articolo21Copyright vs internet. In mezzo rimane il consumatore, inascoltato

Arturo Di Corinto per Articolo21 del 30 gennaio 2014

Dai primi giorni del mese di Marzo entrerà in vigore il nuovo regolamento contro la pirateria online voluto dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. La sua attuazione prevede l’inibizione dell’accesso o di specifici contenuti a siti pirata senza passare per un giudice in seguito alla semplice segnalazione delle parti in causa, da attuarsi a livello di Internet Service Provider che per farlo dovranno violare la privacy dei loro utenti. Il regolamento è stato oggetto di un lungo braccio di ferro tra quanti ritengono che l’Autorità non posso recitare tre parti in commedia, regolatore, inquirente e giudicante, e quanti ritengono che la sua applicazione rappresenti un deterrente efficace contro l’emorragia di profitti delle major e dell’industria dei contenuti.

Per capire il significato di questo scontro però è necessario fare un passo indietro e capire se questa forzatura sia giustificata ed effettivamente utile allo scopo dichiarato.

Da quando Internet e i computer hanno trasformato ogni scrivania in stamperia, sala di registrazione, casa editrice e negozio online, la pirateria digitale ha raggiunto livelli impressionanti. E, di conseguenza, il livello di contrasto legale alla copia, manipolazione e distribuzione abusiva di software, film, libri e dischi, ha toccato il suo apice da quando nel 1710 la Regina Anna promulgò l’editto di nascita del copyright che concedeva agli stampatori il monopolio sul materiale pubblicato per 14 anni.
La protezione delle opere dell’ingegno è problema che assilla i legislatori dall’invenzione di Gutenberg, ma oggi che il digitale è il linguaggio universale della produzione di beni culturali e ricreativi – l’economia informazionale – l’impalcatura a difesa del diritto d’autore non basta più anche se continua a proteggere le opere fino a 70 anni dalla morte dell’autore.

Gli stessi strumenti che hanno innovato l’industria e che consentono ai consumatori di cercare, provare e acquistare online i pezzi del cantante preferito o l’ultimo libro della saga di maghetti, mostri e vampiri, permettono anche di replicarli all’infinito con un costo tendente allo zero. Col risultato di favorire i criminali che, lucrando su una distribuzione alternativa, sottraggono il giusto guadagno a chi finora ha sorvegliato la filiera che da ogni creativo porta la sua opera al pubblico. Da qui l’esigenza di interventi di prevenzione e repressione del “falso” online e l’irrigidimento delle norme che permettevano di pescare nel vasto mare della creatività intellettuale. Con un effetto collaterale: quello per cui oggi se si crea qualcosa dal patrimonio culturale preesistente devi portarti appresso un avvocato.

Fatta la dovuta distinzione tra comportamenti intenzionalmente criminali – le centrali della contraffazione – e lo scambio innocuo di file tra amici, come una volta ci si scambiava le cassette e i libri, il tema è di assoluta rilevanza per una industria che dall’uso intensivo della proprietà intellettuale – marchi, design, copyright, brevetti – solo in europa mantiene circa 76 milioni di lavoratori e contribuisce a un terzo dell’attività economia dell’intera UE.

I DATI EUROPEI
Questo è il motivo per cui il 96% degli europei ritiene che la proprietà intellettuale (PI) sia importante: sostiene l’innovazione e la creatività, ricompensa gli inventori, i creatori e gli artisti per il loro lavoro.
Almeno secondo i dati di un sondaggio commissionato dall’Ufficio per l’Armonizzazione nel Mercato Interno (UAMI), tramite l’Osservatorio europeo sulle violazioni dei diritti di proprietà intellettuale. Lo studio, che ha coinvolto 26.500 persone sopra i 15 anni, ha riscontrato che l’86% degli intervistati concorda sul fatto che la tutela della proprietà intellettuale contribuisca a migliorare la qualità di prodotti e servizi; il 69% che la PI vada tutelata perchè contribuisce alla creazione di posti di lavoro e al benessere economico e, di conseguenza, condanna la violazione dei diritti connessi. Ma c’è un però. Il 34% degli stessi cittadini del campione considerato giustifica la violazione della proprietà intellettuale quando l’acquisto di merci contraffatte consente un risparmio finanziario. Il 38% inoltre lo considera un atto di protesta contro la tirannia del mercato, e il 22% ritiene che il download da Internet sia accettabile quando non vi siano altre alternative legali, mentre il 42% lo ritiene accettabile per uso personale.
Le opinioni alla base di questi risultati appaiono più diffuse tra coloro la cui età è compresa tra 15 e 24 anni, nei paesi meno ricchi e soprattutto di più tardiva adesione alla UE.
Come è possibile? La differenza tra i due pareri può essere spiegata, secondo il sondaggio stesso, dal fatto che molti degli intervistati ritengono che la PI non li avvantaggi personalmente o che il sistema di PI non soddisfi le loro attese relativamente a prezzo, disponibilità, diversità e qualità dei prodotti.

