Arturo Di Corinto
Il Manifesto – 15/01/2005

E’ possibile fare informazione indipendente in un Paese come l’Italia in cui esiste un forte controllo dei media? E’ possibile realizzare un’alternativa sociale e politica dove le attività di controinformazione e sperimentazione sono per lo più “marginalizzate” negli ambienti underground?

Alla prima domanda è possibile rispondere senza dubbio di sì, prova ne sono i numerosi network telematici antagonisti, le radio indipendenti e le Telestreet. Semmai è da interrogarsi sul ruolo che l’informazione libera può avere in Italia, e qual è lo stato dell’arte della sperimentazione artistica attuale, che è poi il senso della domanda successiva.
Come che sia, questi sono alcuni dei diversi interrogativi a cui ‘’hack.it.art’’, mostra-evento berlinese sull’attivismo informatico, artistico e dei media, vuole tentare una risposta.
Per sei settimane, infatti, dal 14 gennaio al 27 febbraio al Kunstraum Kreuzberg/Bethanien di Berlino si terranno workshop ed eventi sul tema dell’hacktivism, quel filone dell’attivismo politico che usa i media come strumento di sperimentazione e di conflitto. L’iniziativa, curata da Alexandra Weltz e Tatiana Bazzichelli, e presentata da ‘’AHA: Activism-Hacking-Artivism’’ – mailing list, sito, mostra itinerante sull’attivismo digitale – con la cooperazione fra gli altri dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, il quotidiano “Taz”, il Media art festival “transmediale.05”, parte da buone premesse.
All’evento partecipano nomi noti del panorama hacktivist italiano ed europeo e fra questi sono da citare Candida TV, il Freaknet Media Lab, il Chaos Computer Club, l’Old Boys Network e artisti come Federico Bucalossi, Tommaso Tozzi e Giacomo Verde, veterani della via italiana al digitale.
Parte dello spazio espositivo diverrà un medialab nel quale avranno luogo laboratori e dibattiti. Ed è qui probabilmente che si misurerà la capacità della scena attivista di confrontarsi con lo scenario, in continua evoluzione, relativo ai temi dell’accesso alla conoscenza, l’arte del networking, le tecnologie del corpo, le mutazioni antropologiche della società dell’informazione. L’obiettivo? Trarne indicazioni utili a diffondere e moltiplicare pratiche di comunicazione alternativa, infiltrare e capovolgere la cultura mainstream, agire come un virus nell’immaginario cloroformizzato dai Murdoch e dai Berlusconi secondo un modello che vede la rete come “uno spazio aperto, in cui fioriscono attivita’ decentralizzate, autonome e gestite dal basso” e dove “L’accesso all’informazione senza barriere, l’uso consapevole, non commerciale e libero della tecnologia, i concetti base dell’etica hacker, sono presentati come forme di azione politica”.

Un evento importante quindi, perché, a parte gli hackmeeting annuali, e il neonato Transhackmeeting, non sono molte le occasioni di incontro fra le culture critiche della rete a livello europeo (che pure ci sono però, come il Next Five Minutes di Amsterdam, la Transmediale di Berlino, l’Ars Electronica Festival di Linz) e pochissime quelle in Italia anche per la diffidenza che gli italiani hanno sempre manifestato nei confronti di eventi “istituzionali” e non autogestiti. Utile quindi che le culture critiche si confrontino fra di loro all’interno di un’iniziativa realizzata in collaborazione con delle istituzioni, forse più per scelta tattica che per convinzione, in modo da riflettere su un contesto che seppure non pretende di rappresentare per intero la net-culture del belpaese, può servire a sintetizzare le parole di una scena italiana che è assai ricca, e creare contatti più solidi e continuativi con realtà gemelle europee che non siano affidate solo all’iniziativa dei singoli. Utile anche perchè la scena italiana che va in trasferta suscita sempre un forte interesse, vuoi per l’attenzione tributata all’anomalia italiana fatta di monopoli e conflitti d’interesse, vuoi per la capacità degli hacker nostrani di produrre anticorpi all’attuale regime mediatico.
Una capacità che non di rado ha scontato un vizio d’origine della net-culture italiana, il fatto di comunicare una lingua che non è la lingua franca di Internet, cioè l’inglese, che invece è d’obbligo negli incontri face to face.
Gli italiani possono infatti dire molto ai colleghi d’oltralpe anche perché negli ultimi anni infatti c’è stato tutto un fiorire di iniziative di comunicazione dei temi delle controculture, con libri originali pubblicati da case editrici indipendenti: “Hacktivism” di ManifestoLibri, “Media Activism” di Derive Approdi, “Net Art” della Shake Decoder, e altre che invece procedono secondo i modelli dell’azione diretta che punta all’occupazione di spazi fisici per il dibattito e l’autoformazione, iniziative politica dal basso, come il Reload di Milano, o come ESC, lughi immateriali come thething.it, a/matrix e altri, incursioni intellettuali per il movimento, dentro il movimento, con l’aspirazione a forgiare strumenti concettuali da applicare alla realtà quotidiana, come dimostra la mappa interattiva dell’hacktivism sul sito di AHA, che è “il plagio di un plagio di un plagio” della mappa dell’hacking italiano sviluppata su un’intuizione di jodi.org e inizialmente comparsa su thething.net.
E’ per questo che nonostante in Italia il dibattito sia più che mai aperto e temi come il mediattivismo e il software libero fanno capolino anche nei corsi universitari, nei dibattiti sul monopolio berlusconiano non si omette mai di citare Indymedia Italia, ilglobal reach di questo immaginario rimane limitato.