Pubblicato su Internet il rapporto della commissione parlamentare sull’uso di programmi per computer non sottoposti alle leggi sul diritto d’autore. Le conclusioni sono incoraggianti: la pubblica amministrazione deve favorire un «pluralismo informatico» con lo scopo di favorire lo sviluppo di un’industria del software libero. La parola ora passa al ministro dell’innovazione e delle tecnologie
ARTURO DI CORINTO

Dopo cinque mesi di lavori, che hanno visto anche il coinvolgimenti di molti esperti, sono stati resi noti, ovviamente su Internet, le conclusioni della Commissione per l’open source nella Pubblica amministrazione (www.innovazione.gov.it). La commissione, voluta dal Ministro dell’innovazione Lucio Stanca, è stata coordinata da Angelo Raffaele Meo, docente presso il Politecnico di Torino, e si è avvalsa dell’apporto di una nutrita squadra di esperti che ha ascoltato operatori e specialisti delle cosiddette tecnologie dell’informazione e della comunicazione in risposta alle molte sollecitazioni provenienti dal mondo accademico, imprenditoriale, dell’associazionismo e degli enti locali che da tempo chiedevano di avviare una seria valutazione sull’utilizzo del «software libero» nella pubblica amministrazione. La proposta di istituire una commissione su questo tema nasce anche sulla scorta di analoghe iniziative europee (Francia, Germania, Svezia, Regno Unito), che da tempo impegnano i governi a valutare e favorire l’adozione del software open source e dal riconoscimento che il suo è ormai un mercato maturo e competitivo, come dimostra l’interesse di aziende come Sun, Ibm e Oracle nello sviluppare prodotti open source e renderli compatibili con le proprie piattaforme tecnologiche. Per evitare fraintendimenti circa l’oggetto dello studio è bene chiarire da subito che nel rapporto «con il termine open source si intende un processo di produzione, distribuzione ed evoluzione del software che si basa sulla apertura del codice sorgente e sulla sua libera circolazione». Una affermazione importante in quanto comprende sia l’open source software propriamente detto, che il free software, cioè le due articolazioni in cui si declina il cosiddetto software libero. Quest’ultima è, come si legge sempre nel rapporto, «una terminologia volutamente ambigua» che tiene insieme due differenti concezioni dei programmi per computer non sottoposti alle leggi sul diritto d’autore: la prima, quella dell’open source, che sottolienea la qualità e l’economicità del software libero e quella del «Free software» che ne sottolinea invece il carattere etico e solidaristico.

La discussione sulla possibilità o meno dell’uso di software non proprietario nello stato ha orgine in un documento dell’Unione europea, che sosteneva l’economicità dei programmi per computer opene source rispetto a quelli sottoposti alle licenze d’uso proposte dalle industrie informatiche.Ad esempio, la spesa corrente italiana per il pagamento delle licenze d’uso ammonta a 274 milioni di euro l’anno, che potrebbe essere ridotta proprio dall’adozione di software libero che ha costi di licenza irrisori e una volta acquistato può essere copiato sull’intero parco macchine della pubblica amministrazione che l’adotta. Ovviamente quella delle licenze d’uso non è la sola voce di spesa per la pubblica amministrazione. Analizzando i dati dell’Aipa (l’«Autorità per l’informatizzazione nella pubblica amministrazione») e dell’Assinform (che raggruppa produttori di tecnologie e servizi per le tecnologie della comunicazione), la commissione ministeriale ha calcolato che nel 2001 la pubblica amministrazione ha speso per l’acquisto di software 675 milioni di euro; di questi, il 61% si è concentrato sullo sviluppo, manutenzione e gestione dei programmi custom, realizzati cioè su commessa per una specifica amministrazione, mentre il restante 39% è stato impiegato per acquistare licenze di pacchetti software. A proposito di quest’ultimo titolo di spesa, 63 milioni di euro sono stati utilizzati per i sistemi operativi (software per Pc, mini e mainframe); 30 milioni per la gestione di basi di dati (Dbms); 17 milioni di euro per i prodotti di office automation. In sostanza, quindi, il maggior costo degli investimenti informatici della pubblica amministrazione viene assorbito per l’acquisto di prodotti custom da grandi aziende (e non solo dalla Microsoft), per cui l’adozione di software libero, pur in assenza di forti risparmi, sarebbe la leva per reindirizzare parte di questa spesa verso società nazionali. Lo studio inoltre fornisce pure una utile ricognizione del mercato informatico e una sorta di guida all’uso circa i prodotti e i servizi offerti dai fornitori di software libero che smentiscono l’opinione diffusa di un’offerta limitata e caratterizzata da scarso supporto tecnico e costi elevati di manutenzione.

