Arturo Di Corinto
Liberazione, 3 pagina, 28 ottobre 2006

Oggi in 104 città italiane si svolge il Linux Day, l’incontro delle comunità che festeggiano il software libero all’insegna del pinguino Tux, la mascotte più famosa del movimento del software libero (www. linux. it/LinuxDay). Di che si tratta? E cos’è il software libero?

Il software libero è l’insieme dei programmi informatici che nelle due accezioni del free software e del software open source sono distribuiti con il codice sorgente e licenze di utilizzo che, pur con alcune differenze, consentono in genere di eseguire, studiare, modificare, distribuire questo codice e la sua versione eseguibile senza timore di essere denunciati per violazione del copyright. Caratteristiche che ne hanno fatto l’antagonista più indigesto al monopolio del software della Microsoft di Bill Gates da quando Richard Stallman, il guru della Free Software Foundation, e Linus Torvalds, l’autore del kernel Linux, hanno unito i loro sforzi a quelli di migliaia di programmatori di tutto il mondo per dare a chiunque un software capace di competere per efficienza, stabilità e trasparenza con il software commerciale non libero e “proprietario”.

Perciò festeggiare il software libero significa festeggiare un’idea che è diventata un movimento all’insegna della libertà di produrre e cooperare, che ha generato un nuovo tipo di imprenditoria del software, basato sulla vendita di servizi anziché di licenze, e che ha creato nuovi strumenti, prodotti e servizi, che sono economici, sicuri ed efficienti, da usare in rete o sul proprio computer. Strumenti ormai comuni come il web server Apache, il browser Mozilla Firefox per navigare Internet, il programma di posta elettronica Thunderbird o i fogli di calcolo e il word processor di Openoffice, oppure The Gimp, un potente software di fotoritocco (che ormai compete con il più famoso e costoso Adobe Photoshop), e molti altri sviluppati ad hoc per specifiche esigenze.

E infatti sono molte le pubbliche amministrazioni locali e nazionali che lo preferiscono al software commerciale per diversi motivi: di sicurezza in campo militare, come la Cina; per favorire l’imprenditoria locale, come a Monaco di Baviera; per risparmiare, come nel Massachussets, dove gli uffici pubblici usano la suite per ufficio Open Office; o in Brasile per alfabetizzare larghi strati di popolazione a costi ridotti.

Pure in Italia il software libero ha sfondato da qualche anno la barriera degli specialisti e si diffonde in maniera virale sui computer degli utenti domestici che lo usano per motivi di praticità e di risparmio. Per questo anche le pubbliche amministrazioni lo adottano, e al Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione è stato istituito un Osservatorio sull’open source che ha il compito di monitorare gli usi del software libero nella Pa e i suoi trend di adozione (www. cnipa. it). Scorrendolo si scopre che l’ospedale Galliera usa open office per i propri terminali anziché l’onnipresente Microsoft Office, oppure che alcune Asl, come a Reggio Emilia, sviluppano in proprio del software libero con l’idea di farlo riutilizzare da altre aziende sanitarie. Un trend di adozione che, favorito anche da alcune scelte dell’Unione Europea, non è sempre una scelta in favore della gratuità o dell’economicità, aspetti comunque non trascurabili in una Pa che deve imparare a risparmiare, ma in favore della sicurezza e della privacy. Ciò avviene perché la disponibilità del codice sorgente, rende leggibile tutto il contenuto del programma, eliminando la possibilità di introdurvi istruzioni che siano nocive o dannose per la privacy e la sicurezza degli utilizzatori. Tutto l’opposto del software proprietario il cui codice per contratto rimane segreto e misterioso anche ai suoi acquirenti.

Epperò si farebbe un torto al pinguino in un giorno di festa se non dicessimo che il software libero non è solo uno strumento tecnologico utile, economico, rispettoso degli standard di interoperabilità fra i computer, ma un modo di essere e di intendere i rapporti fra le persone che lavorano, remunerate, ma spesso gratuitamente e per passione, a renderlo sempre più versatile ed efficiente e che ha generato un nuovo modo di fare impresa, cultura e informazione. Un esperimento sociale su larga scala che dice che il dono e la cooperazione alla base del software libero non sono solo comportamenti altruistici ma un modo diverso e razionale di fare impresa, con l’assistenza, la formazione e la personalizzazione del software, favorendo le economie locali, anziché con la vendita di licenze d’uso sempre più restrittive i cui proventi vanno sovente oltreoceano. Ma soprattutto ci ricorda che, il mutuo aiuto, il dono, il baratto, lo scambio, il riuso, propri della produzione del software libero, rappresentano un modello di relazione e di sviluppo che ha nella condivisione, nella cooperazione e nel decentramento le sue maggiori qualità. E con i tempi che corrono non è certo poco.

http://www.liberazione.it/giornale/061028/archdef.asp