarono la bomba atomica nazista di Sam Kean (Adelphi, 2022) è la storia dell’impresa degli uomini straordinari che cercarono in tutti i modi di impedire alla Germania di costruire la bomba atomica. La bomba, ne erano convinti, avrebbe cambiato le sorti della guerra, e del mondo. E chi ci lavorava andava fermato.

Sullo sfondo, uno scenario concitato come solo una guerra mondiale poteva disegnare, e che su un fronte vedeva i coniugi Joliot-Curie aiutare la Resistenza contro il nazismo, e il fisico ebreo Samuel Goudsmith diventare una spia, mentre il simpatizzante comunista Oppenheimer guidava il progetto Manhattan; sul fronte opposto si schieravano il nobel per la chimica Otto Hahn, il teorico della fisica quantistica Werner Heisenberg e il fisico militare Kurt Diebner, tutti impegnati a inseguire il sogno della fissione nucleare. Con un’importante differenza: i fisici tedeschi, poi celebrati come demiurghi della scienza, all’epoca erano al servizio del Terzo Reich e per questo andavano fermati prima che, questo era il timore degli Alleati, Werner Von Braun, su ordine di Hitler, potesse montare delle testate nucleari sui razzi V1 che già devastavano Londra.

Un pericolo che aveva cominciato a materializzarsi nel 1939 quando, su richiesta di Diebner, un piccolo gruppo di scienziati venne convocato per fondare il Club dell’Uranio, dal nome della preziosa sostanza necessaria a costruire la bomba atomica. Un evento di cui pochi scienziati compresero all’epoca la gravità costringendo successivamente gli Alleati ad avventurosi tentativi di bloccarne lo sviluppo, sabotando fabbriche di produzione di acqua pesante, necessarie per gli esperimenti atomici, o affondando traghetti pieni di civili a bordo pur di rallentare le scoperte dei nazisti.

Mentre il libro è una preziosa guida per capire la storia e i fondamenti della fisica nucleare, la vicenda raccontata da Kean è anzitutto la storia di quel gruppo di intrepidi, i “bastardi del gruppo Alsos”, appunto, incaricati di rapire i fisici dell’Asse per rallentare il progetto atomico tedesco e non farli cadere in mano dei Russi. Tra questi l’anticomunista Boris Pash che in patria spiava Oppenhmeir, poi l’amico-nemico di Heisenberg, il fisico Samuel Goudsmith, e infine il poliglotta campione di baseball, Moe Berg, al servizio dell’OSS, che, nel 1944, arriverà fino in Italia per sabotare il progetto nazista. Nel mezzo, un racconto, a tratti epico, dei tentativi, e degli errori, per preparare lo sbarco in Normandia, l’eroismo dei sabotatori inglesi di Vemork, il sacrificio della Resistenza norvegese e il ruolo dei fisici italiani come Enrico Fermi, che costruirono il primo reattore nucleare in grafite.

LAVORO: DAL GARANTE PRIVACY NUOVE TUTELE PER LA EMAIL DEI DIPENDENTI

Varato un Documento di indirizzo sulla conservazione dei metadati

I datori di lavoro pubblici e privati che per la gestione della posta elettronica utilizzano programmi forniti anche in modalità cloud da oggi hanno a disposizione nuove indicazioni utili a prevenire trattamenti di dati in contrasto con la disciplina sulla protezione dei dati e le norme che tutelano la libertà e la dignità dei lavoratori.

Il Garante per la protezione dei dati personali ha infatti adottato un documento di indirizzo denominato “Programmi e servizi informatici di gestione della posta elettronica nel contesto lavorativo e trattamento dei metadati” rivolto ai datori di lavoro pubblici e privati.

Il documento nasce a seguito di accertamenti effettuati dall’Autorità Garante per la protezione dei dati personali dai quali è emerso che alcuni programmi e servizi informatici per la gestione della posta elettronica, commercializzati da fornitori anche in modalità cloud, sono configurati in modo da raccogliere e conservare – per impostazione predefinita, in modo preventivo e generalizzato – i metadati relativi all’utilizzo degli account di posta elettronica dei dipendenti (ad esempio, giorno, ora, mittente, destinatario, oggetto e dimensione dell’e-mail). In alcuni casi è emerso anche che i sistemi non consentono ai datori di lavoro di disabilitare la raccolta sistematica dei dati e ridurre il periodo di conservazione.

Con il documento odierno il Garante chiede quindi ai datori di lavoro di verificare che i programmi e i servizi informatici di gestione della posta elettronica in uso ai dipendenti (specialmente in caso di prodotti di mercato forniti in cloud o as-a-service) consentano di modificare le impostazioni di base, impedendo la raccolta dei metadati o limitando il loro periodo di conservazione ad un massimo di 7 giorni, estensibili, in presenza di comprovate esigenze, di ulteriori 48 ore. Periodo considerato congruo, sotto il profilo prettamente tecnico, per assicurare il regolare funzionamento della posta elettronica in uso al lavoratore.

I datori di lavoro che per esigenze organizzative e produttive o di tutela del patrimonio anche informativo del titolare (in particolare, ad esempio, per specifiche esigenze di sicurezza dei sistemi) avessero necessità di trattare i metadati per un periodo di tempo più esteso, dovranno espletare le procedure di garanzia previste dallo Statuto dei lavoratori (accordo sindacale o autorizzazione dell’ispettorato del lavoro). L’estensione del periodo di conservazione oltre l’arco temporale fissato dal Garante può infatti comportare un indiretto controllo a distanza dell’attività del lavoratore.

Chinese vs dutch military

Chinese state-backed hackers broke into a computer network that’s used by the Dutch armed forces by targeting Fortinet FortiGate devices.

“This [computer network] was used for unclassified research and development (R&D),” the Dutch Military Intelligence and Security Service (MIVD) said in a statement. “Because this system was self-contained, it did not lead to any damage to the defense network.” The network had less than 50 users.

The intrusion, which took place in 2023, leveraged a known critical security flaw in FortiOS SSL-VPN (CVE-2022-42475, CVSS score: 9.3) that allows an unauthenticated attacker to execute arbitrary code via specially crafted requests.

Successful exploitation of the flaw paved the way for the deployment of a backdoor dubbed COATHANGER from an actor-controlled server that’s designed to grant persistent remote access to the compromised appliances.

The hacker’s news

Cloudflare databreach

Cloudflare has revealed that it was the target of a likely nation-state attack in which the threat actor leveraged stolen credentials to gain unauthorized access to its Atlassian server and ultimately access some documentation and a limited amount of source code.

The intrusion, which took place between November 14 and 24, 2023, and detected on November 23, was carried out “with the goal of obtaining persistent and widespread access to Cloudflare’s global network,” the web infrastructure company said, describing the actor as “sophisticated” and one who “operated in a thoughtful and methodical manner.”

As a precautionary measure, the company further said it rotated more than 5,000 production credentials, physically segmented test and staging systems, carried out forensic triages on 4,893 systems, reimaged and rebooted every machine across its global network.

The hacker’s news

Processo per gli scontri al Circo Massimo nel 2020, la Fnsi parte civile

Il gup presso il tribunale di Roma ha ammesso la costituzione di parte civile della Federazione nazionale della Stampa italiana nel processo, avviato con rito abbreviato, a carico di undici persone accusate di aver violentemente aggredito i giornalisti e le forze dell’ordine in occasione dell’imponente manifestazione no vax organizzata al Circo Massimo da gruppi neofascisti il 6 giugno 2020. In quell’occasione, il giornalista freelance Thomas Cardinali rischiò di perdere un occhio dopo essere stato colpito dai facinorosi con un corpo contundente.
La Fnsi è assistita nel processo dall’avvocato Giulio Vasaturo.

