INTERNET, LIBERTÀ E DIRITTI: A PARTIRE DAL CASO WIKILEAKS
di Arturo Di Corinto
per ARCI
15 febbraio 2011

Internet non è mai stata anarchica. Al contrario la sua origine e il suo sviluppo rappresentano un grande esempio di organizzazione e coordinamento. Fra ricercatori, imprese, hacker, università e governi. E’ vero piuttosto che ha sempre risentito dell’impostazione libertaria e comunitaria dei singoli e dei gruppi che hanno lavorato alla definizione delle sue regole di funzionamento e che esprimeva una cultura fondata sulla libera manifestazione del pensiero, coerente con le leggi e la cultura del luogo geografico dove si è inizialmente sviluppata, gli Stati Uniti. Un approccio che però non è quello di molti stati autoritari o in via di democratizzazione come dimostra la censura operante in molti paesi.
Internet non nasce come arma militare. Al contrario la sua origine e sviluppo rimandano alla felice intuizione del presidente americano Eisenhower di dotare i centri di ricerca militari e accademici, pubblici e privati, di una infrastuttura flessibile in grado di connetterli per meglio allocare le risorse finanziarie e condividere quelle scientifiche. E’ vero piuttosto che Internet è diventata luogo e strumento di conflitti, sia sociali che militari, luogo di rivendicazione di diritti negati e teatro di operazioni di guerra cibernetica, la cyberwar, come gli attacchi all’Estonia hanno dimostrato.
Internet non è il luogo elettivo di pirati informatici, pedofili e terroristi. Al contrario connettendo circa un terzo della popolazione mondiale, è il luogo dove tutti parlano con tutti e fanno affari. E’ vero piuttosto che da dispositivo strumentale ad uso di accademici e ricercatori è presto divenuta uno spazio di innovazione sociale e politica. Oggi è la più grande agorà pubblica della storia. Con una precisazione: anche l’agorà ateniese era luogo di lotte e di conflitti, e l’esercizio della democrazia è dalle origini un lavoro lungo, lento, colto e difficile.

Per le sue caratteristiche e la sua genesi Internet è intrinsecamente uno strumento di democrazia? Si e no. La sua natura decentrata e rizomatica, la sua ubiquità, la sua tecnologia, la rendono resistente a interruzioni e malfunzionamenti e difficilmente controllabile. Tuttavia la rete può essere controllata e viene controllata come è accaduto nel caso del suo spegnimento durante i tumulti in Iran ed Egitto.

Possiamo rappresentarci la rete come un dispositivo, una piattaforma a livellli sovrapposti: infrastrutturale, tecnico, legale e contenutistico. Chi vuole controllare la rete, influenzarne la performance, piegarla a specifici interessi, interviene a ciascuno di questi livelli. La difficoltà di farlo sta nell’articolata collaborazione che ne rende possibile il funzionamento e che richiede appunto la cooperazione spinta di soggetti tecnici, gruppi sociali, imprese, governi nazionali ed enti sovranazionali.
Mentre ci sono soggetti che rivendicano per sé un utilizzo libero e senza limiti della rete attraverso le sue applicazioni, e gruppi che rivendicano il suo uso in un’ottica di trasformazione sociale, ci sono le imprese che la usano come piattaforma commerciale globale e ne chiedono un’oculata regolazione. Mentre ci sono stati che usano la rete in chiave geopolitica, ci sono stati che la usano per sviluppare il potenziale umano e favorire crescita, sviluppo e democrazia. I differenti intenti che animano questi soggetti sono alla base dei conflitti che oggi vengono agiti intorno e attraverso la rete.
Consapevoli delle potenzialità del mezzo e avvertiti di questi conflitti, la stessa Onu ha voluto riunire il parlamento dei “rappresentanti di Internet” imprese, governi, cittadini e associazioni, e ha dato vita all’Internet Governance Forum (Igf). All’interno dell’Igf è stata discussa a più riprese l’idea di un Bill of Rights della rete che, sulla scorta delle grandi costituzioni liberali che enunciano principi piuttosto che prescrizioni, punta a definirne in maniera consensuale e partecipata un insieme minimo di caratteristiche in grado di garantirne l’apertura, la privacy, la sicurezza, la stabilità e l’evoluzione. L’IGF non è tuttavia un luogo decisionale e molte delle questioni che affronta non possono essere risolte solo sulla base del consenso e del dialogo multilaterale, ma richiedono una “cooperazione avanzata” fra gli stati e un processo generalizzato di awareness building.
Poichè non appare utile né desiderabile che tali interessi divergenti vengano affrontati in ultima istanza solo nelle aule dei tribunali, dove spesso la magistratura deve supplire alle mancanze del legislatore per dirimere le controversie che l’uso della rete genera, appare importante l’invito fatto da Magistratura Democratica ad approfondire il tema dei diritti e delle libertà in rete (Roma, 18 febbraio 2011, Corte Suprema di Cassazione) per una riflessione a tutto campo sugli strumenti più adatti a liberarne il potenziale in termini di democrazia e giustizia.