Cultura, precariato e operatori della comunicazione

Intervento alle Officine marconi con Fausto Bertinotti

2 aprile 2008

Arturo Di Corinto

Le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno modificato profondamente il modo di produrre ricchezza da parte dell’industria a tecnologia avanzata, hanno consentito una maggiore automazione dei comparti produttivi tradizionali e la dematerializzazione di prodotti di consumo, prevalentemente ludici, scientifici e culturali, ma soprattutto hanno modificato il mondo dei media e della comunicazione e il ruolo loro attribuito nella società.

Nella società digitale si è ampliato a dismisura il ruolo dei media e della comunicazione e lì dove c’è comunicazione, produzione di sapere e di discorso, lì c’è il potere. Un potere nomadico, che non risiede in strutture stabili e definite e che non è un semplice fatto, una struttura che si conserva e che viene annientata, ma un sistema di relazioni che decide di volta in volta chi ha potere di parola e chi no, determinando l’agenda setting – ciò di cui si parla e che richiede il formarsi di un’opinione – dando un ruolo cruciale agli stregoni della notizia – gli spin doctors – e che determina nuove forme di esclusione. Oggi la mancanza di accesso al sapere e alla comunicazione equivale sempre di più all’esclusione dal lavoro e dai diritti.

E’ in questo rapporto fra il potere e la comunicazione che va sviluppata la nostra critica. La produzione controllata di sapere oggi è tutt’uno con la condizione di assoggettamento dei nuovi schiavi della comunicazione che svolgono vecchie e nuove professioni: nel giornalismo, nelle pubbliche relazioni, nel marketing e nella pubblicità, siano essi designer, copywriter, fotografi, registi, o che lavorino negli uffici stampa, nell’editoria cartacea e nelle professioni Internet.

Questi comunicatori che hanno a che fare con tutto ciò che ruota intorno alla cultura sono figure multiformi e sfuggenti, i jolly dell’economia moderna. Il comunicatore migliora la performance aziendale, fa circolare l’informazione e crea valore aggiunto. Il comunicatore non è un eroe del nostro tempo ma un proletario mentale che fa della velocità e della precarietà le sue caratteristiche principali che deve continuamente adattare alla catena di montaggio della fabbrica dei media e del desiderio. Un sistema in cui la creatività intesa come trasmissione culturale viene applicata alle merendine e alla schiuma da barba e dove l’etica e i valori sono un optional.

E’ irreggimentando i comunicatori che la comunicazione e la cultura asservite alla logica spettacolare dei media, diventano subalterne all’audience intesa come fonte di profitto. E’ con il ricatto della precarietà che si produce conformismo e censura preventiva.

Volete un esempio? Il precariato sta uccidendo il giornalismo. Più del web, che ruba risorse e lettori alla carta stampata. Più dei telegiornali da operetta che rimangono il mezzo principe che gli italiani usano per informarsi. Più della crisi di credibilità delle grandi testate e dei giornalisti embedded. E gli editori di giornali in Italia pare non vogliano rendersene conto, convinti come sono che la crisi ormai permanente del settore si affronti con la riduzione dei costi e il taglio del personale, senza riconoscere i diritti dei contratti collettivi e usando come forza lavoro a basso costo gli stagisti delle facoltà di comunicazione e i neolaureati in cerca d’impiego, pur sfruttato e malpagato.

C’è una soluzione a questa vicenda?

Non c’è bisogno di essere marxisti per capire che la comunicazione è una merce che foraggia il sistema dei media che fa vendere le merci, con tutto quello che ne consegue: omologazione verso il basso dei gusti e dei comportamenti, contaminazione dei generi, produzione di consenso.

Che fare? Anzitutto prendere coscienza di questo stato, non considerarlo ineluttabile, collegarsi, connettersi, resistere. Come? Attraverso l’autoinchiesta, con la conricerca, per comprendere come la comunicazione sia fabbrica e recinto e che a dispetto della grande disponibilità di mezzi per comunicare si comunica poco. Perchè manca quell’aspetto di tessitura relazionale, di costruzione collettiva del significato che è l’essenza della comunicazione.

Poi però la parola deve passare alla politica che deve essere capace di fare proposte nette, come quella di un reddito garantito per gli intermittenti dello spettacolo, come quella di facilitare l’accesso alle professioni dell’informazione ridiscutendo il ruolo degli ordini professionali, o studiando un sistema di ammortizzatori sociali per arti, mestieri e professioni che sono per natura basati sull’apprendimento continuo e si ricreando incessantemente nei circuiti della relazione sociale.

Altro che riduzione di stipendio, libertà di licenziare e guerre fra poveri: vogliamo più tempo, più soldi, più diritti per chi lavora nella produzione di cultura e comunicazione!

http://www.sinistrarcobaleno.it/mercoledi-2-aprile-precult

Cultura, bene comune

 