Garante privacy – sweep patterns

COMUNICATO STAMPA

Design ingannevole, in arrivo un’indagine internazionale

L’iniziativa, organizzata dal Global privacy enforcement network, è in programma tra il 29 gennaio e il 2 febbraio

Saranno i modelli di design ingannevole presenti su siti web e app l’oggetto del “Privacy Sweep”, l’indagine conoscitiva a tappeto coordinata dal Global privacy enforcement network (GPEN), una rete internazionale di cui fa parte anche il Garante italiano.

Per quanto riguarda il nostro Paese, lo Sweep si concentrerà sui siti web e il giorno sarà scelto dall’Autorità in una data tra il 29 gennaio e il 2 febbraio, periodo individuato dal GPEN per coordinare l’azione.

Secondo la definizione del Comitato europeo per la protezione dei dati (EDPB), i modelli di progettazione ingannevoli sono interfacce e percorsi utente che cercano di influenzare le persone a fare scelte inconsapevoli riguardo al trattamento dei loro dati personali, non volute e potenzialmente dannose, spesso contrarie agli interessi degli utenti, ma favorevoli a quelli delle piattaforme.

I siti web e le app oggetto dello Sweep saranno analizzati secondo una serie di indicatori, che vanno dalla chiarezza dei testi alla progettazione dell’interfaccia, e che riguarderanno, ad esempio, la presenza di messaggi assillanti o di ostacoli o interazioni obbligate frapposti alle scelte.

In base ai risultati, ogni Autorità privacy potrà organizzare attività di sensibilizzazione sul tema, contattare i titolari per segnalare le criticità emerse dall’indagine o avviare istruttorie nei loro confronti.

Che cos’è il GPEN

Il Global privacy enforcement network è stato creato nel 2010, prendendo spunto da una Raccomandazione dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) che invitava i Paesi membri a promuovere la creazione di una rete informale di Autorità privacy, e di altre parti interessate, per discutere gli aspetti pratici della cooperazione in materia di applicazione delle normative sulla protezione dati.

La partecipazione del Garante al GPEN

Roma, 23 gennaio 2024

Il secolo autoritario

Il Secolo Autoritario. Perché i buoni non vincono mai (Rizzoli, 2023), non è un libro, ma un metalibro, un libro di libri, un libro che va oltre il libro stesso. Ogni capitolo, ogni argomento rimanda infatti ad altri libri, annunciando un ipertesto che àncora la ricerca storiografica di cui è frutto. Il suo autore, Paolo Mieli, storico, giornalista, conduttore televisivo, affronta nel saggio temi millenari come la violenza del potere, l’eterogenesi dei fini e le ambiguità del governare per tratteggiare una storia sociale dell’autoritarismo.

Partendo dai regimi che nel Novecento hanno causato guerre e deportazioni, il Patto Molotov-Ribbentropp, l’agonia della Repubblica italiana prefascista e i massacri della Seconda guerra mondiale, lo storico si muove, diciamo con una certa agilità, a ritroso, fino alla congiura di Catilina passando per Gregorio VII l’innovatore populista e le teste tagliate di Murat. Infine, arriva all’antisemitismo endemico delle culture religiose e affronta il tema attualissimo della Cancel culture.

Pregevoli le pagine sull’invenzione di San Simonino che i frati francescani vollero santo per essere stato ammazzato, ma non era vero, dagli ebrei per impastare il pane dello shabbat col suo sangue di fanciullo. Interessante la riflessione sulla Cancel culture, autoritaria anch’essa, che si esprime sulla cosa più ignorata fra tutte: i monumenti che nelle nostre città nessuno guarda più. Belle le pagine sulla normalità del male dei carnefici che riattualizza il monumentale lavoro di Hannah Arendt.

Insomma, un’analisi dell’autoritarismo di pontefici, principi e dittatori che rintraccia nel presente i semi del nuovo autoritarismo. Una conclusione amara che sconta l’illusione, svanita, di un futuro di democrazia spinto da liberismo e liberalismo, che ha condizionato a lungo anche le istituzioni europee a dispetto della Guerra Fredda combattuta sul suo suolo. Illusione crollata davanti all’aggressività di Putin, con la Cina che si riprende Hong King, il ritiro ignominioso degli Usa dall’Afghanistan, fino a tutte le guerre combattute dall’Occidente per procura e che sono finite male: finalmente qualcuno ha il coraggio di dirlo.

L’autore, quindi, conclude con un’affermazione posta in forma di domanda: “Qualsiasi forma di incoraggiamento alle battaglie nel mondo a favore della libertà ha dato frutti avvelenati. Talché è doveroso chiederci se come autentico “secolo autoritario” non vada più considerato il ‘900 ma piuttosto quello attuale, il primo del terzo millennio. Il secolo in cui stiamo vivendo”.

La sicurezza nel cyberspazio

Internet e il World Wide Web hanno messo in crisi i tradizionali concetti giuspubblicistici di sicurezza e protezione, proiettandoci in uno spazio virtuale, il Cyberspazio, che nella sua virtualità ha effetti così reali da destare la preoccupazione degli Stati. Dell’evoluzione di questi concetti, safety, security e defense, tratta il libro La Sicurezza nel cyberspazio (Franco Angeli, 2023), curato da Riccardo Ursi docente di Diritto della Pubblica Sicurezza all’Università degli Studi di Palermo. Un testo corale che affronta i temi sia della governance che del government della cybersecurity.
Al cuore del testo si situa la riflessione sul nuovo ordine pubblico digitale, declinato come protezione delle condotte lesive nei confronti dei sistemi e delle reti informatiche: un ambito che coinvolge l’insieme delle misure di risposta e mitigazione progettate per tutelare reti, computer, programmi e dati da attacchi, danni o accessi non autorizzati, in modo da garantirne riservatezza, disponibilità e integrità. Un insieme di interessi primari da proteggere che qualifica la sicurezza cibernetica come funzione pubblica che mira a limitare e inibire pericoli e minacce alle persone.

Una funzione che fino all’inizio del secolo era ancora delegata in maniera massiccia al mondo privato-imprenditoriale che si occupava del disegno e della gestione dell’architettura cibernetica, in una dimensione della sicurezza avulsa dalla categorie giuridiche di cui si è sempre nutrita, la legittimazione, la polarità privato-pubblico, il nesso di spazialità-temporalità. Tra l’inadeguatezza dell’ultraregolazione come pure dell’esercizio del soft power esercitato sulle big tech per garantire il funzionamento democratico e l’esercizio delle attività economiche, dicono gli autori, lo sforzo della cybersecurity si è però venuto dettagliando attraverso la creazione di un modello organizzato e policentrico, più idoneo a monitorare e sorvegliare il fortino, a rafforzare i bersagli vulnerabili, a costruire sistemi resilienti in grado di continuare a funzionare durante un attacco, riprendersi rapidamente ed
eventualmente contrattaccare.


