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Il nostro tempo è adesso. La comunicazione e la fabbrica del precariato
Arturo Di Corinto
per Articolo 21 del 31 marzo 2011

Le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno modificato profondamente il modo di produrre ricchezza da parte dell’industria, hanno consentito una maggiore automazione dei comparti produttivi tradizionali e la dematerializzazione di prodotti di consumo, prevalentemente ludici, scientifici e culturali, ma soprattutto hanno modificato il mondo dei media e della comunicazione e il ruolo loro attribuito nella società.
Nella società digitale si è ampliato a dismisura il ruolo dei media e della comunicazione e lì dove c’è comunicazione, produzione di sapere e di discorso, lì c’è il potere. Un potere nomadico, che non risiede in strutture stabili e definite e che non è un semplice fatto, una struttura che si conserva e che viene annientata, ma un sistema di relazioni che decide di volta in volta chi ha potere di parola e chi no, determinando l’agenda setting – ciò di cui si parla e che richiede il formarsi di un’opinione – dando un ruolo cruciale agli stregoni della notizia – gli spin doctors – e che determina nuove forme di esclusione rendendo il sapere inaccessibile. Proprio oggi che la mancanza di accesso al sapere e alla comunicazione equivale sempre di più all’esclusione dal lavoro e dai diritti.
E’ in questo rapporto fra il potere e la comunicazione che va sviluppata la nostra critica. La produzione controllata di sapere oggi è tutt’uno con la condizione di assoggettamento dei nuovi schiavi della comunicazione che svolgono vecchie e nuove professioni: nella formazione, nel giornalismo, nelle pubbliche relazioni, nel marketing e nella pubblicità, siano essi designer, copywriter, fotografi, registi, o che lavorino negli uffici stampa, nell’editoria cartacea e nelle professioni Internet.
Questi “comunicatori” che hanno a che fare con tutto ciò che ruota intorno alla cultura sono figure multiformi e sfuggenti, i jolly dell’economia moderna. Il comunicatore migliora la performance aziendale, fa circolare l’informazione e crea valore aggiunto. Il comunicatore però non è un eroe del nostro tempo ma un proletario mentale che fa della velocità e della precarietà le sue caratteristiche principali che però devono essere continuamente adattate alla catena di montaggio della fabbrica dei media e del desiderio. Un sistema in cui la creatività intesa come trasmissione culturale viene applicata alle merendine e alla schiuma da barba e dove l’etica e i valori sono un optional.
E’ irreggimentando i comunicatori che la comunicazione e la cultura asservite alla logica spettacolare dei media, diventano subalterne all’audience intesa come fonte di profitto. E’ con il ricatto della precarietà che si produce conformismo e censura preventiva.
Volete un esempio? Il precariato sta uccidendo il giornalismo. Più del web, che ruba risorse e lettori alla carta stampata. Più dei telegiornali da operetta che rimangono il mezzo principe che gli italiani usano per informarsi. Più della crisi di credibilità delle grandi testate e dei giornalisti embedded. E gli editori di giornali in Italia pare non vogliano rendersene conto, convinti come sono che la crisi ormai permanente del settore si affronti con la riduzione dei costi e il taglio del personale, senza riconoscere i diritti dei contratti collettivi e usando come forza lavoro a basso costo gli stagisti delle facoltà di comunicazione e i neolaureati in cerca d’impiego, pur sfruttato e malpagato.
C’è una soluzione a questo stato di cose?
Non c’è bisogno di essere marxisti per capire che la comunicazione è una merce che foraggia il sistema dei media che fa vendere le merci, con tutto quello che ne consegue: omologazione verso il basso dei gusti e dei comportamenti, contaminazione dei generi, produzione di consenso.
Che fare? Anzitutto prendere coscienza di questa situazione, non considerarla ineluttabile, ma collegarsi, connettersi, resistere. Come? Mobilitandosi. Sul web e fuori. Nelle scuole e nei centri sociali. Attraverso l’autoinchiesta, con la conricerca, per comprendere come la comunicazione sia fabbrica e recinto e che a dispetto della grande disponibilità di mezzi per comunicare si comunica poco e male. Perché manca quell’aspetto di tessitura relazionale, di costruzione collettiva del significato che è l’essenza della comunicazione.
Poi però la parola deve passare alla politica che deve essere capace di fare proposte nette, come quella di un reddito garantito per gli intermittenti dello spettacolo, come quella di facilitare l’accesso alle professioni dell’informazione ridiscutendo il ruolo degli ordini professionali, o studiando un sistema di ammortizzatori sociali per arti, mestieri e professioni che sono per natura basati sull’apprendimento continuo e si ricreano incessantemente nei circuiti della relazione sociale.
Altro che riduzione di stipendio, libertà di licenziare e guerre fra poveri: è tempo di chiedere più tempo, più soldi, più diritti per chi lavora nella produzione di cultura e comunicazione.