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Arturo Di Corinto
per Piovono Rane e Sinistra e LIbertà

Il pluralismo e la libertà d’informazione in Italia sono una chimera. E questo accade non solo per l’abnorme conflitto d’interessi che riguarda il suo premier, ma perché da sempre i mezzi d’informazione italiani sono soggetti alla pesante influenza dei propri editori, alle dinamiche perverse della raccolta pubblicitaria e alla scarsa cultura democratica dei legislatori.
Il consiglio d’amministrazione della RAI è lottizzato dai partiti mentre le redazioni giornalistiche di radio e tv, pubbliche e private, sono in gran parte selezionate in base a criteri politici, familistici e clientelari. Nelle redazioni troppo spesso regnano indiscussi la censura e il conformismo preventivo, e le schiene dritte sono sempre di meno.

Bastano questi elementi a spiegare la crisi della democrazia dell’informazione? Evidentemente no, se non consideriamo altre dimensioni del sistema, come la precarizzazione del lavoro e il conseguente calo di professionalità delle redazioni, il dumping editoriale conseguente all’esternalizzazione delle produzioni, il dannoso e ricorrente braccio di ferro tra la Fieg degli editori e i giornalisti della Fnsi per i rinnovi contrattuali, la compulsiva concentrazione dei media e la conseguente riduzione delle fonti informative.

In aggiunta a questo, la lotta fra gli oligopoli mediatici di fronte alla contrazione del mercato pubblicitario, la crisi dei sistemi di rilevamento degli ascolti e dei sistemi di attribuzione del valore delle testate e delle revenues editoriali, e l’influenza delle case di produzione costituite in lobbies, sono tutti fattori che hanno contribuito a stravolgere i fragili equilibri dei tradizionali meccanismi economici dell’industria della comunicazione determinando un’impoverimento complessivo dell’offerta informativa.

Tutti gli elementi citati concorrono in questo modo a determinare un’informazione sciatta, approssimativa, taglia-incolla, d’intrattenimento: costa meno e assicura di conservare prebende e privilegi per pochi e le simpatie di chi comanda. Un’informazione chiusa e impoverita.

C’è un’alternativa all’informazione blindata che si chiama Internet. Grazie alla rete ognuno può diventare editore di se stesso e anche piccole testate giornalistiche possono competere con i grandi gruppi quando riescono a trovare la strada verso il proprio pubblico di “prosumer”, produttori e consumatori d’informazione. Proprio per questo Internet disturba, e i legislatori sono sempre al lavoro per limitarne uso e portata. Come se già non bastasse il digital divide a creare gli “information rich” e gli “information poor”.

Negli ultimi mesi il Parlamento e il Governo italiani si sono distinti in una campagna strisciante per limitare la libertà della comunicazione in rete.

Proposte come quella di chiudere interi siti contenenti una sola frase ingiuriosa, o quelle volte a impedire l’anonimato in rete, a trasformare i provider in sceriffi digitali per individuare i potenziali criminali del peer to peer, hanno trovato il proprio corollario nel “Ddl intercettazioni”. Ripescando una norma fascista, nella proposta del ministro Alfano c’è infatti un articolo volto a obbligare ogni sito informatico a rettificare entro 48 ore le proprie informazioni, pena una multa fino a 12.500 €, come accade per le testate giornalistiche registrate, ma senza che i siti ne abbiano le tutele e i finanziamenti, mettendo una pesante ipoteca al diritto, dovere, piacere, di produrre informazioni amatoriale. Il 14 settembre inoltre è stata depositata una proposta di legge a firma degli onorevoli Pecorella e Costa nel quale si manifesta l’intenzione di rendere integralmente applicabile a tutti i “siti internet aventi natura editoriale” l’attuale disciplina sulla stampa, assoggettandoli ai criteri di responsabilità previsti per le ipotesi di diffamazione a mezzo stampa o radiotelevisione.
Tradotto potrebbe significare che la causa da 20 milioni di euro intentata dal senatore_non_luogo_a_procedere_Angelucci contro Wikimedia Italia per “lesione dell’onore”, la farebbe chiudere.

In aggiunta a tutto questo, è ricominciata in Europa la battaglia sul famigerato Pacchetto Telecom, che ha l’obiettivo palese di ridisegnare il quadro comunitario delle telecomunicazioni favorendo ancora una volta le grandi compagnie e ridisegnando l’accesso ai servizi in rete su base censitaria. Attaccando uno dei pilastri su sui si è sempre fondata la democrazia di Internet, la net neutrality, cioè l’uguaglianza di accesso ai suoi contenuti, i grandi carrier di telecomunicazioni puntano a creare una rete a due velocità in base alla capacità di spesa di ognuno: solo se paghi vai veloce e scarichi tutto. Alla faccia della libertà.
Anche per questo alla prossima manifestazione per la libertà d’informazione del 3 ottobre non potrà mancare un chiaro riferimento alla libertà di Internet: organo d’informazione universale.