Il posistivo giudizio della commissione sull’open source non scoraggia però l’uso di software proprietario: piuttosto invita la pubblica amministrazione a praticare un «pluralismo informatico», teso a favorire una reale competizione fra le aziende produttrici di programmi per computer. Il rapporto sostiene infatti che la pubblica amministrazione non deve assolutamente discriminare il software libero e che la sua eventuale scelta deve dipendere da un criterio costi/benefici; che i software custom (quelli fatti ad hoc) devono essere di piena proprietà delle amministrazioni, anche senza esclusiva – una tesi già sostenuta dall’«Associazione Software libero» – , e che i contratti di «outosurcing» non devono penalizzare la committenza (come da sempre sostiene Stefano Rodotà). Inoltre il rapporto invita a favorire il riuso e la diffusione del software realizzato ad hoc pagato dalla Pubblica amministrazione e a diffondere le best practices legate al suo utilizzo (una vecchia richiesta avanzata dai webmaster e dai responsabili dei centri di elaborazione dei dati della Pubblica amministrazione), mentre i pacchetti software (diversi programmi messi insieme) anche adattati, devono essere disponibili per ispezioni e «tracciabilità» (tema avanzato dagli attivisti della privacy); i sistemi informativi devono interagire con interfacce standard (quelle che si sono imposte per ampiezza della distribuzione) e i documenti essere disponibili in più formati (differenti tipi di rappresentazione elettronica dei dati) di cui uno obbligatoriamente aperto, cioè «pubblico e documentato esaustivamente» (come chiedono le associazioni degli utenti, specie di quelli disabili).

Quest’ultimo è un aspetto particolarmente importante ribadito anche dal ministro Stanca perchè un formato aperto e, ancora di più, uno standard aperto, cioè di pubblico dominio, largamente diffuso tra gli utenti e definito nelle sue caratteristiche da un ente di normazione indipendente, non richiede uno specifico prodotto per «essere letto» (è neutrale) in modo tale che formati eterogenei possano condividere gli stessi dati (interoperabile), e garantisce l’indipendenza da un singolo prodotto o da un singolo fornitore. Soprattutto gli standard aperti hanno la caratteristica della persistenza, fondamentale per la tutela del patrimonio informativo nel tempo rispetto ai mutamenti tecnologici.

Rispetto alle indicazioni della Commissione Europea (An Information Society for All del 2000) e alle esperienze di paesi come Francia, Germania e Regno Unito, si potrebbe dire che il rapporto non contenga grosse novità, dato che in linea generale si limita a ribadire un senso comune e regole già previste dalla legge (come la questione della proprietà del software) e registra iniziative già avviate da Comuni e Regioni, nonché valutazioni espresse altrove dall’Aipa.

Perciò il punto nevralgico delle raccomandazioni della commissione riguarda piuttosto la necessità di far funzionare regole già esistenti e precisare linee guida, fornire strumenti di pianificazione e servizi di supporto ai processi di software procurement nella pubblica amministrazione e politiche di disseminazione dei progetti di ricerca e innovazione tecnologica finanziati pubblicamente.

Un modo questo teso alla valorizzazione delle competenze interne alla Pubblica amministrazione, allo sviluppo di «economie di scala» per gli investimenti sul software.

I commenti positivi sono molti, a partire da quello del senatore verde Fiorello Cortiana, primo firmatario di un disegno di legge per l’introduzione di software open source nella pubblica amministrazione, che in una nota ha ribadito la convinzione che «l’open source garantisce il pluralismo informatico» e che «è giunto il momento di definire una legge che garantisca pienamente tale approccio coerentemente con le indicazione della Commissione».

In attesa delle decisioni del ministro Stanca e del governo, il presidente della Commissione consiliare bilancio della regione Emilia Romagna Antonio Nervegna, ha ribadito in un recente seminario la «necessità di una legge quadro per lo sviluppo delle infrastrutture, dei servizi e dei sistemi informativi regionali nella società dell’informazione, che deve tenere conto del dibattito sul software libero e scegliere apertamente il principio del pluralismo informatico, per sottrarsi al monopolio dei software proprietario».