75 denunce, 3000 indagati per scambio e ricettazione di file su Internet. La nuova direttiva dell’Unione europea sul diritto d’autore recepita dal governo italiano fa le prime vittime. Per il Ds Pietro Folena «ci hanno tolto un pezzo di libertà», mentre per l’Associazione software libero l’unica strada da perseguire è la diffusione di programmi non sottoposti al copyright.
ARTURO DI CORINTO

All’indomani delle 75 denunce da parte della Guardia di finanza per violazione del diritto d’autore e ricettazione di file musicali e audiovisivi scambiati via Internet, la rete è in subbuglio. Altri tremila aficionados della musica e dei video on line sarebbero nel mirino dei baschi verdi. L’inchiesta, partita da Milano, sarebbe la conclusione di un prolungato monitoraggio dei newsgroup (gruppi di discussione) in cui gli utenti si scambiano informazioni sui programmi informatici che consentono di scaricare musica e filmati. Un monitoraggio che, se fosse confermato, trasformerebbe l’atto di scambiarsi informazioni in attività sospetta e i partecipanti in potenziali criminali. La metodologia investigativa sulla rete ha finora previsto controlli a campione. In questo caso, però, il passaggio successivo può ipotizzare una violazione delle leggi sulla privacy, visto che l’inchiesta può essere il risultato di intercettazioni sulle comunicazioni e sugli scambi di utenti che accedevano a sistemi di filesharing del tipo peer to peer (da computer a computer). Il peer to peer non prevede infatti il «passaggio» attraverso server centrali e che quindi la comunicazione è da considerare privata. L’inchiesta è stata avviata sette mesi fa, anche se sono molti i commenti che sottolineano che sopraggiunge all’indomani del recepimento della «Direttiva Europea sul Copyright» (Eucd), una normativa che le associazioni associazioni dei consumatori e degli utenti di Internet hanno considerato illiberale. Per il deputato dei Ds Pietro Folena «La nuova normativa sul diritto d’autore recentemente entrata in vigore in Italia, sta producendo i primi inaccettabili risultati. Lo avevamo detto e si è puntualmente verificato. Siamo di fronte ad una criminalizzazione di massa, con migliaia di persone normalissime, non certo dei pirati informatici, indagate per qualcosa che è difficile definire un reato». Lo stesso timore è stato espresso anche dal senatore verde Fiorello Cortiana, il quale ha già dato incarico a un pool di legali di esaminare la possibilità di realizzare e distribuire via Internet un vademecum di autodifesa per gli utenti di sistemi di filesharing.

L’attuale direttiva sul diritto d’autore ha incontrato il favore delle case discografiche. E sono quelle stesse associazioni di consumatori che hanno più volte denunciato le loro operazioni di lobby sul parlamento e sull’Unione Europea. Più volte le case discografiche si sono «lamentate» dei mancati introiti causati dalla duplicazione illegale di musica. E tuttavia, stando a una ricerca della società di mercato Jupiter Communication, i mancati profitti non dipendono dagli utenti dei sistemi di filesharing, i quali avrebbero invece acquistato più dischi degli acquirenti tradizionali.

La determinazione con cui questi utenti vengono perseguiti dalle forze di polizia è in controtendenza con una serie di iniziative internazionali che dimostrano di aver compreso che la ricerca e lo scambio di musica in rete è ormai un comportamento diffuso la cui «criminalizzazione» è controproducente. Secondo Patrizio Di Nicola, docente presso la facoltà di Scienze della Comunicazione all’Università la Sapienza di Roma, «Occore una riflessione pubblica sul diritto d’autore e su come esso possa essere tutelato. L’intervento su una questione così importante non può essere demandato né alla polizia giudiziaria né alle multinazionali. È ora di capire come usare la rete per garantire i profitti sia degli autori che degli editori».

