ACTA: una guerra politica
Arturo Di Corinto
per ARCIREPORT anno X, n. 4, 31 gennaio 2012

E così ce l’hanno fatta. Le grandi multinazionali sono riuscite a imporre all’Unione Europea la firma del trattato ACTA, l’accordo globale anticontraffazione. Con la scusa di tutelare i diritti di proprietà intellettuale dei produttori di farmaci, alimenti, canzoni e film dalla pirateria globale, poche corporations sono riuscite ad anteporre i propri profitti alla libertà di espressione, di ricerca, di cooperazione, mettendo a rischio economie di sussistenza, il diritto alla salute e alla cultura e trasformando Internet in uno stato di polizia.
Dopo tre anni di accordi riservati, pesanti azioni di lobbying, e di sberleffi al Parlamento Europeo, l’accordo è stato siglato a Tokio da una quarantina di paesi fra cui USA, Giappone, Canada, Australia e Unione Europea. Dicono dovrebbe armonizzare le regole e le modalità di enforcement sulla proprietà intellettuale, ma la verità é che si tratta di un imponente dispositivo di censura e autocensura che prevede dure sanzioni e persino la galera per chi ne viola le regole. Alla faccia della privacy. Per chi produce farmaci generici, ad esempio, visto che In base ad Acta, le grandi aziende farmaceutiche potranno richiedere e ottenere i nominativi di chi sta facendo ricerche su farmaci basati su brevetti e impedire le ricerche sugli equivalenti generici, mentre le major del disco potranno chiedere ai provider i dati degli utenti sospetti di violazione del copyright. Senza l’intervento della magistratura.
La posta in gioco è alta e non ha niente a che vedere con la tutela dei cittadini.
ACTA è “un’evoluzione” dei famigerati TRIPs (Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights) gli accordi sul libero commercio intesi fra l’altro a limitare la commercializzazione di farmaci anti-Aids; é figlia del pessimo Telecom Package che dovrebbe armonizzare il mercato europeo delle telecomunicazioni ponendo pesanti restrizioni al libero uso della rete; é il coronamento degli sforzi della lobby anti-Internet che dal 2005 chiede, passando per il governo americano, che l’Europa attui un pesante giro di vite sulla diffusione di contenuti online remixati dagli utenti.
Il tema è geopolitico. Obiettivo sono la Cina e la Russia, vasti mercati di copie illegali del l’industria hollywoodiana, l’India e il Sudafrica, dove si sperimentano i farmaci generici salvavita, il Brasile, dove si ampliano gli appezzamenti di terra coltivata con sementi OGM brevettate. La crisi economico-finanziaria che morde l’Occidente ha anche questo come effetto, l’irrigidimento delle norme a tutela degli asset immateriali delle imprese che invece di competere sulla qualità e l’innovazione dei propri prodotti, cerca di non perdere un euro o un dollaro di revenues legate a royalties e brevetti. Ma sotto sotto c’è anche un attacco di tipo politico. Contro Obama, notoriamente sostenuto dai grandi intermediari della comunicazione come Google, Facebook, Twitter, e i grandi fornitori di connettività, attraverso cui la “pirateria” si declina, e che non per caso sono contrarie ad ACTA, all’opposto delle associazioni dei discografici e dei cinematografici, insieme a un pugno di multinazionali del farmaco come Monsanto e Pfizer. La cosa sarebbe farsesca se non fosse tanto drammatica. Proprio loro che campano sulla biopirateria e sul copyright di opere della cultura orale come fa Disney, chiedono un giro di vite contro i pirati. Ma l’accordo deve essere ratificato a giugno dall’Europa. Le dimostrazioni di strada contro ACTA negli Usa, in Inghilterra e in Polonia, e gli attacchi di Anonymous in rete contro le multinazionali, ci dicono che non tutto è perduto.