Al vertice si discute del divario digitale, le tecnologie possono colmare il gap?

Accesso negato. Meno di un miliardo di persone usa Internet: il numero di utenti della Rete dei paesi del G8 è pari a quello del resto del mondo
A. D. C. – TUNISI
il manifesto – 19 Novembre 2005

Un diplomatico nepalese ha detto: «l’email non sostituisce le vaccinazioni e i satelliti non portano l’acqua pulita». Messa così la questione in assoluto più dibattuta al summit – dopo l’Icann – cioè quella del divario digitale e dei modi per superarlo, potrebbe dirsi chiusa. O, almeno, per i paesi più poveri rappresentati al summit, sembrare secondaria.

Ma non è così. Secondo Clare O’Farrel, responsabile del dipartimento sullo sviluppo sostenibile della Fao, le tecnologie della comunicazione possono efficacemente favorire l’empowerment di singoli e comunità se usate in maniera intelligente, cioè scegliendo la tecnologia in base ai bisogni e al contesto d’uso. Ad esempio? In alcuni villaggi di pescatori asiatici si usa il cellulare per avvertire i compagni che sta per scatenarsi una tempesta. In India si usano database geografici per scegliere le aree più adatte alla coltivazione del riso e si ricorre a Internet per conoscere la situazione dei mercati e privilegiare una coltivazione anziché un’altra, o ancora, come sperimentato già in Africa, si uniscono Internet e radio per formare gli ascoltatori all’uso delle nuove tecnologie. Ma non basta. Un approccio concreto allo sviluppo e alla promozione umana basato sulle tecnologie Ict è quello di usare le tecnologie per far rispettare i propri diritti, influenzare i decisori pubblici, costruire comunità di attivisti e preparasi alla mobilitazione, facilitare la comunicazione fra gli attori di una negoziazione o di un conflitto e sviluppare metodologie, strumenti e risorse per l’istruzione, la sanità e il buon governo.

Se l’informazione è potere, una comunicazione efficace può abilitare le persone a partecipare attivamente allo sviluppo delle comunità. A patto di usare linguaggi e formati comprensibili agli utilizzatori. Infatti uno dei problemi rimane quello che le tecnologie, Internet e il software, sono prodotti della cultura occidentale e la loro adozione adombra sempre il rischio di una colonizzazione culturale. Nelle tradizioni orali, hanno meno senso, in un posto dove le relazioni sono faccia a faccia, non è pacifico ricevere informazioni da una fonte anonima. Perciò è importante sviluppare competenze locali, come nella scrittura di software, o reinventare l’uso della tv, come in Cambogia dove la telecamera serve a registrare discussioni e eventi per creare attenzione, superare diffidenze e poi nel caso di una decisione della comunità interessata, fare un montaggio e spedirlo al governo per supportare una causa o una richiesta via Internet, evitando complicati tragitti. Tuttavia se è vero che le tecnologie Ict possano favorire le economie locali e traghettare fuori dall’isolamento intere comunità, dare la parola a chi è invisibile o senza voce, indipendentemente dallo status, dal genere, dall’etnia, come ha detto Yoshio Utsumi, rientra in un orizzonte ancora lontano dal realizzarsi.

Meno di un miliardo di persone usa Internet e le statistiche Itu (l’agenzia dell’Onu International Telecommunication Union), confermano che il numero di utenti della rete dei paesi del G8 è pari a quello cumulato di tutti gli altri paesi, l’80% della banda larga risiede in sole 20 nazioni, in Africa ci sono solo tre linee telefoniche fisse ogni cento abitanti e così via.