Arte, cultura e creatività sono la ricchezza di una società che si rinnova e si trasforma.
Nelle storie e nelle opere degli artisti, nel lavoro di tante e tanti, operatori e tecnici dello spettacolo e della cultura, si raccontano esperienze individuali e mutamenti sociali, emerge la critica del reale e l’aspirazione al cambiamento, si costruiscono la memoria collettiva e l’immagine del futuro.
Oggi la creatività è la ricchezza non riconosciuta di un’economia che del lavoro cognitivo e intellettuale ha fatto un motore di sviluppo. Mai come ora la libera espressione della personalità sembra messa in dubbio dalla mercificazione degli stessi strumenti e delle condizioni che permettono la libera circolazione della conoscenza e della creatività.
La condizione di precarietà che caratterizza tutti gli operatori cognitivi impedisce il riconoscimento di un adeguato statuto sociale degli artisti e gli operatori culturali, ne svilisce la figure e riduce le loro competenze a ingranaggio del circuito di produzione e consumo.
“La sinistra, l’arcobaleno” vuole porsi all’altezza di questi problemi, per immaginare percorsi e proposte in grado di tutelare ciascuna storia creativa in tutti i passaggi, riconoscere lavoro e competenze, anche fuori e oltre la produzione di eventi, per tutelare quella zona grigia di precariato che rappresenta il moderno indotto dell’industria culturale. Vanno attivate nuove forme di reddito e welfare, in grado di intervenire sull’intermittenza di ciascuna espressione del lavoro culturale, per salvaguardare la qualità della vita.
In alternativa a un mercato che impone generi e gusti di consumo di massa e veicola un pensiero unico globalizzato, schiacciando le forme di libera creatività popolare e i patrimoni di sapere e competenza che germogliano ai margini del mainstream, vogliamo confrontarci con il tema dell’accesso libero e democratico al sapere e la cultura. Accesso libero a tecnologie, condivisione dei saperi e della creatività contro l’azione proprietaria, in favore di forme di copyleft e partecipazione; accesso economico a strutture, mezzi e competenze, attraverso cui esprimere liberamente le creatività. Il mondo dell’arte e della cultura hanno bisogno di strutture e risorse, finalizzate alla valorizzazione e l’espansione della creatività.
E’ nostra intenzione, in questa prospettiva, aprire un dialogo fecondo con il mondo della creatività e dei saperi, al fine di intraprendere la lotta per una maggiore estensione di opportunità, diritti e tutele che sappia intrecciare due punti di vista, sinergici e indispensabili: quello sulle condizioni che favoriscano la libera fruibilità, circolazione e realizzazione delle opere e degli eventi culturali e quello che contemporaneamente riconosca e tuteli le condizioni materiali di vita di chi vive ‘nel’ e ‘del’ mondo culturale, perché l’uno non vive senza l’altro.
Il dialogo, per quanto ci riguarda, è appena iniziato, e parte anche dal modo con cui abbiamo deciso di affrontare le questioni aperte, ponendoci in ascolto delle esigenze dei precari della cultura, mostrando nello stesso tempo che si può fare in un altro modo.
Per questo motivo vi invitiamo a partecipare a l’iniziativa pubblica che si svolgerà il 2 aprile 2008 alle ore 17.30 presso le “Officine Marconi” di Roma – spazio, recuperato alla socialità e alla cultura, che vive di partecipazione e libertà – e che vogliamo concludere in una grande festa (dalle 22,00 alle 2,00) con il Dj set degli Asian Dub Foundation.
Un’altra politica, più rispettosa e vicina alle esigenze dell’ambiente e della gente, può essere manifestata anche nelle piccole cose, come il palco fotovoltaico a bassissimo impatto ambientale con cui stiamo affrontando questa campagna elettorale, cominciando a praticare una nuova politica attenta alle reali esigenze del paese e di donne e uomini che ogni giorno vivono la propria quotidianità.
Vi aspettiamo.

Cordialmente,

Fausto Bertinotti
Roma 26 marzo 2008

D’Arte e Di Parte
Siamo ricchi! Ricchi di occhi, mani, di piedi, di sorrisi, di teste. D’idee. Di cultura. Quella cultura che è bisogno, invenzione, ricerca, condivisione, soluzione. Incontro. Socialità. Quella cultura, quelle culture, che non riempiono i palinsesti delle televisioni, che non fanno i caratteri cubitali e le “terze pagine” dei grandi giornali, cassetta ai botteghini, che non divengono blockbasters, o bestsellers. Non è la cultura “sfigata”, ma è quella che fa innovazione. Non è la cultura garantita dagli stipendi dei baroni universitari, ma dalle ricercatrici e dei ricercatori precari, dal teatro che ricerca, dalla musica che non trova posto, dal cinema che è grande non solo perché e sul grande schermo. E’ la cultura che non accetta le anacronistiche divisioni tra scienze dure, precise, e umaniste e che necessita di linguaggi condivisi, aperti interoperabili. E’ la cultura dei contenuti audio e video che riempiono le piattaforme tecnologiche digitali e che fanno di internet il più grande spazio pubblico. Questa ricchezza ha bisogno di sicurezza, sostegno, possibilità. Ha bisogno di spazi fisici (e mentali) accoglienti. Di superare barriere architettoniche, sociali, culturali. Anche il moderno digital divide. La cultura, come la ricerca non è un costo. E’ un investimento. La cultura ci sta stretta dentro la logica dell’impresa e del mercato. Ha bisogno di sicurezza d’investimento, di continuità. Di ricerca di base, di ricerca libera, svincolata dal profitto. Perché è questa la cultura che arricchisce tutti e tutte. Uomini e donne. Imprenditori, lavoratori, cittadini, giovani, anziani.
Investire nella cultura significa investire nel lavoro creativo, nel lavoro cognitivo. Significa liberarlo dalla precarietà. Garantire reddito.
Liberare la cultura significa liberare le lavoratrici e i lavoratori creativi, cognitivi dalla precarietà. Significa liberare i linguaggi informatici e condividerne i codici. Significa poter disporre dei prodotti intellettuali e artistici senza arricchire le “industrie del senso” e poterli utilizzare pienamente. Perché la cultura alimenta cultura.
Articolo 9 della Costituzione italiana: “Lo Stato promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica. tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Cioè promuove la condivisione, l’accesso, l’interoperabilità, l’utilizzo di ciò che chiamiamo cultura.
Abbiamo l’arte e la mettiamo da parte. Quella giusta.