E’ sempre e solo il giornalista a guardia della liceita’, della correttezza e della completezza dell’informazione.
Arturo Di Corinto per
Articolo 21 del 14 febbaio 2012

Le 5 “W” del giornalismo non esistono più. Who, what, where, when, why (chi, cosa dove, quando e perchè), sono state sostituite dalle cinque “S”: sport, spettacolo, sangue, sesso e soldi. Lo ha detto il presidente dell’Ordine dei Gionalisti Enzo Iacopino, stamattina, alla presentazione del libro curato da Mauro Paissan, “Privacy e Giornalismo. Libertà di informazione e dignità della persona” a piazza Montecitorio a Roma. A motivare tale cambio di paradigma sarebbe, secondo Iacopino, proprio la ricerca spamosdica dello scoop di un giornalismo che non si ferma neanche di fronte al rispetto dei più deboli e che solletica le passioni meno nobili di un’audience che assume spesso tratti morbosi.
Un esempio? La pubblicazione degli stralci del diario di Sara Scazzi. Un’operazione difficilmente interpretabile come esercizio del diritto-dovere d’informazione quanto piuttosto come l’invasione nella vita privata di una ragazza uccisa in circostanza tragiche, della quale solo con l’intervento del tanto criticato Ordine dei Giornalisti è stato possibile bloccare la diffusione delle foto del corpo straziato.
Il tema è ampiamente dibattuto: dove finisce il diritto all’informazione e comincia il rispetto della dignità della persona? Il libro che Paissan ha curato cerca di rispondere a questo tipo di domande tramite una raccolta di casi esaminati dal Garante nel suo ultimo settenato (che scade il 17 aprile), ma è anche una raccolta di aneddoti, regole, principi, carte deontologiche ed esempi di come si possa fare un’informazione civile, “migliore antidoto a ogni tentativo di censura” come ha dichiarato Giulio Anselmi, presidente dell’Ansa e della Fieg, anche lui presente al dibattito.

Il diritto alla privacy compare nell’ordinamento giuridico statunitense nell’800, dopo il dibattito avviato da Luis Brandeis e Steve Warren intorno all’ormai famoso “Right to be let alone” che, come Stefano Rodotà ci ha insegnato, nel tempo è diventato invece il “diritto a controllare le informazioni personali che mi riguardano”. Un diritto che ha faticato non poco a entrare nell’ordinamento europeo e che si è “costituzionalizzato” solo intorno agli anni 2000, con la famosa Carta di Nizza. Ma il diritto alla privacy, invece di essere rivendicato come diritto borghese, in Italia si afferma sull’onda dei diritti del lavoro e compare per la prima volta all’interno della “legge 300”, quel famoso Statuto dei Lavoratori che oggi sono in troppi a volere modificare. Molte cose sono avvenute da allora, ma forse la più rilevante è che nel frattempo ha fatto la sua comparsa la “6 W” cioè il Web. Internet, ha infatti posto altri e nuovi problemi alla tutela dei dati personali perchè virtualmente senza limiti di spazio e tempo, rappresenta la memoria indelebile delle nostre vicende, e offre oggi al dibattito pubblico, e al legislatore, un nuovo oggetto di riflessione, il diritto all’oblio. Tema affrontato nel libro e ribadito nella sua importanza dall’attuale Garante della Privacy Francesco Pizzetti, soprattutto a fronte delle nuove direttive europee sulla data retention.
Anche qui, secondo Pizzetti, si tratta ancora una volta dei usare il buon senso, chiedendo ai giornalisti, e non solo a loro, di bilanciare il diritto a essere dimenticati con il diritto alla storia e alla memoria.

Ma se proprio grazie all’attività del Garante della Privacy (istituito dalla legge 675 del 1996 e sucessive modifiche), il concetto di riservatezza o privacy é diventato patrimonio comune degli italiani, c’é da dirlo, in questo abbiamo fatto scuola anche in Europa e oltreoceano, ancora molto rimane da fare per rendere consapevoli i giornalisti dell’importanza di bilanciare, nell’esercizio della loro preziosa funzione, molteplici diritti, di cui il diritto di cronaca e il diritto alla privacy sono i poli antitetici di un continuum in mezzo al quale c’è la vita vissuta delle persone.

E allora, ben vengano nuove carte, nuovi codici, nuovi regolamenti, ma siano fatti con un’attenzione forte ai mutamenti della società dicono Pizzetti e Paissan, ma anche con una riforma dell’Ordine dei Giornalisti (dovrebbe arrivare ad agosto), come dice Roberto Natale, presidente della FNSI, il sindacato unitario dei giornalisti italiani, unitamente a una richiesta di tutti i presenti al dibattito di affrontare il tema del precariato giornalistico, troppo spesso usato come giustificazione di una cattiva informazione, fatta da giovani che pur avendo avuto l’opportunità di accedere alla professione hanno uno stiupendio da fame o, peggio sono pagati 2 euro a pezzo dal giornale locale o “5 euro per un take dell’ANSA” (Iacopino).

Insomma, è pur vero che l’attività di inchiesta giornalistica è rallentata dalla difficoltò di accedere alle informazioni di enti e imprese per supposti “motivi di privacy”, ma il Garante esiste anche per questo, per rimuovere queste scusanti quando necessario. Vigilando sul rispetto della dignità delle persone oggetto dell’attenzione della stampa affinchè non vengano offese con dettagli inutili e degradanti, l’Authority di piazza Montecitorio trova una rinnovata ragione d’essere nell’era dell’informazione-spettacolo. Tuttavia, nonostante i compiti attribuiti dalla legge all’Autorità, alla fine è sempre e solo il giornalista a guardia di ciò è lecito comunicare e come, nel pieno rispetto di norme scritte e non scritte che riguardano innanzitutto la liceità, la pertinenza, la correttezza, la completezza dell’informazione. Un ruolo insostituibile quindi, secondo Paissan e Iacopino, quando svolge correttamente la sua funzione di verifica e di controllo delle fonti e delle informazioni, anche e soprattutto, al tempo del giornalismo partecipativo.