Lo studio ricalca in parte i risultati di una ricerca simile dell’Ofcom inglese, l’autorità britannica delle comunicazioni, condotta nel 2012 su un campione di cittadini inglesi. La ricerca aveva stimato che in tre mesi di monitoraggio del campione individuato su Internet solo 1l 16%, dai 12 anni in su, aveva scaricato o “strimmato” o “acceduto” a materiale “illegale”, cioè materiale di cui non si posseggono i diritti relativi all’acquisto. L’8% aveva consumato musica senza pagare, il 6% lo aveva fatto coi film, il 2% con software e videogames. Di questo 16% la metà aveva dichiarato di farlo illegalmente perché “gratuiti”, e perché è comodo e veloce. Un quarto dei trasgressori di farlo per provare i “prodotti” e decidere se comprarli oppure no. E infatti i trasgressori, prevalentemente maschi tra i sedici e i trentaquattro anni, hanno però rivelato un altro dato: consumano più contenuti digitali di tutti gli altri, pagandoli.

Nonostante la discussione di merito sull’attualità di copyright, marchi e brevetti, rifletta oggi contrapposizioni ideologiche che si delegittimano a vicenda, il problema esiste e pone una questione centrale dell’era della riproducibilità tecnica di ogni opera dell’ingegno umano, quello della giusta retribuzione degli autori e del mantenimento della filiera industriale grazie alla quale le loro opere arrivano confezionate al grande pubblico. Ma l’irrigidimento delle norme per tutelare il copyright non pare essere l’unica strada per arrivarci. Nello studio di Ofcom il 39% dei trasgressori intervistati ha dichiarato che se i prodotti costassero meno non li scaricherebbe illegalmente, il 32% non lo farebbe se quello che cerca fosse disponibile legalmente, il 26% non lo farebbe se fosse finalmente chiaro cosa sia sotto copyright e cosa no.

SOPA, PIPA, ACTA
Leggi di respiro internazionale come Sopa, Pipa, Acta hanno provato a intervenire sulla contraffazione di merci, beni e servizi immateriali, inclusi farmaci e alimenti, e sono malamente naufragate non per il merito, ma per il metodo. Tutte le leggi infatti consideravano lecito violare la privacy degli utenti di Internet per scoprire le presunte violazioni – come suggerito già alla UE nel 2005 da Vivendi, Warner Bros, Mediaset, e altre –  mettendo in capo agli intermediari della rete, hoster e hosting provider, il compito e la responsabilità di accertare le violazioni e di intervenire su mandato dei titolari dei diritti oppure di organismi ad hoc creati dagli stati. In Italia la strada finora scelta, in attesa di una riforma parlamentare del diritto d’autore, è quella di consentire a un ente di regolazione come l’Agcom, l’autorità italiana per le comunicazioni, di intervenire nell’applicazione delle sanzioni previste dalla legge sulla base di regole di dubbia applicazione al settore. Una proposta che ha creato una polemica infinita tra l’industria dei contenuti, favorevoli al regolamento dell’Agcom contro la pirateria online e l’industria delle telecomunicazioni e dei servizi rappresentata dagli Internet service provider e dagli Over the top come Google. In mezzo rimane il consumatore, inascoltato, che, stretto fra la crisi economica e le possibilità di un web impossibile da controllare in un solo paese, talvolta si trasforma in pirata, nel deep web, la parte di Internet nascosta ai motori di ricerca, dove nessun regio veliero riuscirà mai ad abbordarlo.

30 gennaio 2014