E-democracy come autogoverno
Aturo Di Corinto per La Nuova Ecologia
5 luglio 2006

Certe volte l’e-democracy sembra una coperta corta. Stiracchiata da una parte e dall’altra per interessi di bottega, la sua definizione univoca sembra impossibile. Questo accade perché seppure ci sia un generale accordo sul senso che il celebre prefisso “e” apporta a processi e pratiche antiche – e-business, e-commerce, e-health ecc. – c’è sempre qualcuno che gioca col significato di democrazia.
Quando se ne cominciò a parlare, la scuola californiana dei Kelly e dei Rossetto – quelli di Wired – associava alla e-democracy, la democrazia elettronica, il potere taumaturgico di potersi liberare da una casta di mediatori della politica e di autorappresentare le istanze derivanti dal popolo. Era l’apice delle user conferences su Internet e delle reti civiche comunitarie degli agglomerati urbani statunitensi, e la possibilità di e per tutti di discutere su tutto sembrava prefigurare la nascita di una nuova sfera pubblica, con regole e strumenti propri. L’utopia che le tecnologie allora emergenti potessero aprire nuovi spazi di democrazia era la stessa che aveva accompagnato la diffusione del cinema, della radio e della televisione (e sappiamo come è finita: fusioni, concentrazioni, monopoli) e anche la Politica ne rimase affascinata ritenendo che l’opportunità dei cittadini di esprimersi sui temi del vivere civile fosse un toccasana al calo di partecipazione democratica, ma continuando a distinguere sempre il carattere consultivo di tale partecipazione dai momenti decisionali propri di un mandato che gli elettori consegnavano a loro e solo a loro. Maturando la tecnologia e crescendo l’attitudine culturale all’uso degli strumenti informatici e telematici, cominciò tuttavia a farsi strada l’idea che essi potevano essere lo strumento per una democrazia attiva, informata e perennemente costituente in grado di influire in maniera inedita sulla sfera del politico. Nel nostro paese se ne è parlato molto e basta rileggere Stefano Rodotà per farsene un’idea. Il punto è che solo questa prospettiva, l’e-democracy come processo, consente di parlare di democrazia elettronica laddove le applicazioni della tecnica accompagnano e potenziano il metodo democratico.
La democrazia infatti, con buona pace di chi confonde il suo senso con quello di partecipare al gioco del lotto elettorale e che oggi ha la sua moderna espressione nell’e-voting, non può essere intesa che come processo che parta dalla ricognizione dei problemi, dal dialogo sui valori, sugli interessi e gli obiettivi degli attori sociali per concretizzarsi attraverso momenti di discussione, di consultazione e deliberazione, congelati temporaneamente dalle leggi che proprio perché espressione di una certa temperie culturale, sono oggetto di interpretazione e, quando necessario, di modifica, sottoposte finanche alla delegittimazione popolare quando palesemente discordi dalle pratiche sociali pù diffuse.
Allora la riflessione che alcuni studiosi fanno quando preferiscono parlare di e-partecipation forse si avvicina di più al senso di democrazia elettronica. La partecipazione continua è consustanziale alla democrazia e non ne rappresenta un ammennicolo accessorio.
Allora, anche se non siamo tutti d’accordo su cosa sia la democrazia elettronica possiamo dire cosa non è la e-democracy: non è la scelta fra due opzioni date e definite dall’alto: non è il referendum elettronico; non è l’utilizzo delle macchinette Diebold in sostituzione di carta e matita nelle consultazioni elettorali: non è l’e-voting; non è neppure la concessione di spazi di discussione ai cittadini da parte dei loro rappresentanti istituzionali; è invece, la costruzione di una sfera pubblica che implementi procedure, queste sì, democratiche di espressione, consultazione e deliberazione ai fini della rappresentanza di istanze e bisogni verso le istituzioni e della loro verifica attuativa.

Allora viviamo già nella democrazia elettronica? Forse sì. 300 milioni di blog, miliardi di pagine web, giornali online fatti dai lettori, comunità virtuali di professionisti, liste di discussione, rappresentano chiaramente il terreno di coltura di questa nuova sfera pubblica che, come nel caso delle petizioni online, delle smart mobs degli SMS o del blog journalism, ha decretato fortuna e miseria di anchormen televisivi, sostituito la testimonianza diretta ai report dei giornalisti embedded, obbligato parlamenti a modificare leggi, messo in crisi governi e incrinato relazioni diplomatiche fra Stati. Questa sfera pubblica però si avvantaggia anche di tutti quegli strumenti che favoriscono il rapporto di fiducia fra cittadini e amministratori e cioè la trasparenza dei processi e delle decisioni che li riguardano, cioè gli strumenti di e-government, il governo elettronico, che non è la democrazia elettronica ma, insieme al quarto potere dell’informazione digitale, rappresenta un embrione di autogoverno.