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Alcune riflessioni sul futuro dei media digitali e della carta stampata.

Arturo Di Corinto*

Quando parliamo del futuro dei media digitali i partecipandi al dibattito si schierano subito dalla parte degli apocalittici o degli integrati. Il motivo? Il digitale mette in crisi il copyright (il diritto d’autore in Italia). Eppure un atteggiamento più sereno è possibile se proviamo a riportare il discorso alla sua giusta dimensione.

Proviamo a viaggiare nel tempo con l’immaginazione, e a tornare a un anno rivoluzionario: il 1448. E’ la data della comparsa di una nuova e rivoluzionaria tecnologia, quella della stampa a caratteri mobili, destinata a cambiare radicalmente il nostro modo di comunicare nei secoli successivi. L’idea geniale fu di un fabbro di Mainz, Johannes Gutenberg, ed ebbe subito un effetto, quello di mettere in crisi il “monopolio” degli amanuensi nella riproduzione dei testi sacri. Grazie a questa invenzione si incominciò subito a stampare la bibbia e poco dopo anche le perdonanze papali, creando, all’improvviso, un mercato inesistente, quello delle indulgenze, contro cui si scagliò Martin Lutero. La stampa a caratteri mobili diede un clamoroso contributo al Rinascimento favorendo l’affermazione del vernacolo e il declino del Latino, che a sua volta preparò l’Europa agli Stati nazione.

Allora la prima riflessione da fare è: se la Bibbia fosse stata tutelata dal diritto d’autore, il celebre artigiano avrebbe potuto permettersi di stamparla? Probabilmente no, con effetti immaginabili per noi tutti che veniamo dalla forma-libro della cultura. Il punto non è che sarebbe ancora il solo clero ad amministrare la parola di Dio, ma che sarebbe stato fortemente ritardato quel grande effetto di trascinamento sull’alfabetizzazione delle masse che la possibilità di leggere ciascuno la Bibbia ha determinato.

Non fu ca caso che le èlite aristocratiche e religiose del tempo, depositarie della parola di Dio, prima cercarono di fermare la diffusione della stampa, poi di controllarla, infine la adottarono come nuovo mezzo di comunicazione. Nei secoli seguenti, i sistemi sociali e legali degli stati, si adattarono al nuovo medium, e vennero elaborati sistemi e limitazioni al diritto di riproduzione dei testi a stampa. Dopo un lungo braccio di ferro con gli stationners, la Regina Anna d’Inghilterra nel 1710 promulgò lo Statute of Anne, che altro non era che un modo per limitare il diritto degli editori di pubblicare pamphlet ed articoli per ottenere un controllo di tipo censorio sui testi circolanti. Il copyright come lo conosciamo oggi era nato, eppure libri, riviste e giornali cominciarono a circolare diffusamente. Era iniziata l’era dei media di massa. Altre rivoluzioni seguirono, quella della radio, del cinema e della televisione, almeno ai loro esordi salutate come tecnologie per vocazione democratiche. Poi sappiamo quello che è successo: prima piegati a strumenti di propaganda, i nuovi media democratici sono andati incontro a fusioni, concentrazioni, monopoli, fino all’uso privato di certi politici dell’arena televisiva.

Dopo quelle della stampa, della radio e della tv, oggi stiamo vivendo una nuova rivoluzione, quella dei media digitali e, osservate la curiosità, oggi uno degli elementi centrali di questa rivoluzione dei personal media e dei media partecipativi è la produzione di diari online, i blog, e la piattaforma di content publishing finora più diffusa si chiama, movable type, il nome inglese dell’invenzione di Gutenberg.

Il fatto che nel mondo ci siano più di un miliardo di siti web e 90 milioni di blog su Internet, ci fa capire che questi numeri hanno profonde implicazioni per i modelli di business tradizionali dell’industria dei media, poiché la tecnologia rivoluzionaria del web, innervata dal linguaggio digitale, consente a tutti di diventare non solo autori ma editori di se stessi e di rivolgersi ad un’audience globale. Una trasformazione che ha visto l’affermarsi di una nuova figura di produttore-consumatore di cultura: il prosumer (producer + consumer), che si esercita giornalmente in una sproposita produzione di UGC, gli User Generated Content del cosiddetto Web 2.0.

