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Comunicazione politica e nuove forme della democrazia
per Peace Reporter di Giugno
Arturo Di Corinto

Storicamente le forme della comunicazione si sono intrecciate con le forme della democrazia. Questo è stato vero da Atene in poi. Con l’avvento della comunicazione di massa l’illusione utopica che ogni nuovo medium potesse prefigurare una nuova alba della democrazia, ci ha accompagnati fino ai giorni nostri. Basta ricordare come sono stati salutati la comparsa della radio prima, del cinema e della televisione dopo. Sappiamo come è andata a finire: prima l’uso propagandistico e goebbelsiano di questi mezzi, poi concentrazioni e fusioni hanno creato conglomerati mediatici a guardia di ciò era utile comunicare alle masse e come, poi l’occupazione dello spazio mediatico di tycoon candidati a ricoprire le più alte cariche dello stato dalla Thailandia all’Italia passando per il Messico.

Nel frattempo si faceva strada un nuovo strumento di comunicazione – ovvero un insieme di strumenti – che per semplicità chiamiamo Internet, che ci ha fatto immaginare una nuova era ateniese della democrazia come la chiamava Al Gore. I suoi primi teorici sono stati Kelly e Rossetto, quelli di Wired, cantori dell’Utopia californiana che auspicava una politica e una democrazia senza intermediari di professione grazie all’uso delle tecnologie della distanza che permettevano a tutti di parlare con tutti, fino alla dichiarazione dell’indipendenza del cyberspazio di John Perry Barlow.

Anche qui sappiamo come è andata finire: nella fase attuale della professionalizzazione della comunicazione politica in rete vince chi ha più soldi, fa i siti migliori e può pagare agenti virali per innescare la catena della visibilità che porta al consenso. Pensavamo che grazie a Internet si potesse comunicare ad armi pari piccoli e grandi, giovani e vecchi ma non è così.

Diverso è il discorso dei movimenti che usano la rete. A dispetto di quello che qualcuno pensa e scrive, non è stato il popolo viola a usare per primo e meglio la rete ai fini di una mobilitazione e per irradiare un messaggio politico.

Le cose cominciano invece nel “terzo mondo”, nella Selva Lacandona, quando il sub-comandante Marcos affida ai BBS texani e californiani e poi ai server universitari americani il proprio messaggio di ribellione. Ma la più grande mobilitazione creata attraverso Internet è del Novembre 1999 quando nasce il “Popolo di Seattle”, ricordate? La seconda superpotenza mondiale. L’effetto Seattle continuerà in molti modi, a Genova ad esempio nel 2001, sempre in occasione di una contestazione, quella al G8, in cui il carabiniere Placanica ucciderà Carlo Giuliani.

Prima che emergesse un nuovo grande movimento capace di usare la rete in maniera efficace per mobilitare persone, è il caso di MoveOn, sono accadute molte cose. Poi abbiamo vissuto in diretta su Twitter l’onda verde iraniana e il movimento a sostegno dei monaci birmani.

In Italia oggi abbiamo il Popolo Viola che si organizza intorno a Facebook, ma abbiamo anche il Popolo del Pomodoro, il Popolo della Valigia Blu, eccetera.
Possiamo dire che queste forme di aggregazione rappresentino un nuovo modo di partecipazione democratica? Sicuramente sì. Queste forme sono sufficienti a cambiare le cose? Certamente no.

E qui il discorso va approfondito: da una parte cercando di capire cos’è Internet e come può essere uno strumento di democrazia, dall’altra parte ragionando su cosa si debba intendere per democrazia.
E’ un fatto che Internet sia la più grande agorà pubblica della storia, ma solo perché è stata progettata per poterlo essere consentendo una dialogo multilaterale, orizzontale, da molti a molti con pari dignità e senza esclusione per alcuno. Tuttavia leggi e decreti, oltre che condizioni particolari come il digital divide minacciano costantemente la sua natura aperta e la possibilità di accedervi.

La democrazia invece, che non va confusa né con il referendum elettronico su alternative date e calate dall’alto, né con l’e-voting, né con la democrazia dei pareri tipica dei social network, è un processo dove la possibilità di esprimersi secondo delle regole, è il fondamento di un processo di dialogo e consultazione che deve arrivare a una deliberazione.

Se e solo se Internet sarà usata per innervare forme di democrazia deliberativa e costituente potremo dire che il cerchio sarà chiuso e la nuova era ateniese della democrazia elettronica diverrà determinante per la creazione di una nuova sfera pubblica.

http://www.ilpopoloviola.it
http://www.ilpopoloviola.eu