Presentazione del libro di Pietro Folena e Umberto Sulpasso

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24/06/03 – Terrazza del Campidoglio

Questo libro affronta molti problemi insieme e puo’ essere letto da molte angolazioni perche’ offre spunti molteplici, pero’ come dice il titolo, sviluppa un discorso che ha come elemento centrale la questione del sapere.

Affrontare le problematiche della modernita’ usando il sapere come chiave di lettura e’ il vero merito del libro.

Le singole questioni affrontate dagli autori possono anche risultare in qualche caso sopravanzate dai fatti, dai cambiamenti rapidi della societa’ e della politica sotto l’impatto delle trasformazioni produttive portate dalla tecnologia, e proprio per questo e’ importante che gli autori abbiano focalizzato l’argomento sapere offrendo al pubblico una lettura del problema che se e’ impossibile esaurire in un libro, e’ stimolante, perche’ si inserisce a pie’ pari in un dibattito assai importante, quello dello statuto del sapere e della produzione di conoscenza.

Percio’ ritengo assai importante che un professore emerito ma soprattutto un parlamentare, prendano posizione, anche polemicamente, su questo importante tema e ne facciano occasione di dibattito.

Lo statuto della conoscenza nelle societa’ industrializzate e’ da tempo al centro del dibattito intellettuale, scientifico e specialistico ma non fa ancora pienamente parte dell’agenda politica. Eppero’ la proprieta del sapere e’ una delle grandi questione della democrazia moderna perche’ e’ al centro di ogni ipotesi di sviluppo sociale ed economico.

In particolare perche’ il cambiamento nel modo di produrre la ricchezza che si basa sulla manipolazione di oggetti cognitivi, immateriali, anziche’ sulla trasformazione delle materie prime tradizionali ha conferito al sapere un nuovo statuto.

Il sapere e’ infatti la materia prima delle nuove forme di produzione e accumulazione della ricchezza nelle economie avanzate che si caratterizzano per la terziarizzazione della produzione delle merci e dei servizi e per la finanziarizzazione dei mercati.

Ma che tipo di sapere e’? Quando parliamo di sapere, non ci riferiamo piu’ solo e soltanto al saper fare dell’artigiano, al sapere implicito dell’operaio, al sapere relazionale del lavoratore sociale. Parliamo del sapere incorporato nelle macchine informatiche, il sapere che sovrintende alle procedure di lavorazione industriale, il sapere prodotto dalla ricerca scientifica, di base e applicata, pubblica e privata.

Un sapere che e’ “disembodied”, soprattutto quando viene digitalizzato, e si presenta cioe’ sganciato dal suo referente oggettivo immediato e diventa esso stesso merce, non piu’ quindi soltanto fattore produttivo.

Da una parte diventa materia prima da trasformare, dall’altro e’ oggetto da scambiare.

Sia come materia da trasformare sia come asset industriale e’ un fattore produttivo. Per chi e’ in grado di appropriarsene.

Le forme piu’ avanzate dell’appropriazione del sapere sono i brevetti e il copyright che costituiscono l’interfaccia fra il sapere sociale, cumulato, diffuso che lo ha generato e la moderna produzione di merci. Un esempio per tutti di questo sapere che diventa merce e’ il software. Ma ugualmente esemplificativo puo’ essere il caso dei farmaci o delle tecniche di apprendimento a distanza.

Questo sapere, nella forma di capitale morto e di capitale produttivo, viene irregimentato attraverso l’appropriazione privata dei codici sottostanti in cui viene formalizzato, per essere fruito e scambiato, dislocato nel tempo e nello spazio. Parliamo dei codici culturali (i testi scientifici e il software) e dei codici della vita (il genoma e le sequenze proteiche).

Da questo punto di vista mi pare che due siano le domande importanti che Folena e Sulpasso elaborano:
a) come questi codici possano essere tutelati e valorizzati,
b) come questi codici possano essere condivisi.

