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25-10-2006
Arturo Di Corinto

Google video, Youtube, Current tv; Vlog, videosharing, social broadcasting, e la comunicazione visuale non ha più confini. Con una telecamera, un pc, un software per il montaggio e una connessione a Internet tutti possono diventare filmaker e raggiungere coi loro film una platea mondiale. E tra breve li potremo guardare anche sull’iPod. Siamo entrati nell’era dei media personali.

Grazie ai circuiti peer to peer, la condivisione di file multimediali su Internet occupa una percentuale stimata intorno al 70 per cento degli scambi on line. E’ l’era della creatività. Giovani e meno giovani prendono, copiano, tagliano, rimescolano incessantemente il loro patrimonio di immagini, per divertirsi, sperimentare e raccontare storie, diventando però, in un battibaleno, sospetti criminali per le major del disco e l’industria di Hollywood, che temono la violazione dei loro diritti di proprietà sui materiali usati per le produzioni amatoriali.
Un paradosso. Mentre l’elettronica di consumo e le telecomunicazioni offrono strumenti sempre più potenti per tagliare e cucire testi, musica e immagini, e poi immetterli in rete, nei computer vengono inseriti chip che controllano come, quando e cosa si produce, e perfino dove viene spedito: è la tecnologia del Trusted Computing. Sempre loro, tolto il cappello di produttori di hardware e fornitori di connettività, indossata la veste di editori, impongono misure sempre pù restrittive sui contenuti di cui detengono i diritti usando le famigerate TPM, le misure tecniche di protezione che mettono il lucchetto ai contenuti digitali in modo che non si possano utilizzare a fini creativi: sono i DRM, i Digital Rights Management.
Se non bastasse, con una ripetuta azione di lobbying hanno ottenuto che l’Unione Europea si prepari a istituire una licenza obbligatoria per i video su web, anche per quelli “originali”, contestata finora solo dal governo britannico che teme danneggi “la nuova industria emergente”.
Si tratta di una proposta di direttiva europea nota come Television Without Frontiers e contiene un’idea di estensione del concetto di televisione ai video web assoggettandoli quindi alle complesse regolazioni che in vari paesi determinano le concessioni dei diritti di broadcasting e l’assegnazione delle radiofrequenze. “E’ la guerra di Hollywood contro la generazione digitale” è stato detto. La frase che sintetizza questa situazione non per caso è diventata il sottotitolo del libro del giornalista J.D. Lasica: Darknet. (pubblicato in italia qualche mese fa dalla Rgb).

E’ una guerra, ma anche la prova che produttori e distributori di musica e audiovisivi stanno perdendo terreno e che non gli basta più di invocare la scarsa qualità della musica e dei video che si trovano su youtube.com o facebook.com per giustificare il monopolio dei diritti su suoni e immagini ma neppure ingaggiare una pletora di avvocati pronti a denunciare qualsiasi uso, anche quello una volta possibile del “fair use”, l’uso consentito, per ribaltarne le sorti.
Ma questa guerra alla generazione digitale induce i loro antagonisti a giocare la partita con gli stessi strumenti. Anzitutto, sempre più creativi producono contenuti originali e li distribuiscono online attraverso licenze libere come le Creative Commons, . I commoners, in Italia molto attivi, offrendo schemi di licenze libere cercano di equilibrare i diritti di autori, editori e consumatori aiutando gli autori a scegliere i gradi di libertà da associare alle opere e ribaltando la formula del copyright, da “tutti i diritti riservati” ad “alcuni diritti riservati”. Così accade che un autore può liberamente decidere di mantenere il riconoscimento della paternità dell’opera, ma di lasciarla a disposizione di tutti affinchè chiunque possa farne un’opera derivata (un film da un libro, un dramma da un videoclip) o addirittura venderla.

La diffusione delle licenze Creative commons è anche l’occasione per denunciare i limiti del copyright stesso, perciò all’accusa dell’appropriazione indebita di materiali coperti dal diritto d’autore, i creativi rispondono contrattaccando, con spot, tutorial e conferenze per dimostrare che i primi a impossessarsi di ciò che è comune sono proprio le major oligopolistiche.

In Italia sta facendo il giro della rete un video, The Disney trap, (La trappola di Disney. Come il copyright ruba le nostre storie, che si trova su youtube) realizzato da iQuindici, comunità di lettori/autori affiliata alla Wuming foundation, dove si racconta come il copyright tradizionale impedisca l’uso creativo delle opere che i nostri avi ci hanno lasciato in pegno, per usarle e condividerle, e non certo per metterle sotto chiave. L’esempio che portano è quello di un’opera popolare come steambot bill, che la Disney ha trasformato nel primo grande successo di quello che diverrà il topo più famoso del mondo, steambot willie; ma ci ricordano pure che molti autori, quali James Joyce, sono debitori al cantore greco Omero per l’uso della figura narratologica dell’Ulisse. Se accadesse oggi sarebbe accusato di plagio.