logo peace reporter

L’utopia sociale di Facebook
Arturo Di Corinto
per Peace Reporter di Dicembre

Conta più di 120 milioni di utenti. E’ il quarto sito più cliccato al mondo, il primo fra i network sociali. E’ Facebook, un sito progettato per “aiutarti a mantenere e condividere i contatti con le persone della tua vita”. La facebook-mania nasce nel 2004, in un dormitorio di Harvard dall’idea di Mark Zuckerberg. Da allora è diventato un must della networked generation.
Ma a che serve? In fondo non fa niente, media solo fra rapporti esistenti ma dovrebbe aiutarti a crearne altri. Uno strumento che facilita le relazioni fra le persone è sicuramente utile, ma con Facebook questo avviene a patto di un un compromesso rilevante: la superficialità delle relazioni e la perdita della privacy. La facilità d’uso del sistema, che ti permette di segnalare e di accettare con un colpo di clik centinaia di nuove “amicizie”, ha scatenato fra i suoi utenti una gara ad aggiungere amici al proprio carnet. Il risultato è un numero di contatti ingestibile psicologicamente, ma accettabile nella logica di Facebook. La banalizzazione dei rapporti umani che scambia la qualità con la quantità potrebbe essere la spia di due fenomeni di lunga durata della “modernità liquida”: il precariato e la solitudine. Stare su Facebook è diventato un modo per dire “Ehi, mondo, io sono qui”, ma anche un modo per aumentare i propri contatti personali e sperare che a quel moltiplicarsi corrisponda l’aumento esponenziale di occasioni di viaggio, studio e lavoro. Forse è anche il tentativo di fare comunità, per colmare il vuoto creato da una modernità che obbliga al nomadismo e alla superficialià dei rapporti umani. In questa ratrace virtuale accade poi che si faccia di tutto per apparire più desiderabili, caricando foto, video, elenchi di prodotti che, trattati secondo le regole del direct marketing, serviranno a offrire agli utenti ciò che sono più propensi a desiderare per modellarne stili e modelli di consumo. Mercificazione dei rapporti umani, esibizionismo, voyeurismo, si mescolano così in una logica televisiva che non lascia scampo: se non stai nel network sei un antisociale. E se lo usassimo per degli scopi sociali? Potrebbe diventare una bacheca dove pubblicare le foto di dissidenti e condannati a morte da regimi autoritari, uno strumento per la raccolta di fondi in favore di popolazioni alluvionate o una mappa ragionata dei conflitti globali. Qualcuno forse ci sta già pensando, ma la legge dei grandi numeri qui non sembra funzionare. www.facebook.com