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Quella bufala della fattura elettronica

Arturo Di Corinto

per il Corriere delle Comunicazioni

Il 6 giugno diventa obbligatoria la fatturazione elettronica delle imprese verso la Pubblica Amministrazione. Obbligo definito già nella Finanziaria del 2008 e ora arrivato alla fine del suo corso probabilmente grazie all’accellerazione impressa dal gruppo di lavoro di Francesco Caio.

Ma le imprese per fatturare devono poter usare i codici ufficio delle PA registrati nella banca dati IPA che è ancora incompleta. Alla data del 15 aprile sono solo 1824 gli uffici di 99 amministrazioni che hanno correttamente indicato e “caricato” il proprio indirizzo fiscale elettronico su www.indicepa.gov.it

Siccome in assenza del codice ufficio l’impresa non può fatturare alla Pa con l’effetto di non ricevere i compensi, per evitare il caos, con una tipica soluzione all’italiana, il Dipartimento Finanze ha diramato una circolare interpretativa. La circolare in buona sostanza dice che nel caso in cui i fornitori non abbiano ricevuto (loro), la comunicazione del codice ufficio da utilizzare, ovvero non siano riusciti (loro) ad identificare l’amministrazione destinataria all’interno dell’IPA, si può usare un codice ufficio “fittizio” così il sistema rispedirà in automatico al fornitore che aspetta di essere pagato una ricevuta, firmata elettronicamente e che, udite, udite, attesta “l’avvenuta trasmissione e l’impossibilità di recapitarla al destinatario.”
Quindi non si può che plaudire alla preveggenza dell’Agenzia per l’Italia digitale che ha inserito nella banca dati IPA (infrastruttura nazionale critica e banca dati di interesse nazionale) 18.712 uffici “fittizi” denominati Uff_eFatturaPA.

E dopo? Dopo si ricomincia come prima. Ci si arma di santa pazienza e si invia la fattura tramite email o la si porta fisicamente, ma su un file digitale, all’ufficio competente dove, supponiamo noi maligni, verrà poi stampata e protocollata in attesa di essere vistata e pagata.

Tutto bene madama la marchesa? Diremmo proprio di no. Perchè questo processo arraffazzonato complicherà a dismisura i processi interni delle Pa: chi riceve il file, dove lo immagazzina, come effettua il pagamento. Certo non si può che plaudire al genio creativo dell’italica burocrazia, ma non si dica che questo non comporterà una spesa per i fornitori e i committenti, una spesa di tempo e risorse che potrebbero essere dedicati ad altro. Uno scenario che potrebbe verificarsi nella maggioranza dei casi e far evaporare quel benedetto risparmio di 935 milioni di euro annui derivanti dalla trasformazione elettronica delle fatture che, se sono vere le stime del Politecnico di Milano, ammonta a una cifra fra 1 e 3 euro di risparmio a fattura.

La domanda sorge spontanea: Perchè siamo arrivati tanto impreparati a questo appuntamento? In fondo l’obbligo della fatturazione attraverso sistemi informatizzati è stato definito nel 2007 (legge finanziaria per il 2008) e dal successivo decreto attuativo dm n. 55 del 3 aprile 2013 (con parere positivo da parte del Consiglio di Stato del 22 novembre del 2011). Le amministrazioni hanno avuto tutto il tempo per prepararsi e l’intervento del Ministero potrebbe essere peggiore del male.

Certo chi non dovesse fare in tempo ad attrezzarsi può sempre rivolgersi alle Poste che pochi giorni prima della nomina di Francesco Caio hanno lanciato un nuovo servizio: Fattura noproblem, “la soluzione di Poste Italiane che consente di gestire in modo integrato tutte le attività del processo di fatturazione elettronica.” Quando si dice il tempismo.