Che implicazioni ha tutto questo per il mondo dell’editoria cartacea? Abbiamo smesso di comprare giornali e riviste? No. E’ successo qualcosa d’altro: giornali e riviste si sono progressivamente adattati ai nuovi linguaggi digitali. In Italia i giornali vendono come prima, ma sono diventati più leggeri, con testi ridotti, molte immagini e una grafica che spesso ricorda i siti Internet dove sono migrati in massa con alterne fortune. Se una crisi c’è è da ricercarsi nelle dinamiche di un mercato più competitivo e pilotato dalla pubblicità dove la free press fa la parte del leone rispetto a certi segmenti di pubblico.

Abbiamo smesso di comprare e leggere i libri? No. Siamo in molti che continuiamo ad amare l’odore di colla di un fresco di stampa, la possibilità di leggerlo in perfetta solitudine e di portarcelo dove ci pare. Inoltre, lo acquistiamo perché costa comunque di meno che stamparcelo da soli e non ci affatica come leggerlo sullo schermo di un computer. E’ questo uno dei motivi fondamentali del mancato processo di “napsterizzazione” dei libri, cioè quel processo per cui la copia digitale di una canzone o di un film, “quasi” perfetta e sempre più facile e veloce da realizzare è arrivata ad intaccare il mercato tradizionale di musica e cinema (determinando una decisa riduzione degli acquisti delle opere originali su supporto fisico) che hanno condotto alla battaglia legale che portò pochi anni orsono alla chiusura del primo e più diffuso sistema di file-sharing creato da Shawn Fenning per la condivisione degli MP3.

Non di meno possiamo avere voglia di ottenerne una copia digitale del nostro libro (o del giornale), di leggerlo sul computer o di stamparlo a casa e in ufficio. Oppure di spedirlo via Internet ad un amico. Questa nuova possibilità di fruizione può determinare un decremento delle vendite e un mancato introito per chi con fatica l’ha letto, corretto e pubblicato con dispendio di risorse. Quando questo accade parliamo di pirateria. Ma la pirateria alligna dove non siamo capaci di approntare metodi di risoluzione dei diritti innovativi, anche online. Oggi è possibile e anche semplice. E, ricordiamocelo, il copyright vale anche nel mondo di Internet, anzi il mondo di internet ha individuato delle licenze che rendono ancora più flessibile e facilmente esigibili i diritti d’autore – parlo ovviamente delle licenze Creative Commons e delle modalità online di pagamento sicure e veloci che oggi società certificate ci offrono mettendoci al riparo dalla truffe.

Inoltre il commercio di testi digitali, o anche il print on demand, può aprirci nuovi mercati, consentendoci di arrivare in località dove le librerie non ci sono e le biblioteche sono difficilmente raggiungibli; ci permette di rivolgerci a pubblici diversi, di altri paesi, ci consente di reperire e stampare testi ormai introvabili, ridurre i costi di magazzino e di trasporto e della preziosa carta. E’ il fenomeno della long tail di cui ci ha parlato Chris Anderson.

Paulo Coehlo, l’autore della fortunata Strega di Portobello è diventato pirata di se stesso e rappresentandosi sul web come un pirata con la bandana indica ai suoi fan dove trovare copie digitali gratuite delle sue opere. “E’ il vecchio passaparola online – dice – che soddisfa il desiderio di ogni autore, farsi leggere da più persone possibili”. Il suo agente ha dichiarato che sono 20 milioni le copie dei suoi libri scaricate gratis dalla rete, 100 milioni quelle vendute in libreria.

