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Wikileaks: quando trapela la notiza
Arturo Di Corinto
per Peace Reporter di ottobre

Amnesty International ha insignito nel 2009 Wikileaks del premio “International Media Awards” riconoscendone la meritoria azione informativa nel campo dei diritti umani.
Wikileaks è un sito che pubblica informazioni che i governi tendono a mantere segrete e per questo si autorappresenta come un sito anticorruzione. Fondato da un gruppo di giornalisti e attivisti per i diritti umani europei e americani, teologi della liberazione brasiliani e dissidenti cinesi e iraniani, Wikileaks è stato spesso alla ribalta anche per le modalità di raccolta di informazioni privilegiate e top secret che possono essere inviate al suo sito in assoluta segretezza grazie all’uso della crittografia. Un team di volontari organizza e pubblica queste notizie garantendo la segretezza, l’affidabilità e la sicurezza delle fonti, mentre un gruppo di hacker distribuito ai quattro angoli del pianeta si occupa della sicurezza del sito e di chi lo contatta.

Wikileaks due mesi fa ha pubblicato gli “Afghan war diaries” che hanno messo in grande imbarazzo l’amministrazione Usa rendendo noti 76 mila documenti di intelligence circa le (pessime) modalità di gestione del conflitto afgano. Ed é subito scoppiata la polemica, ma senza che nessuno mettesse i dubbio direttamente la veridicità dei contenuti pubblicati. C’è stato chi ha accusato Wikileaks di “intelligenza col nemico”, chi di ingenuità e manipolazione, scorrettezza giornalistica e finanche attentato alla sicurezza dello stato. Mentre i suoi sostenitori e lettori aumentavano di numero, è stata avviata una vera e propria campagna di delegittimazione nei confronti dell’organizzazione no profit e del più celebre dei suoi fondatori, l’australiano Julian Assange, accusato di stupro da due donne che hanno poi ritrattato. Ma se indagare sulla fondatezza dell’accusa di stupro ci porta nel terreno delle più classiche cospirazioni, la seconda accusa necessita di essere approfondita.
L’accusa infamante per un sito che fa della trasparenza la sua missione principale è che non essendo noto chi finanzia wikileaks – che dichiara una necessità di cassa di 400 mila dollari annui per server e personale – non ci si possa fidare. Per questo, nell’epoca del giornalismo partecipativo che compete con quello dei media mainstream, gli viene chiesto di operare come le testate giornalistiche tradizionali, rendendo pubblici bilanci e finanziamenti.

Ma il parallelo è sbagliato. In Italia ad esempio la Corte Costituzionale ha più volte spiegato che il “mercato” dell’informazione necessita di regole a garanzia del pluralismo di fonti e contenuti per un motivo preciso: alti costi di produzione, scarsità di risorse, oligopoli e concentrazioni possono determinare “difetti” informativi e il pericolo della manipolazione dell’opinione pubblica. Una situazione che evidentemente non è applicabile al web che ha bassi costi di accesso, risorse di pubblicazione virtualmente infinite e grande dispersione delle fonti visto che ognuno è editore di se stesso e può trasformarsi se lo vuole in “giornalista per caso”
Ma se è lecito chiedere trasparenza a chi offre informazioni, il parallelo è comunque sbagliato.
Come ha notato Vittorio Pasteris – curatore del Festival Internazionale del giornalismo di Perugia – la prima osservazione da fare è che la trasparenza vera dei media tradizionali non si risolve con la pubblicazione sintetica dei loro bilanci. A parte che sono molto sintetici e di difficile interpretazione, “è un po’ come conoscere i componenti di un alimento e di un farmaco per decidere se mangiare un pasto o scegliere di auto somministrarsi un farmaco.”
I due fatti, l’accusa di stupro e molestie sessuali verso due donne inizialmente consenzienti e quella di scarsa trasparenza fanno sorgere il sospetto che si voglia spostare l’attenzione dai fatti denunciati al denunciante, con buona pace della ricerca della verità.
Se così non fosse bisognerebbe chiedere la stessa trasparenza per tutti i finanziatori delle aziende editoriali su Internet e chiedere conto della proprietà di giornali che con le sole vendite e la pubblicità certo non starebbero in piedi, invece di discutere di un sito che per sua stessa ammissione si autofinanzia chiedendo a tutti di contribuire.
A proposito: se proprio volete seguire il principio del “to follow the money” per sapere a chi risponde Wikileaks, basta fare una piccola ricerca in rete e leggerne bene il sito per sapere che le spese vengono pagate come rimborsi a piè di lista da diverse fondazioni: tra queste la Wau Holland Foundation con sede in Germania e che secondo la legge non deve rendere noti i suoi finanziatori. Ma Wikileaks è anche registrata come charity negli Usa, come giornale in Francia, come biblioteca in Australia, eccetera. Una molteplicità di fonti che già di per sé è garanzia di pluralismo.