Dalla nascita dell’Enisa alla strategia dell’Unione Europea per la cybersicurezza del 2013, dal Cybersecurity Act del 2019 fino alla direttiva NIS II, gli autori ripercorrono le tappe, e ricostruiscono gli sforzi, politici, giuridici e legislativi che hanno puntato a mettere in sicurezza quel cyberspace, immaginato inizialmente dagli autori di fantascienza come un universo alternativo e che oggi rappresenta il nuovo mondo che tutti abitiamo. Una trattazione dettagliata è offerta nel libro al contesto italiano, al cui centro si situa la strategia che ha portato alla creazione della Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale che, di fronte al rischio cibernetico sempre più elevato, ha trasformato la precedente architettura nazionale di cybersicurezza contribuendo a rendere il paese un poco più sicuro e forse un poco più fiducioso nel futuro.

La sicurezza nel cyberspazio

Breve e Universale storia degli algoritmi

Breve e Universale storia degli algoritmi. Raccolta e narrata da Luigi Laura, è un testo di Luiss University Press pubblicato nel 2019 che ha il merito di continuare ad essere utile per chiunque voglia destreggiarsi nella comprensione delle innovazioni portate dall’intelligenza artificiale.

Il motivo è facile da intendere: gli algoritmi, quelli informatici, sono alla base dell’Intelligenza artificiale, costituendo essi il metodo con cui il calcolatore offre l’output atteso e sperato.

Ma gli algoritmi sono qualcosa di più. Dal nome latinizzato di un matematico arabo, Al Khuwarizmi, la cui opera fu tradotta da Leonardo Pisano, detto Fibonacci, gli algoritmi venivano usati già nel 1800 a.c. per fare operazioni matematiche. Un metodo che Fibonacci divulgò prima a Firenze e poi in Toscana e da Venezia si diffusero in Europa, proprio sostituendo le cifre indoarabe di Al Khuwarizmi ai numeri romani per facilitare I commercianti nel fare di conto.

Pensate, in un’epoca in cui I conti si facevano con l’abaco, I banchieri cominciarono a usare l’algoritmo della moltiplicazione per gestire I tassi d’interesse, mettendo in allarme le autorità che ritenevano quel nuovo metodo un modo per cifrare (e quindi rendere illeggibili) i conti e pagare meno tasse.

Ma il metodo indoarabo prese piede a dispetto delle autorità perché era più comodo per fare le quantro oeprazioni di calcolo principali: addizione, sottrazione, divisione, moltiplicazione, che non sono altro che algoritmi. Fibonacci ci era riuscito integrando la matematica indiana e araba con la matematica euclidea.

Gli algoritmi però li usava anche Giulio Cesare. Come? Ogni volta che inviava un messaggio cifato ai suoi generali. Per essere chiari: l’algoritmo è un procedimento che risolve un determinato problema attraverso un numero finito di passi elementari: per cifrare e decifrare un testo occorre usare un algoritmo: nel caso del cifrario di Cesare si doveva usare la sostituzione monoalfabetica a base 3. Altri tempi, però poi arriveranno la Pascalina, il computer universale di Turing e il world wide web che in un modo o nell’altro usano gli algoritmi.

Oggi però gli algoritmi informatici decidono l’andamento dei mercati azionari, quanto costano I libri su Amazon e che film il tuo account Netflix ti raccomanderà di guardare.

Settemila giornalisti minacciati dal 2006 in Italia: 500 nel 2023

Ossigeno pubblica i dati aggiornati del suo monitoraggio per l’anno in corso, dati importanti e significativi raccolti anche grazie al sostegno dell’ASR.

Questi ultimi dati dicono con i numeri com’è andata quest’anno. Dicono che il numero totale dei minacciati rilevati e verificati da Ossigeno per l’Informazione ha raggiunto quota settemila, che il raffronto dei nostri dati con quelli del Viminale conferma che diminuisce la percentuale dei giornalisti che denunciano le minacce e che l’Italia risulta il paese con più giornalisti minacciati.

Aiuta Ossigeno a fare circolare questi dati

GIORNALISTI MINACCIATI IN ITALIA: SETTEMILA DAL 2006, 500 NEL 2023

Sindacato dei giornalisti: le sfide per il 2024

Sindacato dei giornalisti: le sfide per il 2024
  Care colleghe e Cari colleghi,   il 2023 si è chiuso, letteralmente, con la “sospensione” di 17 giornalisti della Dire decisa dall’editore e comunicata agli interessati la notte di San Silvestro. Un atto grave, odioso, inedito, privo di ogni fondamento di diritto, a soli tre giorni dai licenziamenti illegittimi e immotivati di altri 14 colleghi. A rischio c’è il futuro della stessa agenzia di stampa, attualmente estromessa dai contributi pubblici previsti per l’informazione primaria. E’ la conseguenza di una vicenda giudiziaria che vede imputata la precedente proprietà.  Chiediamo all’editore di ritirare tutti i provvedimenti contro i giornalisti e al governo, che si è impegnato per il settore delle agenzie, di assicurare le risorse necessarie alla Dire.

Questa vertenza, particolarmente grave, fa parte di una lunga serie che ha scandito quasi quotidianamente questi mesi di attività dell’Associazione: RCS-Gazzetta dello Sport, GEDI- Stampa, Mondadori, Messaggero, Editoriale Nazionale (Giorno, Resto del Carlino, Nazione), Tempo, Avvenire, San Paolo (Famiglia Cristiana), Giornalisti Indipendenti (Latina Oggi, Ciociaria Oggi), Pamom, Secolo d’Italia, Pd, Redattore Sociale, Agenzia AREA, Edimotive, National Geographic, Blitz quotidiano, Metro.

E’ la fotografia della crisi del settore editoriale, ma anche dell’inadeguatezza degli strumenti in campo per affrontarla. Nelle vertenze, nelle procedure, siamo stati e siamo accanto ai colleghi delle redazioni e ai Cdr, insieme alla Fnsi, assicurando assistenza sindacale e legale, aiutandoli il più possibile a migliorare gli accordi, anche quando non esistevano le condizioni per la sottoscrizione da parte dell’Associazione. Gli editori puntano da anni solo ai prepensionamenti, accompagnati dagli ammortizzatori sociali per le redazioni, per abbattere il costo del lavoro. Da tempo si può ricorrere allo stato di crisi persino con i bilanci in attivo, prevedendo contrazioni future dei ricavi.

Così le redazioni si svuotano (ogni due uscite c’è un’assunzione e non deve essere necessariamente di un giornalista), i prodotti editoriali si impoveriscono e, in un circolo vizioso, la crisi si aggrava ulteriormente.

E’ necessario mettere in discussione la legge 416 sui prepensionamenti, che devono tornare a essere strumenti straordinari, e prevedere nuove forme di sostegno per l’editoria che puntino sugli investimenti, per valorizzare i contenuti originali e non il commercio dei dati degli utenti.

Dobbiamo mobilitarci per il rinnovo del Contratto Nazionale di Lavoro Giornalistico, scaduto da troppi anni e nei fatti disapplicato da molti editori.

L’inflazione sta erodendo fortemente il potere d’acquisto delle retribuzioni, troppo basse soprattutto per i giovani, per i precari, i collaboratori esterni. Bisogna aprire una grande vertenza per l’occupazione, per superare il precariato “strutturale” e la pratica indecente del “depotenziamento” del Contratto Nazionale e degli accordi aziendali imposto in molte realtà illegittimamente e unilateralmente dagli editori.

Qualche segnale positivo arriva per i free lance: il Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ha licenziato la proposta sull’Equo Compenso, che ha recepito le istanze del sindacato, e di Stampa Romana in particolare, sulla liquidazione giudiziale delle spettanze dei freelance e dei lavoratori non subordinati.  Se il ministero della Giustizia darà il suo via libera l’iter si avvierà a conclusione e i compensi dei giornalisti che sono fuori dalle redazioni saranno parametrati alle retribuzioni di chi è negli organici redazionali.