Ma c’è un’onda anomala che preoccupa e travolge l’editoria in rete che sembrava aver trovato una sua strada con gli e-book e il book on demand: e cioè la pubblicazione online di libri gratuitamente scaricabili. Tra i precursori, il collettivo italiano Wu Ming e una new entry d’eccezione, il premio nobel 2004 per la letteratura Elfriede Jelinek che chiede addirittura ai suoi lettori di aiutarla a finire di scrivere i suoi libri online. “Perché”, dice, “un libro non è mai finito”. E intanto l’Università di Harvard, apre le sue porte a tutti e ne affida la giustificazione al direttore della sua biblioteca: “Siamo stufi di un sistema chiuso e costoso, così si aprirà il mondo della cultura a chiunque voglia imparare”.

Un’iniziativa che conforta la scelta di molte università che hanno da tempo deciso di non pagare più la pubblicazione cartacea delle riviste scientifiche scritte, recensite e consumate dallo stesso mondo universitario che poi le riacquista a caro prezzo. Si tratta della Open Access Initiative.
E parliamo di numerose università e istituzioni accademiche europee che si sono impegnate nella Berlin Declaration per garantire la libera fruibilità e circolazione dei prodotti della ricerca accademica finanziata con soldi pubblici, organizzandoli in archivi liberamente accessibili e gratuiti. Tramite la pratica del Self-Archiving: i ricercatori depositano i loro articoli già pubblicati e referati altrove in archivi aperti digitali, conformi agli standard creati dalla Open Archives Initiative, che garantiscono l’interoperabilità. Invece, grazie all’intuizione delle Riviste open-access i ricercatori oggi possono pubblicare le proprie ricerche all’interno di riviste ad accesso aperto, i cui costi sono coperti da meccanismi diversi dagli abbonamenti. E’ il caso di Plos Medicine.
Cosa voglio dire con questi esempi? Che non dobbiamo avere paura del nuovo.

In ogni rivoluzione ci sono i giacobini e i conservatori, i monarchici e i repubblicani. Ogni rivoluzione ha degli effetti mai completamente prevedibili, si manifestano nel tempo, e ogni rivoluzione non è mai completamente giusta o completamente sbagliata.

La rivoluzione di Gutenberg ha avuto indubbiamente un effetto democratizzante, ha consentito a popoli interi di leggere la bibbia nella propria lingua e di liberarsi dall’oppressione di chi li voleva mantenere nella superstizione. La penny press, ha avuto un ruolo altrettanto importante per l’alfabetizzazione delle masse, l’organizzazione di classe dei lavoratori e la nascita del sindacato, ma ha anche permesso a molte persone di esprimersi creativamente.
Ogni beneficio ha degli effetti collaterali negativi: la diffusione della stampa ha favorito anche la pornografia e la propaganda nei regimi autoritari – nell’Unione Sovietica si finiva in galera per il possesso di una ciclostile – ma essa, la stampa, permette ancora oggi il confronto di idee e il dibattito democratico.

Questo vale anche per i media digitali. Non sappiamo ancora se gli effetti di questa rivoluzione digitale saranno tutti positivi o negativi ma sappiamo, parafrasando De Maistre che “ogni società ha i media che si merita”.

*Docente di Comunicazione Mediata dal Computer, La Sapienza, Università di Roma
Membro della Commissione sulle Nuove tecnologie e il diritto d’autore per la riforma della legge 633/41

LETTURE CONSIGLIATE
AA.VV., Nuove tecnologie e diritti di libertà nelle teorie nordamericane, a cura di G. Ziccardi, Mucchi Editore 2007
P. Aigrain, Causa Comune, l’Informazione tra bene comune e proprietà, Stampa Alternativa 2007
D. De Angelis, La tutela delle opere musicali digitali, Giuffrè 2005
A. S. Gaudenzi, Il Nuovo Diritto d’Autore, la tutela della proprietà intellettuale nella società dell’informazione, Maggioli Editore 2007
L. Lessig, Il futuro delle idee, Feltrinelli 2006
L. Lessig, Cultura Libera, Apogeo 2005
L. Lessig, Code: Version 2.0, Basic Books 2006
S. Rodotà, La vita e le regole, tra diritto e non diritto, Feltrinelli 2006
R. Stallman, Software libero – Pensiero Libero, Stampa Alternativa 2005