Il sapere al primo posto – Aprile

Arturo Di Corinto

Aprile.il Mensile – n° 107 – luglio 2003

http://www.tornareavincere.it/aprilerivista/articolo.asp?ID=558&n=107

Accade che in una economia di reti, globale, interdipendente, la proprietà della conoscenza diventi un argomento trasversale ai temi dello sviluppo umano e dell’ambiente, dell’etica e della democrazia. Di tutto questo discutono in un libro a quattro mani Pietro Folena, deputato dei Ds, e Umberto Sulpasso, presidente dell’International Multimedia University (Know Global. Più sapere per tutti, Baldini & Castoldi, pp. 210, euro 12,40).
Nel libro i due autori sottolineano che oggi accesso al sapere significa accesso al lavoro, al reddito e ai diritti. Quindi, favorire l’accesso al sapere significa favorire processi di inclusione sociale ma anche l’occasione per trasformare il sistema paese Italia, rendendolo competitivo sul piano internazionale e in grado di affrancarsi dai monopoli del sapere e dalla dipendenza tecnologica che lo hanno reso un paese di conquista. Perciò ribadiscono l’importanza per la sinistra dell’impegno nella costruzione di una “industria del sapere” e di una politica che sia il luogo della piena rappresentanza del mondo del lavoro, punto di partenza per “riscrivere un nuovo patto sociale attorno ai ceti del lavoro e dell’innovazione assumendo l’obiettivo di una radicale trasformazione del processo di sviluppo”.
L’insistenza dei due autori sulla formazione e sugli investimenti nella ricerca, pubblica e privata, se da un lato guarda a quello che accadde nella Silicon Valley del boom della net economy, dall’altro registra in maniera sconsolata ma non rassegnata la riorganizzazione su base censitaria della formazione nel nostro paese e la disperante miopia di un’industria che invece di competere in ricerca e innovazione riduce il costo del lavoro e taglia occupazione, rivelandosi incapace di valorizzare il capitale di competenze espresso dalla società. Per gli autori, non ci sono scorciatoie. Non resta che investire nella produzione e diffusione del sapere come elemento di un nuovo modello di sviluppo che abbia come obiettivi la pace, la democrazia, i diritti e, soprattutto un altro welfare, immaginando un nuovo tipo di keynesismo, chissà digitale.
Del resto, lo statuto della conoscenza nelle società industrializzate è da tempo al centro del dibattito scientifico e intellettuale ma non fa ancora parte a pieno titolo dell’agenda politica. Eppure quella del sapere è una grande questione di democrazia perché è al centro delle nuove forme di produzione e distribuzione della ricchezza e influenza ogni ipotesi di sviluppo economico e sociale. Il sapere è la materia prima dell’innovazione, è alla base di ogni produzione tecnologicamente avanzata e di tutta l’industria culturale e della comunicazione e il suo valore è destinato a crescere in una economia che si caratterizza sempre di più per la manipolazione di oggetti cognitivi.
Oggi la possibilità di curarsi, di apprendere, di socializzare, di partecipare alla vita democratica dipendono dalla disponibilità di questa conoscenza e da come essa viene impiegata nelle moderne tecniche di insegnamento, nella produzione degli alimenti e dei farmaci, dei prodotti culturali e di informazione. L’impossibilità per molti di accedere al sapere e ai suoi prodotti ha generato nuove forme di esclusione sociale come il divario digitale, la frontiera che divide chi è in grado di sfruttare le possibilità offerte dalle tecnologie e chi non lo può fare e, soprattutto la sua appropriazione privata mediante il copyright e i brevetti ha generato nuove povertà fino a rappresentare una minaccia per la biodiversità, la sovranità alimentare e persino la sopravvivenza di intere popolazioni. Un esempio di questa appropriazione è quello per cui la brevettazione del genoma di una pianta curativa conosciuta da millenni si traduce nell’impossibilità di utilizzarla per curarsi senza pagare i diritti ai “nuovi titolari”. Oppure il costo elevato dei brevetti per la produzione di farmaci anti-Aids che impediscono ai paesi poveri di curare i propri malati.

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