Ci siamo occupati anche dei giornalisti impiegati nella pubblica amministrazione. Con una oggettiva difficoltà, dovuta alle norme in vigore, agli accordi sulla rappresentanza che ci penalizzano. Su questo è necessario riaprire il confronto con le istituzioni, la politica e i sindacati degli altri lavoratori.

Siamo stati impegnati anche in molte vertenze individuali: casi di violazioni di diritti contrattuali, di pretestuosi provvedimenti disciplinari, di mobbing o addirittura di stalking. Rivelano non solo l’aggressività degli editori, ma anche l’imbarbarimento dei rapporti nelle redazioni, riguardano a volte anche la questione della parità di genere. Siamo stati accanto ai giornalisti intimiditi e minacciati, spesso troppo soli, soprattutto in quelle aree della nostra regione in cui è tangibile la presenza della criminalità organizzata.

Fondamentale è l’attività sul nostro territorio di Ossigeno per l’Informazione, l’osservatorio sui cronisti minacciati e le notizie oscurate. Abbiamo cercato di garantire ai colleghi servizi, ci proponiamo di assicurarne di nuovi.  A cominciare da quelli destinati ai pensionati, che hanno a che fare non più con il “familiare” Inpgi (che comunque resta per collaboratori e liberi professionisti), ma con il mastodontico Inps.

Grazie anche alla preziosa collaborazione del mio predecessore Lazzaro Pappagallo, e all’apporto di tanti generosi colleghi, abbiamo continuato il lavoro sulla formazione professionale. Vogliamo implementarla, anche per garantire nuove forme di sostegno per il nostro sindacato, che vive dell’abnegazione di pochi dipendenti e dell’assoluto volontariato di chi è negli organismi, senza eccezioni, ma ha visto contrarsi drasticamente i consistenti fondi versati dall’Inpgi e in prospettiva dovrà farne a meno.

Promuoveremo anche una nuova testata on line dell’Associazione, sul lavoro in genere, sul giornalismo che cambia, sulle professioni “culturali” nella nostra regione.

Saremo presto impegnati nella revisione dello Statuto, per rendere il sindacato più inclusivo ed efficiente. Ma non esiste un sindacato forte, e capace di aprirsi a tutto il mondo dell’informazione, anche a quello attualmente fuori dal nostro perimetro di rappresentanza, senza una professione solida.

La riforma dell’Ordine, in Parlamento, non basta. Occorre ricostituire una comunità, capace di ascoltare e di ascoltarsi, di studiare, di essere solidale soprattutto con i più deboli, di rivendicare con orgoglio la sua funzione sociale e democratica, che sappia discutere delle regole del   servizio pubblico radiotelevisivo, del mercato pubblicitario, dei rischi delle concentrazioni editoriali, dei rapporti con i colossi del web, che si schieri senza esitazione contro le norme che attaccano il diritto di cronaca. L’emendamento Costa è solo l’ultimo dei provvedimenti contro il diritto di informare ed essere informati, già penalizzato dalla legge Cartabia.

Occorre approfondire due temi che sono già centrali e lo saranno sempre di più, temi legati a doppio filo: l’Intelligenza Artificiale, i suoi rischi concretissimi e immediati per l’occupazione e la professione, e la tutela del diritto d’autore dei giornalisti. Questioni su cui abbiamo promosso, con il sindacato nazionale, una riflessione, essenziale anche per riaprire il confronto sul prossimo contratto.

Ci aspetta un cammino difficile, che deve sovvertire il clima di sfiducia, a volte di rassegnazione, che   da qualche anno grava sulla nostra categoria. Obiettivo impossibile senza il coinvolgimento di nuove energie, di giovani, senza la partecipazione di tutti e senza unità. Ci batteremo sempre perché il sindacato unitario dei giornalisti resti tale, contro ogni tentativo di divisione, che darebbe vantaggi personali a pochissimi, indebolirebbe tutti gli altri.

Proprio all’Associazione Stampa Romana abbiamo dimostrato e stiamo dimostrando che il sindacato di tutti i giornalisti non è solo necessario, ma possibile.  

Grazie a tutti, buon anno.   Stefano Ferrante

Sindacato cronisti romani, un 2024 di rivincite.

Presto Agenda e Premio cronista, via al tesseramento
  La pretesa di controllo delle notizie da parte delle Procure, gli ostacoli posti dalle amministrazioni all’esercizio del diritto d’informazione, la legge in itinere sulla diffamazione che prefigura nuovi bavagli, il divieto alla pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare, non giustificabile con eccessi o forzature del passato.

Dura la vita dei cronisti. Un mestiere sempre più osteggiato, a dispetto dell’articolo 21 della Costituzione.

Il Sindacato cronisti romani (Scr) rilancia il suo impegno, proponendo per l’anno appena cominciato due iniziative a breve termine: la pubblicazione e diffusione (gratuita, abbinata alla sola iscrizione) dell’Agenda del cronista, indispensabile strumento di lavoro quotidiano, e il premio “Cronista dell’anno 2024” (bando consultabile nel sito). Dopo il lancio del video-decalogo contro la violenza di genere e l’apertura della casella postale “Sos cronisti”, rivolta a tutti i colleghi che intendano denunciare minacce e intimidazioni, pressioni, querele temerarie, stalking o mobbing in redazione, difficoltà di accesso alle fonti, ma anche lavoro nero e sottopagato, si tratta di due nuovi segnali di presenza della storica “voce” dei cronisti della capitale. Per qualsiasi comunicazione la mail disponibile, alla quale forniranno il supporto necessario tutti i membri del consiglio direttivo, è segretariogenerale at sindacatocronisti.it

Le quote d’iscrizione 2024 al Scr sono: 20 euro giornalisti attivi, 15 pensionati e 10 disoccupati (versamenti all’Iban IT62A0760103200000054167002).

Così in una nota Fabrizio Peronaci e Roberto Mostarda, presidente e segretario del Sindacato cronisti romani.

L’economia di ChatGPT

Arturo Di Corinto (giornalista) ci guida in una conversazione sul libro di Stefano da Empoli (presidente I-Com) 

“L’economia di ChatGPT. Tra false paure e veri rischi” (EGEA)

Aperitivo di networking

L’enorme clamore mediatico suscitato dal lancio di ChatGPT e proseguito con il rilascio di altri prodotti in grado di generare in pochi secondi testi, immagini, video e codici ha riportato l’intelligenza artificiale (IA) al centro del discorso dopo alcuni anni di relativo appannamento. Il libro, con un taglio moderato e non catastrofista, narra questa rivoluzione e le sue possibili implicazioni economiche nei prossimi anni e decenni.

Guardando ai benefici ma anche ai rischi e con uno sguardo sia ai profili geopolitici e di politica industriale, sia a quelli della cybersecurity avremo una conversazione con l’autore guidata da Arturo di Corinto noto giornalista, saggista, comunicatore ed esperto di innovazione.

Sarà un momento anche per porci delle domande sulla correlazione tra Intelligenza Artificiale (Aumentata) e Quantum Computing e tra questi e il tema della Sostenibilità Ambientale.

Una presentazione snella e veloce che lascerà spazio, prima e dopo, ad un aperitivo di networking.

Evento riservato, con regola Chatham House, su inviti.