La risposta e’ solo apparentemente semplice: mantenendoli e riportandoli nel dominio pubblico che li ha generati e dall’altra parte, nell’incrementare e valorizzare la loro produzione e circolazione immaginando una nuova fabbrica del sapere.

Come si fa? E’ questa la domanda a cui innanzitutto la politica deve dare risposta. Con le leggi, certamente, ma anche valorizzando le forme di produzione collettiva e non esclusiva di questa conoscenza riconoscendogli a livello sociale il pieno carattere di Commons bene pubblico, inalienabile, universale e non esclusivo.

In questa direzione sono centrali la questione dell’accesso alla Formazione e all’Istruzione avanzata, il sostegno attivo dello Stato nella ricerca e nella produzione del sapere, un impegno forte di tutte le parti sociali, il sindacato e della confindustria, ma anche dell’industria culturale a usare questo sapere per il progresso di tutti.

Per illustrare questi concetti Folena e Sulpasso fanno spesso riferimento al modello californiano.

Che pero’, secondo me e’ un paradigma impraticabile nell’italia di oggi e non solo per le peculiarita’ storiche e antropologiche che hanno fatto della Silicon Valley l’epicentro di quella economia della conoscenza che e’ uno dei fattori dell’egemonia statunitense nel mondo.
L’economia della conoscenza si e’ sviuppata in California grazie a diversi fattori di crescita che in italia non sono presenti.

Nella Silicon Valley, l’economia della conoscenza ha visto interagire diversi fattori:

– Un ruolo centrale dei centri di produzione del sapere, soprattutto le Universita’, capaci di attrarre capitale umano, di trasferire i saperi dalle Universita’ all’industria e alla comunita’ (e viceversa), di garantire l’osmosi la produzione intellettuale e la sua applicazione commerciale e pubblica (industria del sapere)

In Italia

– Non si investe abbastanza sulla formazione universitaria e non viene favorita a sufficienza la circolazione della ricerca scientifica. Il Governo investe pochissime risorse in Formazione e Ricerca. Non lo dico io, lo dicono le dimissioni dei vertici del CNR e dei rettori di quasi tutti gli atenei italiani, lo dicono studenti e sindacati rispetto alla riforme Moratti. Ce lo dice la chiusura delle iscrizioni nella facolta’ di Scienze della Comunicazione di Roma per insufficienza di spazi e di docenti.

Nella Silicon Valley:

– Una cultura imprenditoriale con spirito di frontiera capace di accumulare ricchezza e di reinvestirla in condizioni di elevato rischio economico (Venture Capital)

In Italia

– abbiamo sempre avuto una imprenditoria assistita e di carattere familiare, che ha operato e opera in condizioni di quasi monopolio. Non c’e’ bisogno di pensare ad Agnelli e Berlusconi, non vi siete mai chiesti perche’ in Italia non entrano le banche straniere?

Nella Silicon Valley

– Capacita’ di pianificare gli investimenti e di realizzare le infrastrutture per la realizzazione dei progetti ad esso associati mediante apposite strutture logistico finanziarie (BIC)

In Italia-

– Subiamo ancora gli effetti dei buchi neri delle agenzie di finanziamento regionali, business incubators e poli tecnologici che sono gia’ archeologia industriale.

Allora se forse va formalizzata una proposta coerente con la storia e la cultura italiane ed europee, il ruolo dello stato e della politica e’ diventa determinante.

Dal canto mio faccio alcune modeste proposte:

1. Modificare le attuali leggi italiane sul copyright e portare fino in Europa la richiesta della riduzione della durata del copyright assoggettando il proprietario al pagamento degli oneri per mantenerla e, in caso contrario fare tornare quella proprieta’ nel dominio pubblico. Qualcosa di simile alla proposta di Lawrence Lessig, per ribaltare il disastroso risultato di un’italia che fa propria la EUCD.

2. In subordine realizzare degli archivi aperti e pubblici dei risultati della ricerca scientifica finanziata con soldi pubblici che non debba sottostare ai meccanismi dell’editoria scientifica mantenendo il criterio del peer-review.

