Società dell’informazione e società dei saperi
(Anna Carola Freschi)

La trasformazione iniziata negli anni ’60 e che va ancora sotto il nome di società dell’informazione – anche dopo le nuove opzioni di sviluppo innestatevi dalla diffusione delle reti digitali -, sta dispiegando con sempre maggior evidenza uno dei suoi potenziali più importanti: il cambiamento delle forme della partecipazione sociale.
La società dell’informazione poteva dirigersi, ed è successo, verso processi più sofisticati di burocratizzazione, nel pubblico e nel privato, di controllo sociale, verso una individualizzazione esasperata delle condizioni di vita e di lavoro. Poteva ridurre la società in frammenti eterodiretti e isolati, governati dalla razionalità unica dell’efficienza economica, da una visione compatta ed astratta del mercato e della tecnica.
Per fortuna, a questo sviluppo se ne sono accompagnati altri di segno opposto. Tra questi sentieri alternativi c’è quello di coloro che, concentrandosi su pratiche sociali nuove delle tecnologie info-telematiche al centro della trasformazione, ne hanno valorizzato le opportunità più autenticamente innovative, spingendosi oltre, proprio alla ricerca della società: comunità virtuali, media ‘dal basso’, forme inedite di cooperazione produttiva, esperienze nuove di partecipazione civica e di azione collettiva.
Il percorso di questi attori sociali – hackers, media-attivisti, sostenitori dei diritti in rete (cyberights), reti civiche comunitarie – ha un grandissimo valore paradigmatico rispetto al panorama dei protagonisti della trasformazione sociale in corso. Al centro del loro discorso politico ci sono infatti la ri-appropriazione della tecnologia, della ricerca e della comunicazione da parte di tutti: contro la colonizzazione commerciale della sfera pubblica, e quella incalzante della scienza, per la socializzazione universale dei saperi come base per una società giusta e aperta, creativa e solidale; per uno sviluppo tecnologico orientato al soddisfacimento dei bisogni sociali e disincantato di fronte al feticismo delle merci hi-tech. Queste istanze sono fondate sul riconoscimento dell’irriducibilità delle identità culturali e sociali individuali e di quelle dei gruppi più deboli, sulla critica all’organizzazione sociale burocratica e sulla riaffermazione del principio della solidarietà sociale. Tutti questi temi sono riferimento centrale per molti altri soggetti della ‘società dei saperi’, soggetti portatori appunto di saperi eterodossi, marginali e fortemente contestuali – donne, ambientalisti, movimenti dei paesi del sud del mondo, pacifisti, ecc..
Uno degli aspetti più stimolanti dei nuovi movimenti sociali è proprio l’aver costituito questa grande agora dei saperi. La rete virtuale è stata un elemento chiave in questo processo e per questi soggetti, spesso esclusi dal sistema mass mediale. Ha permesso di creare nuove relazioni sociali, di costruire identità, più aperte e complesse, di attivare iniziative e progetti. La rete virtuale è divenuta indistinguibile da quella sociale, si è intrecciata con i territori, più vicini e lontani, e, sfuggendo alla pressione della globalizzazione mass mediatica, ha permesso sia di ricostruire una sfera pubblica intermedia, un luogo di incontro e dialogo fra simili ma non identici, sia di gettare ponti verso la sfera pubblica di massa.
Le implicazioni politiche generali di questa grande trasformazione sono molte e importanti. Una, centrale, riguarda la diffusione della politica nelle pratiche quotidiane e non istituzionali, segnalata da tempo da autorevoli studiosi. E’ uno spostamento di baricentro che ha comportato per i soggetti l’opportunità di costruire nuove micro-reti sociali di relazioni e di condivisione. Il secondo punto è strettamente collegato. Nella società dei saperi non si può prescindere dal riconoscere valore alla partecipazione e al contributo di ciascun individuo, indipendentemente dalle sue affiliazioni organizzative. L’idea di democrazia partecipativa, in cui i processi decisionali sono assimilati idealmente a percorsi di apprendimento cooperativo – senza eludere gli elementi conflittuali – va incontro a quest’esigenza di partecipazione fuori dalle logiche rappresentative consolidate, attenta agli individui, ai gruppi informali, alle identità emergenti.
Ancora una considerazione. Nella società emergente i conflitti e i dilemmi sulla tecnologia – che innerva sempre più processi produttivi e simbolici – riguardano tutti. Le questioni legate alla tecnologia, ai diritti digitali, alle nuove forme di regolazione della proprietà intellettuale, non possono essere considerate una faccenda dei soli tecnologi, un settore delle politiche a se’ stante, un nuovo recinto di competenze in competizione. E’ importante che a sinistra politici di professione e movimenti, ma anche specialisti della tecnica, colgano le opportunità di questo aspetto.

Welfare state e società dell’informazione.
(A.C.F.)
Non c’è società dell’informazione solida e solidale senza Welfare state. Questa la tesi centrale del bel saggio The Welfare State and The Information Society. The Finnish Case (Oxford, 2001), di Manuel Castells, uno dei massimi interpreti della ‘società in rete’, e Pekka Himmanen, autore de L’etica hacker e lo spirito della società dell’informazione (Feltrinelli 2001). In questo scritto, passato purtroppo quasi inosservato nel dibattito italiano sul welfare e anche sulla società dell’informazione, Castells e Himmanen mostrano come siano possibili percorsi di sviluppo della società dell’informazione divergenti, con costi sociali ed economici molto diversi. I tre modelli presi in considerazione – quello neo-liberista statunitense, quello autoritario di Singapore, e quello finlandese, dove, nel confronto, welfare state, protezione del lavoro, relazioni industriali sembrano aver resistito all’onda neoliberista – si sono via via distanziati su tutta una serie di indicatori di non poco conto, relativi a disuguaglianze sociali, criminalità e stabilità della crescita.
Gli autori sostengono che proprio le caratteristiche della società dell’informazione, la centralità dell’innovazione, la flessibilità richiesta al lavoro e alle imprese, gli investimenti nella formazione e nella ricerca, rendono il sistema di garanzie sociali e relazioni industriali, la fiscalità e gli investimenti in beni e servizi collettivi ancora più cruciali per lo sviluppo, oltre che per la coesione sociale, di quanto quelle stesse istituzioni non fossero state nella società industriale.