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Arturo Di Corinto
Luglio 20th, 2006
Blog.cultura

Il rione Monti è strangolato dal traffico e dallo smog. E’ sporco, fatiscente e polveroso, però bellissimo. Confina con la Roma dei Fori Imperiali e di Santa Maria Maggiore. Fra due grandi arterie viarie, la via Cavour e la via Nazionale, contiene la Suburra, l’antico quartiere “Sub Urbe” – sotto la città – , i cui scantinati sbucano al Colosseo. Le sue strade dissestate sono fatte di sanpietrini, e i suoi vicoli di notte sono di una bellezza da mozzare il fiato.

L’abusivismo edilizio è stato la regola per molti anni e se ne vedono i segni sui tetti dei palazzi settecenteschi e umbertini. Oggi i tavolini dei locali occupano strade e piazze per metà e le automobili bloccano gli ingressi delle case senza marciapiede. Il fruttivendolo costa come un gioielliere ma le vinerie hanno ancora prezzi accettabili. Nel rione Monti c’è la prostituzione, per strada e dentro le case. La speculazione edilizia ha cacciato in periferia molti degli abitanti originari e dato via ad un processo di gentryfication. I palazzinari, vecchi e nuovi, hanno acquistato palazzi interi e appartamenti che oggi non riescono a vendere, visto che costano 10-14 mila euro a metro quadrato. A Monti c’è Stecchiotti, il macellaio dei presidenti: di Ciampi e di Napoletano e di D‘Alema. E c’è via del Boschetto, la strada di Roma con il maggior numero di ristoranti per estensione. A Monti c’è un mercato rionale ristrutturato qualche anno fa a spese del Comune che ospita solo due macellai e un “fruttarolo”. Ristrutturato, i suoi spazi non sono più stati assegnati. Nessuno sa il motivo. Nel rione dicono che aspettano che quei tre se ne vadano per farci un parcheggio o un residence. Oggi ci piove dentro.

Ma a Monti resiste ancora un network di piccoli commercianti e artigiani che ti danno l’impressione che il tempo si sia fermato. Sono doratori, cromatori, falegnami, fabbri, robivecchi travestiti da antiquari. E poi ci sono loro, i pittori e le gallerie d’arte. Piccole ma preziose. Ci sono i pub, dove turisti anglofoni si ubriacano e poi cantano per le strade a notte fonda. A Monti ci sono i gli artisti, i locali gay friendly, l’Internet veloce senza fili gratis: le tre “T” di Richard Florida: talento, tolleranza, tecnologia. A Monti ci sono i bed&Breakfast, le suore, la chiesa ucraina, l’Università e don Federico, il parroco militante. E poi c’è l’Angelo Mai.

L’Angelo mai è un ex convitto scolastico che con le cartolarizzazioni di Tremonti l’imprenditore Caltagirone voleva trasformare in centro commerciale o forse in residence. Quando due falegnami di via Panisperna l’hanno letto sul giornale hanno mobilitato il quartiere per impedirlo. Nel 2002 hanno cominciato in quattro a pensare come restituirlo agli abitanti – il convitto è un’enorme caseggiato con tanto di giardino interno e una cappella affrescata e sconsacrata – e mentre si facevano questi piani, artisti e senza casa nel novembre del 2004 l’hanno occupato avviando l’autogestione degli spazi a scopo abitativo e culturale.

Il Comune, che l’aveva da poco acquisito dal Demanio in cambio di un palazzo storico, sede del I Municipio, dopo una lunga trattativa ha convinto le 25 famiglie che l’abitavano ad accettare alloggi alternativi e oggi l’Angelo Mai esprime pienamente la sua vocazione di centro culturale autogestito. Ospita una biblioteca, un teatro, una scuola di tango, sale riunioni, una ciclofficina per amanti della bicicletta (mezzo assai diffuso e molto rubato nel quartiere), proiezioni e concerti. Ospita le riunioni dei ricercatori precari, reti di attivisti pacifisti, teatranti e jazzisti. Persino l‘associazione culturale ricreativa sportiva del rione Monti, sfrattata dalla storica sede di piazza Madonna de’ Monti, da poche settimane vi ha trovato casa. Nella cappella del ‘700 suonano musica da camera. Molti abitanti lo amano. Qualcun altro no. Sono quelli che gli abitano accanto e gli rimproverano le feste e i balli a notte inoltrata.

Il Comune di Roma vuole darlo al Viscontino, una scuola media, in cambio dell’edificio cadente che la ospita in via IV novembre. Gli occupanti non vogliono andarsene. Tanti giovani, i teatranti, molti di quelli che nel rione sono nati, sono pronti a fare pacifiche barricate per impedirlo. E’ in atto un braccio di ferro che il sindaco Veltroni ha finora sapientemente gestito. Ma si succedono gli ultimatum per lo sgombero. Da una parte si sostiene che i suoi occupanti hanno finora rifiutato sistemazioni alternative, perché inadatte – troppo piccole, troppo lontane dal centro – dall’altra che queste non sono vere proposte ma solo ipotesi di scambio su cui il Comune non avrebbe potestà appartenendo a privati ed altre amministrazioni. Certo, scegliere fra una scuola e un centro culturale polivalente, autogestito, e a prezzi popolari, in un quartiere centralissimo e costoso, è difficile. Chi mai vorrebbe togliere a degli adolescenti il diritto ad una scuola sicura in una situazione d’emergenza come quella ventilata dai suoi professori? Non lo vogliono neanche gli attuali occupanti, che dubitano però che sia la scuola il vero obiettivo dell’esproprio nei loro confronti e rimarcano che essendo l’edificio fatiscente e da ristrutturare, i tempi di consegna alla scuola sarebbero comunque lunghi: per il Comune almeno due anni, per gli occupanti quattro o cinque, considerando che lo spazio dell’ampia palestra è ricoperto d’amianto.

La Rete Sociale Monti, un’associazione molto attiva nel quartiere, ha pronto un progetto di risistemazione degli spazi che prevede l’avvio di servizi già attivi all’interno dell’ex convitto: biblioteca, palestra, spazi associativi e, naturalmente, la scuola, che dovrebbe occupare la metà dell’enorme caseggiato. Quello che il progetto non contempla è la coabitazione con le attività già presenti e, chiaramente, gli occupanti non sono d’accordo in assenza di una sistemazione alternativa. Eppure non dovrebbe essere difficile. Se anche tutto il complesso venisse assegnato alla scuola cosa dovrebbe impedire la coabitazione delle due esperienze? Le aule potrebbero diventare laboratori formativi ad uso delle associazioni di quartiere, la palestra bonificata o una piscina potrebbero essere usate sia dalle scolaresche che dagli abitanti del quartiere e i giardini potrebbero essere ristoro e divertimento per tutta la cittadinanza. E’ un’idea non nuova per altre città, come a S. Francisco, dove nel tempo si è affermata la logica del pieno utilizzo delle strutture didattiche e formative dopo l’orario di chiusura. Basterebbe un custode in più e qualche turno di pulizia aggiuntivo.

A favore dell’Angelo Mai autogestito si sono già espressi cantanti e attori, per la sua destinazione alla scuola alcuni intellettuali. Molti abitanti sono per una situazione mista. Ma anche fra i sostenitori della giunta Veltroni non c’è accordo. Le trattative procedono ad oltranza. Chi mai caccerebbe un angelo dal suo quartiere?

http://www.angelomai.org