3. Impedire in ogni sede la brevettabilita’ del software. Il software non e’ un semplice strumento. E’ alla base di tutta la produzione a tecnologia avanzata e dell’industria della comunicazione. La brevettabilita’ del softtware non solo bloccherebbe ogni processo ideativo che sul software si basa ma impedirebbe la sua continua e costante innovazione.

4. Portare in Europa la richiesta di agevolazioni burocratiche ed economiche per la brevettazione delle opere d’ingegno per chiunque accetti di conservarne la titolarita’ lasciandole pero’ nel dominio pubblico per usi non commerciali di studio e di ricerca.

5. Adottare la GPL pensata per il software anche per il vivente, cioe’ per i codici della vita di semi, piante, animali.
Qui non si tratta di intaccare il mostro sacro della proprieta’ privata, si tratta di scegliere. Se la proprieta’ privata entra in conflitto con il bene pubblico, la scelta deve essere chiara. Viene prima il bene di tutti.

Epifani
L’accesso al sapere equivale all’accesso al mondo del lavoro. L’accesso al mondo del lavoro nel sistema del lavoro salariato euqivale all’accesso ai diritti.

Veltroni
Come il governo locale puo’ promuovere forme di sapere diffuso? Una diversa gestione di questo sapere puo’ riconfigurare positivamente i rapporti fra il nord e il sud del mondo?

Curzio Maltese
Non credi la questione del sapere sia l’oggetto di una critica multilaterale e diffusa delle attuali forme di produzione e accumulazione della ricchezza? E secondo te, questo governo opera nel senso di una redistribuzione della ricchezza socialmente generata?

New Economy
La New Economy, intesa come nuovo paradigma economico, e’ il frutto di una narrazione ideologica relativa all’effetto che sull’economia hanno avuto i nuovi mercati trainati dell’innovazione tecnologica nel campo delle NTIC (Nuove Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione).

Il fatto che la New Economy sia il frutto di una narrazione ideologica non vuol dire che essa non abbia dispiegato degli effetti concreti sull’economia reale e sulla vita concreta delle persone.

Tuttavia non e’ facile dire se tali effetti rappresentino un paradigma economico nuovo, destinato a superare per importanza altri modelli di produzione e accumulazione della ricchezza, oppure se rappresentino un modello economico limitato nella portata i cui effetti si dispiegano limitatamente nel tempo e nello spazio, in questo caso soprattutto nel Nord America, stante una serie di condizioni favorevoli.

Ognuna di queste due ipotesi e’ parzialmente vera.

Al di la’ delle differenti definizioni che ne sono state date, la new economy riguarda l’intrecciarsi di due dimensioni: la globalizzazione degli affari e la rivoluzione legata alle tecnologie informatiche. Senza le reti di comunicazione e la diffusione dei relativi dispositivi, sia hardware che software, non sarebbe stato possibile creare un mondo di scambi globali e viceversa, e viceversa se internazionalizzazione e finanziarizzazione dell’economia non avessero reso disponibili i capitali per lo sviluppo delle NTIC e degli apparati sociotecnici collegati, non ci sarebbe stata la nuova economia.

Entrambi i fattori hanno indotto dei cambiamenti nella struttura organizzativa e produttiva di interi comparti economici. Da un lato, per una sorta di autoriflessivita’, le NTIC hanno modificato il modo stesso di produrre ricchezza da parte dell’industria a tecnologia avanzata, dall’altro hanno consentito una maggiore automazione di comparti produttivi tradizionali e la dematerializzazione di prodotti di consumo, prevalentemente culturali e scientifici, creando una nuova industria: l’industria del sapere.

Se accettiamo per vera l’ipotesi che la nuova economia rappresenti un nuovo paradigma della produzione di ricchezza dobbiamo concentrarci sulla materia prima di tale economia e descriverne i fattori di sviluppo, cioe’: conoscenza, capitali, organizzazione.