Cyber & Privacy Forum – Convegno Federprivacy 2023

Cyber & Privacy Forum si terrà a Verona il 29 novembre.

Evento organizzato da Ethos Media Group con il patrocinio di Federprivacy con l’obiettivo di aiutare tutti i professionisti che si occupano di proteggere i dati “a parlare una lingua comune”.

Esperti del mondo giuridico e di quello della sicurezza informatica a confronto per parlare della protezione dei dati come un’unica materia. Dalle autorità, attesa la partecipazione di Agostino Ghiglia, Guido Scorza, Riccardo Acciai, e Claudio Filippi del Garante per la protezione dei dati personali. Per l’Agenzia per la Cybersecurezza Nazionale parteciperanno invece Andrea Billet, Arturo Di Corinto, e Stefano Marzocchi.  “Privacy e cybersecurity, due facce della stessa medaglia”. Una ricerca per raccogliere i feedback degli addetti ai lavori sui gap da colmare e le possibili soluzioni per facilitare la convergenza.

Una pace senza armi. Dall’Ucraina alla guerra senza fine

Da oggi, 24 novembre 2023, sarà disponibile in tutte le librerie “Una Pace Senza Armi: Dall’Ucraina alla Guerra Senza Fine,” saggio curato dal giornalista, Emanuele Profumi e pubblicato da Round Robin edizioni (2023)

Nel libro contenuti di Arturo Di Corinto, Nico Piro, Giuliana Sgrena, Alex Zanotelli e altri.

Il libro affronta il devastante impatto della guerra in Ucraina e la sua influenza sulla possibilità stessa di portare avanti un dialogo costruttivo per alternative al conflitto armato. Attraverso un’analisi profonda, il libro dimostra infatti come la guerra si autoalimenti, diventando parte integrante di un modello di sviluppo distruttivo.

La situazione attuale a Gaza è citata come esempio, evidenziando il ciclo di violenza tra Hamas e Israele. E mentre l’attenzione mediatica si sposta in Medio Oriente, l’Ucraina continua a soffrire, scomparendo temporaneamente dai radar dell’informazione mainstream internazionale.

Il libro si propone di stimolare una riflessione critica sulle alternative possibili alle guerre, sottolineando l’importanza di un radicale disarmo. Include contributi di Daniele Taurino, Arturo Di Corinto, Giuliana Sgrena e interviste a esperti e testimoni, offrendo una prospettiva completa sulla situazione attuale.

“La pace non è assenza di guerra, né si dà solo quando la società vive in una condizione di benessere, bensì un modo per cambiare l’organizzazione della società. Per renderla giusta e umanamente sostenibile.”

Una Pace Senza Armi” invita i lettori a riflettere sul significato più profondo della pace e a considerare il disarmo come passo fondamentale verso un futuro giusto e sostenibile.

Emanuele Profumi, oltre a essere un dottore in Filosofia politica, è un giornalista freelance che collabora con diverse università italiane ed europee, nonché con riviste nazionali e internazionali. Il suo impegno nella divulgazione delle dinamiche sociali e politiche è evidente nella sua trilogia di reportage narrativi sul Cile, la Colombia e il Brasile, e nei suoi saggi filosofici.

Bugie di guerra. La disinformazione russa dall’Unione Sovietica all’Ucraina

Come si manipolano le percezioni di cittadini e decisori politici è l’oggetto di studio di chi si occupa di disinformazione. Indurre un concorrente, un avversario, un nemico, a prendere decisioni sbagliate è da sempre un tema centrale delle strategie politiche ed economiche organizzate da Stati democratici, dittature, e gruppi di interesse variamente organizzati.

Il libro Bugie di guerra. La disinformazione russa dall’Unione Sovietica all’Ucraina (Paesi edizioni, 2022), parla di questo, scegliendo come focus la Russia di Putin, di cui sintetizza efficacemente l’ideologia di origine ceckista, quella sviluppata cioè dalla Ceka, la polizia politica creata da Lenin, predecessore del KGB e dell’attuale FSB, i servizi segreti russi interni.

Però, nonostante le intenzioni, è una versione in sedicesimi della storia delle influenze sovietiche in Occidente. Il libro, di tre autori: Francesco Bigazzi, Dario Fertilio e Luigi Sergio Germani, copertina tratta da un manifesto del fotografo ucraino Oleksii Kyrychenko, che con il suo disegno fa il verso alla propaganda sovietica di Dmitrj Moor, racconta in maniera partigiana come si manipolano le coscienze di popoli e decisori politici. Un tema di grande attualità nell’era cibernetica in cui la rete rende più facile condurre operazioni di disinformazione.
Il testo racconta le operazioni di influenza politica esercitate dai comunisti sovietici verso l’Italia ma senza la profondità storica dell’ultimo libro di Paolo Mieli, Il Secolo Autoritario. Perché i buoni non vincono mai (Rizzoli, 2023) che racconta, ad esempio, il patto Molotov-Ribbentrop per la spartizione dell’Europa e illumina i rapporti tra fascisti e sovietici per spalleggiarsi a vicenda contro Francia e Inghilterra. Così, mentre Bugie di Guerra (è stato già il titolo di un libro di Claudio Fracassi del 2003), si dilunga sui rapporti che il Partito comunista italiano intrattenne col PCUS da cui veniva finanziato, non dice nulla del fatto che la CIA facesse lo stesso con la Democrazia Cristiana. Parla delle ingerenze russe in Ucraina, e dello scatenamento della guerra del Donbass, ma non parla della costruzione a tavolino dell’aggressione americana all’Iraq nel 2003 sulla base di falsi dossier maneggiati anche dai servizi segreti italiani. Come se fossero i sovietici i maestri della disinformazione e omettendo che la guerra d’influenza è stata fecondamente teorizzata dal diplomatico statunitense George Frost Kennan.

Il libro, insomma, è fedele al titolo, parla della Russia e delle sue operazioni di ingerenza e può costituire una base per farle conoscere a chi si sta approcciando al tema. La disinformazione infatti non è praticata solo dai russi e, rispetto al KGB, la CIA ha probabilmente condotto operazioni coperte di maggior successo in tutto il mondo. Ma questa è un’altra storia.

Complotti. Da QAnon alla Pandemia, Cronache dal mondo capovolto

Terrapiattisti, antivaccinisti, no-mask, Q-Anon, antisemiti, islamofobi hanno un tratto in comune: spiegano in maniera semplice cose complesse. E in genere sbagliano. Tuttavia, la mentalità cospirativa che sottende l’abbraccio delle teorie della Terra piatta, dei vaccini che modificano il Dna, delle mascherine “che imbavagliano”, è una mentalità riconducibile al fatto che “il Popolo” ha dei buoni motivi per diffidare dalle Autorità, che è cosciente che i governi proteggono le élite e cercano di trarre profitto dalla gente. O almeno la pensa così Erica Lagalisse, una delle maggiori studiose del cospirazionismo. Però complottisti e cospirazionisti sono nostri fratelli, e pertanto, come spiega lo psicologo Joyan Biford, vanno considerati e rispettati perché esprimono bisogni e preoccupazioni legittime. Purtroppo, sono testardi, quindi è tendenzialmente inutile cercare di fargli cambiare idea.

Di rettiliani, satanisti e pizzaioli pedofili parla, in maniera semplice e scorrevole, il libro Complotti. Da QAnon alla Pandemia, Cronache dal mondo capovolto, di Leonardo Bianchi, pubblicato nel 2021 da Minimum Fax.

