Free culture x QUEER
Arturo Di Corinto
Liberazione, inserto Queer, 19 novembre 2006

‘La società industriale ha ceduto il passo alla società dell’informazione e della conoscenza. Si tratta di un cambiamento radicale della nostra società. Se una persona “possiede” qualcosa può scegliere di tenerla per sé o di cederla anche agli altri. Se una persona “sa” qualcosa e la insegna, la sua conoscenza si moltiplica e si diffonde senza che nessuno si impoverisca.’

Questa citazione senza autore sintetizza bene il modo prevalente di produzione e diffusione di cultura nell’era immateriale. Allo stesso tempo però, allude al fatto che ogni forma di progresso si dà soltanto attraverso la condivisione e che le “cose nuove” non nascono dal nulla ma vengono generate grazie al libero scambio delle idee e al libero accesso al “patrimonio culturale” preesistente. Non è forse vero che le più grandi invenzioni, le opere artistiche memorabili e le avanguardie culturali sono sempre nate dove il flusso d’informazione era più ampio e libero?

Perciò se la natura collettiva di questo patrimonio ci rimanda al carattere storico e dialettico della produzione di cultura, intesa sia in senso classico e umanistico – come l’insieme delle arti e delle scienze che arricchiscono lo spirito – sia in senso antropologico – come l’insieme dei linguaggi, delle tecniche e del saper fare propri di una comunità – possiamo dire che nell’epoca dei network digitali le cose si articolano ulteriormente e, mentre aumenta la base di conoscenza a cui attingere per produrre cose nuove, si assiste a una diffusione iperveloce di tecniche e nozioni che, manipolate, consentono di sviluppare sistemi collettivi di significato e codici di interazione sempre più raffinati che rimettono costantemente in discussione le acquisizioni precedenti in un ciclo virtualmente infinito che chiamiamo progresso. Le contaminazione e le ibridazioni, sono da sempre le forze trainanti della creatività e dell’innovazione.

Ma il progresso culturale basato sulla manipolazione di oggetti cognitivi, ludici, estetici, ideativi, è oggi messo in serio pericolo dai recinti che vengono innalzati intorno agli artefatti culturali e ai saperi collettivi attraverso modalità di appropriazione privata che hanno un nome e un cognome: copyright, brevetti, marchi e segreto industriali. Motivate da argomentazioni di carattere economico che spesso non hanno alcun giustificazione se non quella di produrre scarsità artificiale dei beni comuni della conoscenza, in modo da “alzarne il prezzo”, ingessandoli e sottraendole perfino agli autori-inventori, essi arricchiscono alcuni e impoveriscono altri impedendo il remix della cultura.

Il remix della cultura, al contrario, presuppone la libertà di interpretare, riproporre, rimodulare, ma anche di copiare e diffondere le opere e le conoscenze necessarie alla loro realizzazione per produrne di nuove o migliorare quelle esistenti. Il remix della cultura, è la base del concetto di cultura libera e origina dalla convinzione che ciascuno è debitore del proprio ambiente, delle istituzioni, delle relazioni sociali che intrattiene, in quanto esse contribuiscono alla realizzazione delle idee in una forma espressiva riconoscibile e determinata, ma lasciandole sempre disponibili per una nuova metamorfosi.
Un’idea che lungi dal consentire la pirateria delle idee affonda le radici in una concezione che correttamente interpreta ogni forma di tutela legale di opere e artefatti come una forma di equilibrio fra i benefici derivanti dal riconoscimento della paternità dell’opera, i benefici della società, e la regolazione sociale di questo rapporto da parte delle istituzioni.

L’idea portante di questa filosofia è che la diffusione di conoscenza, con ogni mezzo, e in ogni contesto, rende tutti più consapevoli e più liberi di fare e di scegliere. Eppure le leggi non la riconoscono, sbilanciate come sono in favore della tutela della proprietà privata del sapere come unico sistema in grado di assicurarne la produzione attraverso la remunerazione economica degli aventi diritto, fra cui, buon ultimo, c’è l’autore.

Ma siccome ad ogni spinta corrisponde un movimento contrario ecco che le comunità che aderiscono all’idea dell’autore collettivo e quindi al paradigma produttivo basato sulla condivisione della conoscenza hanno dimostrato, attraverso il software e l’editoria liberi, la comunicazione indipendente e la produzione di beni comuni digitali, di riuscire a promuovere modelli sociali ed economici in grado di produrre ricchezza, crescita e benessere in antitesi ai paradigmi dominanti, per inciso, quelli basati sul concetto di “proprietà intellettuale”, rifiutandola, e contrapponendogli il concetto di patrimonio intellettuale considerando l’assenza di scambio e cooperazione come antisociale e contraria all’etica.

In senso stretto, la cultura libera riguarda ogni espressione della cultura – saggi, musiche, suoni, immagini, filmati, tassonomie, dizionari, eventi e opere – di cui gli autori consentono la diffusione e la manipolazione da parte di altri autori e fruitori che ne diventano coautori, in maniera consapevole oppure no.

E’ l’idea, potente, dell’autore collettivo, la consapevolezza che se l’originalità risulta sempre da un modo inedito di mescolare elementi noti, la novità non può nascere in un vacum sociale e ogni autore inventore è sempre debitore a chi è venuto prima di lui. Siamo o no seduti sulle spalle dei giganti?