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Democrazia e rete
Il ruolo del web nelle rivoluzioni maghrebine, tra dinamiche locali e influenze esterne
Arturo Di Corinto per Loop n.13 di maggio 2011

Da Pericle in poi le forme della comunicazione si sono intrecciate costantemente con le forme della democrazia ed è forse per questo che con l’avvento della comunicazione di massa abbiamo creduto che ogni nuovo mezzo di comunicazione potesse prefigurare una nuova alba della democrazia. Basta ricordare come sono stati salutati la comparsa della radio prima, del cinema e della televisione dopo. Ma sappiamo come è andata a finire: prima l’uso propagandistico e goebbelsiano di questi mezzi, poi le concentrazioni e le fusioni editoriali che hanno creato conglomerati mediatici a guardia di ciò era utile comunicare alle masse e come, infine l’occupazione dello spazio mediatico da parte di tycoon candidati a ricoprire le più alte cariche dello stato dalla Thailandia all’Italia passando per il Messico.

Ma mentre questo accadeva si faceva strada un nuovo strumento di comunicazione – ovvero un insieme di strumenti – che per semplicità chiamiamo Internet, che ci ha illuso di nuovo facendoci immaginare “una nuova era ateniese della democrazia”, come la chiamava Al Gore. I suoi primi teorici sono stati Kelly e Rossetto, quelli di Wired, cantori dell’utopia californiana che auspicava una politica e una democrazia senza intermediari di professione grazie all’uso delle tecnologie della distanza che permettevano a tutti di parlare con tutti, fino alla dichiarazione dell’indipendenza del cyberspazio di John Perry Barlow.

Anche qui sappiamo come è andata finire: nella fase attuale della professionalizzazione della comunicazione politica in rete vince chi ha più soldi, fa i siti migliori e può pagare agenti virali per innescare la catena della visibilità che porta al consenso. Pensavamo che grazie a Internet si potesse comunicare ad armi pari piccoli e grandi, giovani e vecchi ma non è così.

Diverso è il discorso dei movimenti che usano la rete. A dispetto di quello che qualcuno pensa e scrive, non è stato il popolo viola col No-B day a usare per primo e meglio la rete ai fini di una mobilitazione e per irradiare un messaggio politico. Le cose cominciano invece nel “terzo mondo”, nella Selva Lacandona, quando il sub-comandante Marcos affida il proprio messaggio di ribellione alle bacheche elettroniche (BBS) texane e californiane e poi ai server universitari americani. Ma la più grande mobilitazione creata attraverso Internet è del Novembre 1999 quando nasce il “Popolo di Seattle”. Ricordate? La seconda superpotenza mondiale. L’effetto Seattle continuerà in molti modi, a Genova nel 2001, sempre in occasione di una contestazione, quella al meeting del G8, in cui il carabiniere Mario Placanica ucciderà il giovane Carlo Giuliani.

Prima che emergesse un nuovo grande movimento capace di usare la rete in maniera efficace per mobilitare le persone intorno ad un’idea politica, è il caso di MoveOn, sono accadute molte cose. Solo molto tempo dopo abbiamo vissuto in diretta su Twitter l’onda verde iraniana, il movimento a sostegno dei monaci birmani e infine le insurrezioni africane.

In Italia oggi abbiamo il Popolo Viola che si organizza intorno a Facebook, ma abbiamo anche il Popolo del Pomodoro, il Popolo della Valigia Blu, eccetera.
Possiamo dire che queste forme di aggregazione rappresentino un nuovo modo di partecipazione democratica? Sicuramente sì. Queste forme sono sufficienti a cambiare le cose? Certamente no.