Bianchi, autore di una nota newsletter in cui tratta il tema del complottismo, ricostruisce in maniera chiara alcune delle ultime cospirazioni, come quella che vide Hillary Clinton accusata di pedofilia e pratiche sessuali devianti nello scantinato di una pizzeria vicino Washington. Idea diffusa nel forum 4chan dove è nato il movimento QAnon, e che un’avvocata newyorchese ha trasformato in una storia inventata che ha raccolto 1.4 milioni di hashtag su Twitter in due mesi. Bufala pericolosa, però, visto che si è tradotta nell’assalto armato alla pizzeria Comet Ping Pong, da parte di un 28enne che, fatta irruzione nel locale, scopre che non ci sono satanisti né pedofili, e neppure il lugubre seminterrato dove sarebbero avvenuti gli abusi sui bambini. Sarà condannato a quattro anni di carcere per il ferimento degli avventori.

Ma Bianchi racconta anche la storia esemplare dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion, l’inesistente complotto ebraico per dominare il mondo frutto dell’invenzione dell’Ochrana, la polizia zarista, pubblicato a puntate su un giornale di San Pietroburgo dal 1903. Da allora sarà la matrice per l’invenzione di molte altre cospirazioni. Umberto Eco ne farà un romanzo: Il Cimitero di Praga.

Da Clausewitz a Putin: la guerra nel XXI secolo. Riflessioni sui conflitti nel mondo contemporaneo

È cambiata la guerra o è solo cambiato il modo di combatterla? Esiste una guerra giusta? Da Clausewitz a Putin: la guerra nel XXI secolo. Riflessioni sui conflitti nel mondo contemporaneo (Ledizioni, 2022), a cura di Matteo Bressan e Giorgio Cuzzelli, prova a rispondere a queste domande con un insieme di saggi a firma di studiosi ed esperti. Una parte consistente del libro riguarda gli elementi psicologici, tecnologici e giuridici della guerra che si combatte nel cyberspace.

Il quadro che ne emerge è tuttavia variegato. Nel saggio, la professoressa Fiammetta Borgia, ad esempio, per spiegare che cos’è la guerra ibrida sostiene che la guerra ibrida non esiste. E lo motiva dicendo che “Il concetto di guerra ibrida indica proprio quei conflitti o contesti di crisi in cui gli Stati e gli attori non statali sfruttano non solo i mezzi e metodi tradizionali, ma tutte le modalità di guerra simultaneamente, utilizzando armi convenzionali avanzate, tattiche irregolari, terrorismo e tecnologie dirompenti o criminalità per destabilizzare un ordine esistente”. Per conseguire un determinato obiettivo militare e politico, però, tutti i conflitti possono essere definiti ibridi. La guerra è ibrida per natura, perché viene sempre combattuta utilizzando tutti gli strumenti disponibili in quel momento storico e con il livello di integrazione e di coordinamento consentito dalla tecnologia del tempo.

Sembra dargli ragione Emanuele Rossi, esperto di geopolitica e relazioni internazionali quando fa l’elenco delle forme che può assumere la guerra, anche contemporaneamente: dal Command and Control Warfare all’Intelligence based warfare, dall’Electronic Warfare al Psychological Warfare, fino all’Hacker e Cyber Warfare e all’Economic Information Warfare.

Lui però ne sottolinea un aspetto specifico, quello delle Psychological Operations, perché dice: “I fattori psicologici sono altrettanto reali quanto i fucili, le navi, gli aerei e le armi nucleari”.

Nel saggio “Il potere della tastiera” invece, per spiegare la cyberwar e i suoi prodromi, Emanuele Gentili parla di hacktivisti, di Cyber Kill Chain e di APT, con una serie di riflessioni sugli hack di gruppi statuali cinesi, russi e iraniani fino al caso SolarWinds.

Il libro offre quindi una serie di riflessioni per dirci che nonostante i tanti nomi usati per evocarla, guerra infinita, guerra umanitaria, guerra asimmetrica, la guerra guerreggiata non è mai morta e che, forse, aveva ragione Eraclito nel VI secolo: il conflitto è alla base di tutte le cose. Anche della Pace.

L’uomo che vuole risolvere il futuro

L ’uomo che vuole risolvere il futuro. Critica ideologica di Elon Musk (Bollati Boringhieri, 2023) è l’ultimo libro di Fabio Chiusi. Il giornalista italiano, che ha lavorato a lungo per l’Espresso intervistando i protagonisti di decenni di scoperte tecnologiche, è oggi in prestito ad Algorithm Watch, no profit di Berlino che si occupa di tracciare e decodificare l’uso di algoritmi di Intelligenza Artificiale nella vita quotidiana.

Sulla base di questa esperienza ha dunque scritto una critica ideologica di Musk, innamorato di macchine e IA, riconoscendone il genio imprenditoriale, il carattere visionario e l’idolatria da cui è circondato, per analizzare i presupposti culturali del grande innovatore e metterci in guardia: “Il Futuro è troppo importante per essere lasciato nelle man di futuristi come Musk. Specie se le loro radici culturali, ideologiche e filosofiche possono condurre logicamente a esiti che con la democrazia e l’uguaglianza hanno poco o nulla a che vedere”.

Musk è infatti quello delle auto elettriche Tesla; Musk è quello degli Shuttle che portano i turisti nello spazio; Musk è quello dei satelliti Starlink che offrono Internet agli Ucraini sotto assedio degli hacker russi, Musk è un “pallone gonfiato”. Uomo più ricco del mondo, innamorato della Religione dei dati (il dataismo), crede che ogni cosa sia computabile e quindi “risolvibile” come un’equazione. Convinto di produrre il massimo bene, per il massimo numero di persone, è un utilitarista classico che ha sposato la filosofia del Longtermismo (il futuro a lungo termine), con la credenza che dai drammi di oggi – vedi licenziamenti e discriminazioni etniche, disuguaglianze economiche, inquinamento ambientale, l’estinzione umana -, ci salveremo un giorno colonizzando Marte. Nel frattempo, è un sostenitore della libera vendita di armi, crede nel complotto della sostituzione etnica, spalleggia i QAnon, si è arruolato coi NoVax.

Sudafricano con cittadinanza canadese e poi naturalizzato americano, con 2 mogli e 11 figli, ha spiegato la sua filosofia in diretta televisiva fumando spinelli, a dimostrazione del suo anticonformismo. Salito alla ribalta per aver lanciato Open AI, condizionato i mercati del Bitcoin, per aver sostenuto Trump e acquistato Twitter per cambiargli nome in ‘X’ (facendo rientrare dalla finestra la disinformazione cacciata dalla porta), il suo progetto di vita è chiaro: “salvare l’umanità”. Dice lui.

Membro della Paypal Mafia, i 12 ragazzi delle Università di Stanford e Urbana Champaign che hanno fondato alcune tra le maggiori società tecnologiche del pianeta (LinkedIn, Palantir, YouTube, eccetera), Musk è un sognatore irredimibile. Col progetto Neuralink pensa di innestare l’intelligenza artificiale direttamente nel cervello umano e trasformare l’umanità in esseri cyborg, esseri potenziati, transumani adatti a vivere nello spazio. Ci riuscirà? Studiare i presupposti culturali da cui muove il suo grande progetto di salvataggio dell’Umanità può aiutarci a tentare una risposta.

