Se tieni alla privacy inquini di meno

Hacker’s dictionary. Post, chat, email e web surfing divorano energia. L’impronta ecologica della nostra vita online è pesante per l’ecosistema. Ma possiamo usare piccoli accorgimenti per ridurla

di ARTURO DI CORINTO per Il Manifesto del 16 Gennaio 2020

L’Impronta digitale si riferisce all’insieme dei dati generati quando siamo online. Una porzione di essa è nota come footprint elettronico o digital shadow, e si riferisce alle informazioni lasciate a seguito della navigazione utente e memorizzate come cookie.

Ma esiste anche un’impronta ecologica che indica il peso ambientale delle nostre attività online.

Che c’entra l’impronta digitale con l’impronta ecologica? C’entra per il fatto che i servizi di tracciamento dei dati che trasmettono informazioni sulle nostre abitudini online a decine di aziende consumano una grande quantità di energia.

Cosa fare per ridurre questo spreco? Ad esempio attivare le opzioni anti-tracciamento del browser affinché il viavai di dati venga limitato riducendo il dispendio di energia elettrica.

In verità tutte le nostre attività online producono anidride carbonica che viene rilasciata nell’atmosfera, contribuendo ai cambiamenti climatici.

Non ci pensiamo mai, eppure video, musica, news, chat, post ed email generano un traffico invisibile che divora energia. Per non parlare di quella consumata dal «mining» di Bitcoin e delle altre cryptomonete.

È difficile trovare studi costantemente aggiornati, affidabili e indipendenti sul consumo energetico prodotto da questi comportamenti.

Nel rapporto 2017, Greenpeace stabiliva che l’impronta ecologica prodotta dai video di Netflix era piuttosto alta. Secondo il rapporto, l’azienda usava energia pulita al 17%, gas naturale al 24%, energia nucleare al 26% e addirittura energia proveniente dal carbone fino al 30%.

Stesse percentuali per Amazon, con performance peggiori degli altri big player come Facebook e Twitter che però prendevano un bel quattro in pagella circa la trasparenza energetica, la ricerca di fonti rinnovabili e la mitigazione dell’inquinamento.

Ogni sei mesi le aziende in questione ribadiscono l’impegno a ridurre la propria impronta ecologica creando datacenter basati su energie rinnovabili. Aspettiamo i dati delle emissioni generate. Ma nel frattempo?

Visto che anche le ricerche online divorano energia, se si conosce già un indirizzo, invece di digitarlo su Google sarebbe utile sfruttare la cronologia di navigazione, le schede già aperte e la sincronizzazione del browser con altri dispositivi.

Anche fare il download dei film di Netflix anziché usare lo streaming, bloccare la riproduzione automatica dei video su Youtube, cambiare motore di ricerca, può aiutare.

Ecosia ad esempio è un motore di ricerca che aiuta a ridurre la nostra impronta ecologica in rete. Come? Finanziando attività di piantumazione tramite i profitti generati dalle ricerche online.

Altra cosa da fare è cancellarsi dalle newsletter che non si leggono più, limitare la risposta delle mail ai soli interessati, fare ricerche su piccoli dispositivi anziché sui computer desktop.

Ovviamente un’accortezza importante è usare le impostazioni di risparmio energetico su qualsiasi dispositivo.

Con l’ibernazione del computer e la riduzione della luminosità dal 100% al 70% si può ridurre il consumo energetico fino al 20%.

Il computer però bisognerebbe spegnerlo, insieme allo schermo e alla stampante, per risparmiare ancora più energia. Ci aiuterà a ricordare la password per usarlo di nuovo.

Secondo i dodici esperti del think tank parigino The Shift Project il consumo di energia derivante dalla produzione e uso di smartphone, computer e TV contribuirà all’8% delle emissioni globali di gas serra entro il 2025.

Intanto, in base ai loro studi, lo streaming di video pornografici consuma tanta energia quando il Belgio. Ci avevate mai pensato?