E qui il discorso va approfondito: da una parte cercando di capire cos’è Internet e come può essere uno strumento di democrazia, dall’altra parte ragionando su cosa si debba intendere per democrazia.
E’ un fatto che Internet sia la più grande agorà pubblica della storia, ma solo perché è stata progettata per poterlo essere consentendo una dialogo multilaterale, orizzontale, da molti a molti con pari dignità e senza esclusione per alcuno. Tuttavia leggi e decreti, oltre che condizioni particolari come il digital divide minacciano costantemente la sua natura aperta e la possibilità di accedervi. In Africa è successo di peggio. I regimi contestati sui social network hanno addirittura provato a “spegnere” rete, riuscendoci, anche se per poco.

E tuttavia le rivolte africane hanno portato alla ribalta il protagonismo delle giovani generazioni che grazie al web hanno individuato nuove modalità di azione politica. Discutere dell’operato del governo, criticarlo, fare proposte e chiedere sostegno a specifiche iniziative di protesta su Internet è però qualcosa che esisteva da tempo. Come appare da un bel documentario di Carolina Popolani è il caso dei blogger egiziani, che da diversi anni sono impegnati a raccontare e raccontarsi desideri, bisogni e voglia di futuro. http://www.vimeo.com/19744049
Perseguitati a casa hanno creato reti transanazionali con altri blogger e attivisti in diversi paesi con gli africani della “diaspora” stimolando nuove forme di partecipazione e mobilitazione nello spazio pubblico online e offline. A dimostrazione di questo una ricerca del Forum Europeo sull’Immigrazione (fieri.it) trova che i giovani italiani di origine immigrata (e i nativi digitali) assumono sempre più un ruolo di netizens, ossia cittadini digitali che, esclusi dai canali tradizionali di partecipazione trovano nel web uno spazio pubblico, un luogo di cittadinanza e di partecipazione politica non convenzionale, da esercitare singolarmente o in forme associative. Se dalla sponda sud del Mediterraneo emerge la voglia di superare gli spazi angusti del proprio paese di residenza, dall’altra cova la voglia di riscatto di chi è coinvolto suo malgrado in un difficile processo di cittadinizzazione. Una simile contaminazione non poteva non produrre idee e rivendicazioni di libertà e dignità da un lato, di diritti e opportunità dall’altro. I network sociali hanno offerto un’occasione di “riscatto” anche agli immigrati di seconda generazione. Facebook e Youtube da soli non fanno la democrazia ma di certo hanno stimolato una consapevolezza politica i cui esiti futuri non sono per niente scontati. Tutto questo ci autorizza a parlare di soggettivazione politica in rete?

Le homepage dei siti di social network possono rappresentare oggi delle piazze pubbliche in cui articolare e diffondere domande politiche e sociali e stimolare nuove forme di partecipazione e mobilitazione online e offline. Quando si è in grado di esprimere le proprie opinioni e il proprio scontento, spesso in modo anonimo, e trovare in rete altri che la pensano allo stesso modo, ci si sente meno soli e più forti, pronti anche a scendere in piazza e rischiare la vita: che è quello che è successo in Tunisia dove l’atto disperato di darsi fuoco contro le angherie della polizia da parte di un venditore ambulante ha infuocato il Maghreb.
Quindi possiamo dire che questi strumenti servono all’awareness building e insieme ai media tradizionali possono diventare uno straordinario strumento di pressione verso le elitè politiche nazionali. Ma rimane aperto ogni discorso sui futuri assetti delle democrazie che nasceranno dalle ceneri delle rivolte. Il popolo della rete non è una constituency elettorale.
Mentre la democrazia, che non va confusa né con il referendum elettronico su alternative date e calate dall’alto, né con l’e-voting, né con la democrazia dei pareri tipica dei social network, tantomeno con il tasto “like” di Facebook, è un processo dove la possibilità di esprimersi secondo della regole, è il fondamento di un processo di dialogo e consultazione che deve arrivare a una deliberazione e a forme organizzative stabili e condivise.
Se e solo se Internet sarà usata per innervare forme di democrazia deliberativa e costituente potremo dire che il cerchio sarà chiuso e la nuova era ateniese della democrazia elettronica diverrà determinante per la creazione di una nuova sfera pubblica finalmente consapevole di se stessa.