Cybertech Europe 2023

La pandemia Covid 19 ha trasformato la nostra vita modificando per sempre il modo di lavorare, di effettuare acquisti, pagamenti, di rapportarsi con il mondo esterno.
Ma nuove opportunità comportano nuove sfide. Il massiccio ricorso al lavoro da remoto ha creato un terreno fertile per tutte quelle minacce pronte a sfruttare le vulnerabilità Zero-Day, il fattore umano e gli altri punti deboli nelle organizzazioni che non godono più della protezione OnPrem.
Gli attacchi alla Supply Chaine, che stanno causando distruzioni nei settori critici e nelle infrastrutture mondiali nel 2021 si prevede che si quadruplicheranno rispetto allo scorso anno.

Il pagamento per la rimozione dei Ransomware che, su scala mondiale, nel 2020 aveva raggiunto i 400.milioni di dollari americani, solo nel primo quarto del 2021 ha superato 81,000 dollari statunitensi. Ognuno di noi ha sperimentato un caso di phishing, un messaggio di posta elettronica hackerato od un tentativo di violazione della privacy.

A seguito del grande successo riscosso dalla quarta edizione del 2019, la Cybertech-Europe ritornerà sul palco principale a Roma il 3-4 ottobre 2023 per discutere di questo nuovo mondo, sfaccettato ed avvincente. Tema centrale della conferenza sarà: “Ecosistema su scala globale”.
Ai lavori parteciperanno relatori di prim’ordine tra i quali alti funzionari statali, dirigenti di livello C ed i pioneri del settore provenienti dall’Europa e da tutto il mondo.

https://italy.cybertechconference.com

John Falco. Nel profondo della rete

Gli hacker non sono ragazzi col cappuccio e gli orecchini al naso. E non vivono nei sottoscala di palazzi fatiscenti. Questa idea romantica e anacronistica della figura dei virtuosi del computer è ormai sfidata da circa 40 anni di pubblicazioni specialistiche, analisi d’intelligence e rapporti aziendali.

Gli hacker, Gli eroi della rivoluzione informatica (Steven Levy, 1984), sono stati molte cose e raramente, ladri e scassinatori, figure per cui si preferisce il termine cracker o cybercriminali. Gli hacker sono stati dagli inizi della loro storia, programmatori, imprenditori (Steve Jobs e Bill Gates), e difensori del mondo digitale. Molti di loro però sono stati attratti dal “lato oscuro della forza”, e si sono messi al servizio di poteri occulti, organizzazioni criminali e stati canaglia, ma dall’inizio della storia della parola (Jargon file, Finkel & Raymond, 1975), hanno appoggiato sempre cause per l’affermazione di diritti sociali e politici.

Oggi sono hacker anche gli sneaker hacker, i giovanotti che migliorano la sicurezza del codice che fa funzionare le macchine informatiche; i biohacker, che inventano molecole farmaceutiche; i white hat hacker che proteggono gli asset digitali di governi e imprese. Certo ci sono quelli che lavorano a truffare le banche per conto di governi, sono i nation state hacker; ci sono quelli che realizzano strumenti di attacco informatico come i wiper usati nel conflitto russo-ucraino e che si acquattano dentro le infrastrutture critiche di paesi avversati, li chiamano APT, Advanced persistent threats; ci sono i growth hacker, gli hacker che modificano il ranking dei motori di ricerca, creano avatar per la propaganda computazionale e così via. Gli hacker oggi portano giacca e cravatta, hanno ufficio e scrivania, talvolta una divisa, perché vengono dai ranghi militari, della polizia e dei servizi segreti.

Una storia ben raccontata da Jordan Foresi e Oliviero Sorbini, in forma romanzata, nel libro John Falco. Nel profondo della rete (Paesi Edizioni, 2020). Protagonista è un ex agente della National Security Agency che dopo gli eventi del 9/11 decide di lavorare fuori ogni regola per contrastare i nemici del suo paese e guadagnarci qualche extra. Scritto come un romanzo d’azione, ambientato tra Usa, Germania, Russia, Israele e le colline del chiantigiano, John Falco è il protagonista di un giallo avvincente i cui protagonisti sono ransomware, hacktivisti e canaglie, hacker etici e politici corrotti. John Falco è un donnaiolo, ama i bei vestiti, è un esperto di vini, e di formaggi francesi. John Falco è un hacker.

Fake Reputation

Dalla manipolazione della reputazione all’etica professionale

Admin ed editor “in vendita” disponibili a manipolare schede su Wikipedia, agenzie pronte ad ingannare gli algoritmi di Google per migliorare la reputazione dei loro clienti, e altre disponibili ad infangare, a caro prezzo, quella della concorrenza.

Una recente inchiesta della Media Foundation Qurium, ripresa e ampliata in Italia da Lorenzo Bagnoli per conto di Investigative Reporting Projecy Italy, denuncia ciò che era già assai noto tra gli addetti ai lavori, ovvero che esistono, ad esempio, vere e proprie “lavanderie reputazionali”, agenzie e organizzazioni che hanno come scopo precipuo la sistematica alterazione del perimetro reputazionale di marchi e di personaggi, con tecniche le più varie: applicazione esasperata e forzate delle norme sul diritto all’oblio; comunicazioni dal sapore vagamente intimidatorio indirizzate alle redazioni giornalistiche finalizzate a ottenere la rimozione di articoli poco lusinghieri pubblicati in passato sui clienti di queste agenzie; pubblicazione di articoli positivi a raffica – basati sul nulla, costruiti a tavolino – con l’intento di far scalare quelli negativi nelle ultime pagine di Google; backlink selvaggio.

Tra i Clienti di queste agenzie, nella migliore delle ipotesi risultano aziende che hanno subito e patito precedenti campagne di “black PR” e che desiderano quindi – a volte legittimamente – riposizionare la propria immagine; ma, nella peggiore, troviamo anche società interessate a spingere forsennatamente sulle vendite a qualunque costo, o uomini dello spettacolo accusati di molestie sessuali, professionisti coinvolti in frodi finanziarie internazionali, o peggio ancora banchieri condannati per riciclaggio, corruttori e trafficanti di droga.

Le più autorevoli inchieste giornalistiche fanno coraggiosamente diversi nomi e cognomi, sia dei clienti, italiani e stranieri, ma anche delle agenzie di RP e comunicazione pronte a imbastire e gestire progetti di questo tipo, con una spregiudicatezza degna forse dell’attenzione della Magistratura, ma sicuramente d’interesse per qualunque operatore professionista del settore attento al proprio profilo etico ed alla propria stessa reputazione.

Quest’evento vuole stimolare una pubblica riflessione su queste male pratiche consulenziali, che alterano e “dopano” il mercato della reputazione nel nostro Paese, falsando anche la percezione che i cittadini hanno di marchi e persone influenti. Oltre a vaghe dichiarazioni di principio, nei Codici etici delle associazioni di categoria, attualmente non si va: ma vista la pervasività del fenomeno, forse è arrivata l’ora di promuovere azioni più incisive.

