copertina nova
Codice di apertura civile
Arturo Di Corinto
giovedì 2 ottobre 2008
per Il Sole 24 ore Nova

Entrando a gamba tesa in un dibattito decennale, possiamo dire che forse la “classe hacker” non esiste, ma la cultura hacker certamente sì. E con altrettanta certezza possiamo dire che ha modellato profondamente la nostra società. Storicamente la cultura hacker è emersa in rapporto all’uso creativo delle macchine informatiche e le sue origini possono essere rintracciate nei dormitori del Massachussets Insititute of Technology a cavallo degli anni sessanta, quando un gruppo di scavezzacollo che si divertiva a giocare con i trenini elettrici decise che era più divertente farlo coi computer e coniò il termine hacker, per indicare quelli che con un “hack”, una furbata, facevano funzionare meglio software, relais e telefoni. Da allora la cultura hacker si è espressa come un orientamento a vivere giocosamente il rapporto con macchine, fili elettrici e computer.
E si è concretizzata nella creazione di hardware e software più semplici, usabili, economici e versatili, per facilitare la creazione di reti di macchine e di persone. Motivati dalla sfida intellettuale, dalla passione per la ricerca, dal riconoscimento all’interno della comunità e con l’ambizione di realizzare qualcosa di utile per sé e per gli altri, in quasi mezzo secolo gli hacker ci hanno consegnato strumenti potenti per fare meglio e più velocemente quello che ogni tappa della rivoluzione tecnologica ci offriva.
Infatti la cultura hacker non ha soltanto prodotto i protocolli su cui ancora viaggia Internet, i sistemi operativi su cui ancora si basano i supercomputer, il software libero, le reti peer to peer e strumenti di cooperazione come blog e wiki, ma ha cambiato il nostro modo di rapportarci al mondo del sapere, dell’informazione e della tecnologia.
Ma se appare ovvio il portato di questa cultura in tutte le attività umane che utilizzano i computer, strumenti ubiqui e pervasivi ormai insostituibili, diventati negli anni macchine generatrici di senso e di ambienti di vita, è meno ovvio individuare come i tratti ricorrenti e le caratteristiche peculiari dell’attitudine hacker si inverano oggi nella cosiddetta società della conoscenza.
Perciò la domanda da porsi è: come si rapporta la cultura hacker all’innovazione e alla conoscenza? E poi, la cultura hacker è stata completamente assimilata dall’economia informazionale? Ci vive in simbiosi o ne rappresenta un elemento di conflitto?
Se definiamo l’innovazione come la possibilità di fare quello che ieri era impossibile o impensabile, e se la condivisione di conoscenze è il motore primo dell’innovazione, capiamo come la cultura hacker e le storie degli hacker hanno strettamente a che fare con essa.
In maniera diretta, perché molti hacker sono diventati imprenditori dell’innovazione tecnologica. Steve Jobs e Richard Stallman sono considerati universalmente eroi della rivoluzione informatica, ma bisogna pensare che senza il Napster di Shawn Fanning oggi forse non esisterebbero i negozi di dischi online; che senza lo Skype di Niklas Zennstrom, useremmo interfacce impossibili per telefonare via Internet; e che senza lo Slashdot di Rob Malda vivremmo un’era pre-blog.
Ma la cultura hacker si rapporta con la conoscenza e l’innovazione in maniera più sottile. Primo, perché molti hacker, spesso sconosciuti, dedicano la propria vita a innovare idee, pratiche, strumenti, applicando il proprio metodo – il free-style nella programmazione, il cut-up e il pensiero laterale- a domini noti in maniera innovativa e non sempre ortodossa. E’ stato il caso di Jerome Rota e Max Morice che con un’operazione di reverse engineering hanno dato al mondo il famoso codec DivX. Oppure il caso di DVD John che ha dato una spinta impensata all’industria della sicurezza violando il codice di protezione CSS dei dischi Dvd. Secondo, perché se la produzione di beni materiali adotta sempre più di frequente il metodo dell’apertura e del decentramento come approccio principale del proprio modo di operare, l’etica hacker del lavoro, della cooperazione competitiva e della condivisione, l’orizzonte della comunicazione globale e senza limiti, è ormai tutt’uno con i modelli di produzione prevalenti dell’industria immateriale.
Nei contesti knowledge intensive dove le gerarchie rappresentano un freno alla produzione di idee, dove la cooperazione e il virtuosismo tecnico sono la precondizione per superare routine burocratiche e il decentramento è l’unico modo di lavorare in parallelo su progetti complessi, è evidente come tutta la società sia debitrice dello stile hacker di lavorare.
Un atteggiamento che ha progressivamente reso obsoleta l’organizzazione piramidale aziendale, ponendosi in continua osmosi con l’esterno, fino a delineare forme d’impresa a rete, secondo modelli operativi che incentivano i dipendenti a lavorare fuori dall’impresa, senza distinzione fra tempo di lavoro e tempo libero, la cultura hacker è diventata una metafora organizzativa dell’industria moderna intesa come sistema connesso, aperto e decentrato.
Ma, anche se non ce ne accorgiamo più, l’influenza di questa cultura sta soprattutto nel metodo applicato alla risoluzione dei problemi, un metodo basato sul libero scambio di informazioni, la libera condivisione di idee e risultati, il libero utilizzo del patrimonio di conoscenze comuni. Un metodo che, unito all’enorme fiducia degli hacker nella libertà di ricerca, di cooperazione, di competizione, si configura come una concezione “post-calvinista” del lavoro e del mercato.
Per questo sarebbe difficile pensare l’innovazione oggi senza la passione per la condivisione tipica della Republica della Scienza da loro immaginata.
Perciò, se possiamo dire che l’hacker è diventato il prototipo del knowledge worker dell’economia informazionale, c’è un aspetto della sua cultura che non è ancora stato assimilato, ed è il rapporto che essa intrattiene con la proprietà. Gli hacker considerano da sempre la proprietà intellettuale un ostacolo al dispiegarsi delle potenzialità della cooperazione sociale basata sulle macchine, e questo è il motivo della loro profonda avversione nei confronti dei recinti che impediscono l’accesso agli Information Commons, i beni comuni della conoscenza.

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Arturo Di Corinto
giovedì 2 ottobre 2008
per Il Sole 24 ore Nova