Oltre Oceano, RealNetworks, la principale società americana che produce software per l’ascolto di musica e su computer, ha deciso di utilizzare la piattaforma tecnologica di «Listen.com», una società recentemente acquisita per dare vita ad un servizio che permetta agli appassionati di musica di scaricare da Internet le proprie canzoni preferite al costo di 79 centesimi l’una, dopo aver pagato un canone mensile di 10 dollari. La stessa Riia (Associazione dei discografici americani), invece, pur senza abbandonare la tecnica del bastone e della carota, ha accantonato la vecchia strategia Fub – fear, uncertainty, doubt, , cioè paura, incertezza e dubbio – e ha ceduto alla Apple 200mila file musicali da diffondere atraverso il sistema «iTunes».

Steve Jobs è riuscito infatti nell’impresa di convincere le cinque maggiori case discografiche a cedergli i diritti della propria musica per rivenderla su Internet a 99 centesimi a brano. Un cambiamento di rotta forse sollecitato dai giudici che in California si sono pronunciati a favore degli scambi musicali sulle reti peer to peer «ammesso che esse non abbiano server centralizzati per gestire l’offerta gratuita di musica digitalizzata». Secondo i giudici, l’ utilizzo di Morpheus e Grokster per lo scambio di file, al pari di una fotocopiatrice, può favorire sia comportamenti regolari che irregolari e che quindi fino alla dimostrazione degli illeciti, gli utenti di questi sistemi non può essere perseguito. In tutta risposta alla sentenza della corte californiana, le case discografiche si sono rivolte direttamente, via email, agli appassionati di musica on-line, invitandoli a riflettere sulle loro azioni con messaggi di questo tenore: «Quando infrangi la legge rischi conseguenze legali. C’e un modo molto semplice per evitarle: non rubare musica». Una iniziativa che ha suscitato molti malumori e i richiami delle associazioni che si battono contro lo spamming, cioè contro il bombardamento di posta elettronica indesiderata.

A complicare questo scenario intanto intervengono altre iniziative. Mentre l’associazione «Pro-music.org», un’alleanzà internazionale di musicisti, esecutori, e artisti delle maggiori aziende discografiche e di alcune etichette indipendenti, ha avviato una iniziativa per promuovere l’uso legittimo della musica online e sfatare i miti sulla pirateria musicale in Internet. In Italia, l’Associazione Italiana Editori (Aie), sta lavorando all’identificazione dei file musicali attraverso un codice a barre (il nome tecnico sarà Digital Object Identifier) che permetterà di rintracciarli con maggiore facilità, «tutelando il diritto d’autore e avviando una vera rivoluzione per il commercio elettronico di contenuti».

Se queste sono le novità sul fronte musicale, diverso è il discorso sul software copiato illegalmente. Secondo indiscrezioni, l’inchiesta milanese della Guardia di Finanza riguarda anche la duplicazione illegale e la vendita di software protetto da copyright. Anche qui, però, ci troviamo di fronte a comportamenti diffusi, favoriti in un primo momento dalle case produttrici per affermare i propri standard, ma che oggi, in un mercato fortemente competitivo per la diffusione di «software libero», cercano di mantenere alti i margini di guadagno chiedendo e sollecitando misure draconiane contro la duplicazione illegale di software. Per Francesco Potortì, dell’associazione Software Libero, «questi margini di guadagno superano il 70% del costo di produzione. Non è questo però il punto. Oggi non è più necessario copiare illegalmente del software per far funzionare il proprio computer. Sono moltissimi i programmi distribuiti come software libero gratuitamente scaricabili dalla rete».

La diffusione di software libero permette oggi di risparmiare sui costi delle licenze di software sotto copyright e di destinarle all’alfabetizzazione di massa alle nuove tecnologie, favorendo altresì il prluralismo informatico e un vero regime di concorrenza fra i produttori di software. Se questo non succede è perchè, secondo gli attivisti del free software e dell’open source, ci sono accordi di cartello che lavorano ad estromettere dalle commesse pubbliche il software che non proviene dai grandi monopoli. È di ieri la notizia che la Free Software Foundation Europe ha indirizzato una lettera al governo italiano a proprosito del progetto «Vola con Internet» del Ministero per l’Innovazione e le Tecnologie. Per l’associazione europea, il progetto italiano che stanzia 93 milioni di euro per favorire il processo di alfabetizzazione informatica dei giovani non deve discriminare il software libero, vero antidoto alla duplicazione illegale dei programmi informatici sotto copyright.