Ne parleranno alcuni tra i maggiori esperti di reputation management d’Italia, specialisti ed esperti:

  • Daniele Chieffi, Giornalista, Docente Universitario, Cofounder BiWise
  • Arturo Di Corinto, Public Affairs & Communication, Agenzia Cybersicurezza Nazionale
  • Giovanna Cosenza, Professoressa di Semiotica e New Media, Università di Bologna
  • Toni Muzi Falconi, Relatore pubblico, Senior Counsel Methodos
  • Matteo Flora, Docente universitario, imprenditore, esperto in reputazione e Data Driven Strategy
  • Elisa Giomi, Commissaria Autorità Garante delle Comunicazioni
  • Filippo Nani, Presidente Nazionale FERPI
  • Nicola Menardo, Avvocato, Partner Studio Grande Stevens
  • Luca Poma, Professore di Reputation Management, Università LUMSA di Roma

Propaganda. Come manipolare l’opinione pubblica

Se sei in grado di influenzare i leader, anche senza la loro collaborazione consapevole, puoi influenzare in automatico il gruppo che essi dirigono. Ma per essere un collettivo, e quindi soggette alla psicologia delle folle, le persone non devono per forza formare materialmente un’assemblea o una turba di insorti, perché l’uomo è gregario per natura anche quando è solo soletto nella sua stanza, con le tende tirate. La sua mente conserva gli schemi e i modelli che vi sono stati impressi dall’influenza del gruppo”.

Questo è solo uno dei passaggi più significativi del libro di Edward L. Bernays, Propaganda. Come manipolare l’opinione pubblica (ristampa Shake Edizioni, 2020, a cura di Raf Valvola Scelsi), un testo che, pubblicato nel 1928, mantiene ancora la sua attualità.

Due volte nipote di Freud, dai cui scritti fu fortemente influenzato, e di cui decretò il successo in America, scrisse “il” manuale definitivo su come orientare l’opinione pubblica con il titolo Propaganda: era il 1928. Un testo fatto per vendere idee, cose e persone e che considera la politica al pari di una merce qualsiasi, mostrando il modo di influenzare i risultati elettorali e quindi i meccanismi decisionali che stanno alla base della democrazia. Si narra che il propagandista capo di Hitler, Joseph Goebbels, tenesse questo libro sul comodino.

Per la sua straordinaria capacità di penetrare i mezzi di comunicazione modificando i comportamenti del popolo con un sapiente uso di simboli, metafore e archetipi, il giovane Edward diventerà lo spin doctor dei consumi moderni e uno stratega ricercatissimo per lanciare le mode e influenzare la politica. Lavorerà da consulente contro il New Deal di Roosevelt, per la American Tobacco Company, la General Motors, e la United Fruit, longa manus dietro il colpo di stato in Guatemala. Celebre la sua marcia delle “Torce della Libertà” per indurre le donne a fumare offrendo l’esempio due decine di giovani modelle in corteo con le sigarette in mano, azione all’epoca disdicevole da compiere in strada per una donna.

I Mille volti di Anonymous. La vera storia del gruppo hacker più provocatorio al mondo

Difendere i deboli, punire gli oppressori e intervenire contro le ingiustizie. Il collettivo di hacker attivisti Anonymous ha segnato per vent’anni la scena dell’hacktivism mondiale. Nati per gioco sul forum 4Chan e saliti alla ribalta delle cronache per aver ridicolizzato la chiesa di Scientology e per aver preso posizione contro la “Paypal mafia” che aveva tagliato i viveri a Wikileaks, Anonymous è tornato di recente alla ribalta mettendosi contro la Russia di Putin. Con uno scarno tweet gli attivisti che vestono la maschera del rivoluzionario Guy Fawkes hanno annunciato il 24 Febbraio 2022 che “Il collettivo Anonymous è ufficialmente in cyber guerra con il governo russo” e successivamente di avere “hackerato” il sito dell’emittente Rt news e, in compagnia di altri gruppi, anche i siti del Cremlino, del Governo e del Parlamento russi, della società GazProm, insieme a molti domini militari (mil.ru, eng.mil.ru, fr.mil.ru, ar.mil.ru) come rappresaglia contro l’attacco all’Ucraina. Chi sono? Non si sa.

Anonymous è un’idea, un collettivo decentrato, un meme sotto le cui spoglie si nascondono interessi diversi e spesso contrapposti. Si è visto nel 2016 quando hanno preso le parti di Donald Trump e le parti di Hillary Clinton contemporaneamente mentre erano avversari nella corsa alla Casa Bianca. Anonymous sono quelli che hanno sdraiato 500 siti di pedofili nel DarkWeb, quelli che hanno portato avanti l’operazione #RevengeGram per stroncare il Revenge Porn su Instagram e infine sono gli stessi che hanno creato le liste dei pedofili brasiliani nell’operazione #AntiPedo.

Sono gruppi di amici, crew, copywriter, operai, professori e informatici che lanciano una petizione di principio e avviano una protesta single issue in grado di catturare l’immaginario di migliaia di seguaci che con loro hanno svolto operazioni di Osint sui cappucci razzisti del KKK, denunciandoli, o pubblicando i nomi degli impiegati ministeriali israeliani dopo le rappresaglie contro i palestinesi. Si attivano per contagio ed emulazione. In Italia hanno realizzato molte incursioni nei database pubblici e diffuso a più riprese i contatti e-mail e le password di Lega Nord, Fratelli d’Italia, Esercito e Polizia. Questi aspetti così contraddittori l’antropologa canadese Gabriella Coleman li ha tracciati nel libro I Mille volti di Anonymous. La vera storia del gruppo hacker più provocatorio al mondo, Stampa Alternativa, 2016. Da leggere se vi siete sempre chiesti chi si nasconde dietro alla maschera di Anonymous.

Net-War. Ucraina: come il giornalismo sta cambiando la guerra

Net-War. Ucraina: come il giornalismo sta cambiando la guerra è l’ultimo libro di Michele Mezza per Donzelli Editore (2023). La Net War è per l’autore una guerra ibrida combattuta a colpi di informazione; una guerra in cui saperi e abilità tecnologiche hanno sostituito i sistemi d’arma; una guerra che rovescia le gerarchie e sposta il campo di battaglia. In questa guerra secondo Michele Mezza i cittadini hanno dato forma a una specie di open source del combattimento visto che ognuno, collegandosi con i sistemi e i dispositivi che la rete offre, ha potuto opporsi alle forze convenzionali sul campo. Quindi per l’autore, giornalista, già ideatore di Rainews24 quando era dirigente in Rai, poi docente universitario incaricato, la Net war non è tanto una digitalizzazione dell’informazione nel conflitto ma il modo in cui si combatte il conflitto, usando l’informazione. La Rete in questa guerra ibrida è luogo, strumento e logistica della guerra.

Per parlare di questa evoluzione della guerra l’autore chiama quindi in causa il giornalismo che la guerra la racconta, ma anche come professione investita dalla stessa, per rispondere a una domanda: che cosa sono l’informazione e la conoscenza al tempo della Rete e dell’Intelligenza artificiale? Come si trasforma la professione del giornalista quando si riduce il suo ruolo di divulgatore e quando smette di essere l’unico ed il primo ad accedere alle fonti informative? E come l’informazione, che è sempre anche intelligence, viene arruolata nella guerra? Insomma, come si trasforma l’informazione?

Michele Mezza abbozza delle risposte a partire dalla concettualizzazione della “società civile come arsenale” fino all’apporto che grandi aziende come quelle di Elon Musk hanno dato alla modificazione del concetto di guerra nella dottrina militare occidentale. E finisce con una dissertazione su come il potere dell’algoritmo, che decide il destino dell’informazione in Rete, interferisca sulle psicologie degli eserciti in divisa e no, visto che oggi la guerra è soprattutto interferenza psicologica. E qui forse basterebbe ricordare il grande giornalista e propagandista Walter Lippmann: “Quando tutte le notizie sono di seconda mano e ogni testimonianza si fa incerta, gli uomini cessano di rispondere all’autorità e rispondono solo alle opinioni”, separate dai fatti.