Questione di democrazia
Arturo Di Corinto
Il sole24ore del 7 giugno 2007 – Nova

Forse non tutti sanno che quando visitiamo un sito web stiamo usando un software di tipo open source nel 70 per cento dei casi. Questo accade perchè ogni volta che accediamo ad una pagina Internet il nostro computer riceve le informazioni che deve visualizzare da un software di nome Apache, sviluppato da una comunità di programmatori che ne rende disponibile il codice sorgente e rilascia il prodotto con una licenza che consente modifica e redistribuzione. Ugualmente, non tutti sanno che Mozilla Firefox è un browser open source tradotto in 35 lingue e diffuso in decine di milioni di copie i cui codici sono distribuiti con una licenza similare e che Open Office, la suite che sostituisce Microsoft Office su molti computer è sviluppato da una comunità di utenti programmatori e rilasciato come software open source.

Però molti sanno che il sistema operativo Windows non è l’unico disponibile per far funzionare un computer e che Linux, il kernel scritto da Linus Torvalds, parte integrante dei sistemi operativi Gnu/Linux, come Debian, Slackware e derivati, è diventato l’icona di un movimento di programmatori informatici e utenti che ne insidia il monopolio nel nome della libertà di condivisione del software. Ugualmente molti sanno che le aziende italiane, sempre più spesso, si affidano a prodotti informatici che i propri tecnici possono studiare, manipolare e modificare senza timore di violare alcun copyright, evitando il lock-in commerciale e tecnologico che prima li legava all’impresa da cui avevano acquistato la licenza d’uso del software, e che, se vogliono, possono chiudere il rapporto con il primo fornitore e trovarsene un altro per ottimizzare la stessa porzione di codice. Eppure non tutti sanno chi è Bruce Perens, l’uomo che con Richard Stallman ha incominciato tutto questo e che, appena arrivato in Italia per un ciclo di conferenze oggi stesso incontrerà il presidente della Camera Fausto Bertinotti per raccontargli la “open source revolution”.

“ Negli anni ’80 la gente cercava un’alternativa a Microsoft ma compresi subito che le aziende, naturalmente orientate al profitto, non avrebbero mai accettato la filosofia libertaria della Free Software Foundation che nel nome della libertà di copia era pronta a regalare il proprio software senza necessariamente averne un ritorno economico”. Perens comprese anche che molti programmatori non l’avrebbero seguita e insieme ad altri transfughi del movimento del free software come Eric Raymond decise di stabilire una serie di criteri per definire in maniera più flessibile i gradi di libertà associati all’uso del software affinchè diventasse appetibile per le aziende che volessero investire del denaro per ottenere del buon software e ricavarne profitti mantenendolo nella disponibilità della comunità. Allora scrisse la open source definition: “L’open source ci permise di avviare nuove relazioni economiche, di tipo paritario, fra le imprese e i clienti, che poterono partecipare allo sviluppo del software riducendo il rischio d’impresa. Si crearono nuove relazioni fra i distributori che cooperavano nella diffusione del software open source e competevano in altri settori”

L’intuizione di Perens fu che se i clienti non avessero dovuto pagare per la versione di base del software sarebbero stati disposti a pagare la sua personalizzazione e che questo avrebbe potuto creare una diversa economia cosicchè le aziende, anziché fare profitti sulle licenze, avrebbero potuto guadagnare dai servizi collegati alla manutenzione e sviluppo del software.
Questo avrebbe motivato tanti informatici a mettersi insieme e tirare su delle piccole imprese dove il capitale più importante è quello intellettuale, cioè la capacità di risolvere problemi, che nel mondo dei computer si chiama programmazione. Ma adesso che anche i governi cominciano ad usare l’open source? “Ora” ci dice, “bisogna spostare le lancette in avanti e fare meglio quello che abbiamo già fatto, impedire ai monopoli che sono l’antitesi della competizione economica e della democrazia, di ingabbiare Internet e difendere la sua neutralità”. “Il vero successo dell’open source è stata proprio la rete che ha permesso a uno sviluppatore giapponese di cooperare con un altro in Africa o in Francia, trasformando un gruppetto di visionari che scrivevano software nel tempo libero in una organizzazione anarchica di migliaia di sviluppatori che produce buon software”. Ma si tratta solo di difendere il capitalismo? “Per noi il software – dice – è una questione di business, quindi di democrazia economica, ma anche di democrazia politica. La comunicazione di massa passa sempre di più per i computer e le reti che sono diventati un elemento cruciale di democratizzazione della società. Per questo non possiamo permettere che pochi la controllino”.
Forse è per questo che segue con grande attenzione quello che succede nei paesi in via di sviluppo. “Credo che bisogna fare molta attenzione a quei paesi che nell’era digitale hanno capito che la competizione si sta spostando dal possesso del capitale economico finanziario a quello intellettuale”. “Oggi si moltiplicano le iniziative dei governi, penso alla Malesia, al Mali, all’India, alla Thailandia, che hanno deciso di investire nel software e nell’hardware open source per costruire dispositivi informatici a basso costo chiedendo ai loro stessi utilizzatori di migliorarli. Il capitale intellettuale che ha fatto grandi le aziende del Nord del mondo potrebbe non essere più disposto a spostarsi”.
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