Parla Stefano Trumpy, delegato italiano all’Icann
A. D. C. – TUNISI
il manifesto – 19/11/2005

Dopo il braccio di ferro sulle competenze dell’Icann e del ruolo del dipartimento del commercio Usa nella sua supervisione, è ginto il momento di andare oltre le polemiche e capirne qualcosa di più. Per farlo abbiamo cercato un esperto, anziché affidarci ai comunicati stampa dei contendenti e alle voci di corridoio, come risulta dal dibattito che ha monopolizzato questa fase del Wsis soprattutto dopo la decisione di creare un Internet Governance Forum che dovrà discutere dall’anno prossimo quali regole del funzionamento di Internet e della gestione dei domini sono da riconsiderare.

Stefano Trumpy dell’istituto di Informatica e telematica del Cnr di Pisa, delegato italiano e vice chairman del Governmental advisory committe dell’Icann, oltre che presidente del capitolo italiano della Internet Society, è la persona che sembra fare al caso nostro e per questo l’abbiamo invitato a parlare con noi sulla «battaglia» intorno alla Internet governance.

Innanzitutto, che cos’è l’Internet governance?

È la gestione di quegli aspetti della rete che necessitano di una visione globale, come la protezione della privacy, la tutela della proprietà intellettuale, lo spamming, il crimine informatico, la sicurezza, e la stabilità della rete, cioè virus ed altre minacce.

Perché tanto rumore intorno alla gestione degli indirizzi Internet da parte Icann?

Perché è una questione di potere. Perché non si accetta che un unico paese possa avere la supervisione di un elemento tanto importante nel funzionamento della rete.

E cioè?

La questione riguarda il fatto che da un punto di vista formale gli Usa possono intervenire sull’Icann e «potenzialmente» non approvare certe decisioni utilizzando il proprio potere di veto, un potere che invece gli altri membri del Gac non hanno, essendo solo un comitato di natura consultiva. Dico «potenzialmente», perché non l’hanno mai fatto. E hanno sempre rispettato i principi fondanti di Isoc (Internet society) e Icann sintetizzati dallo slogan del «papà» della rete, Vinton Cerf, che recita: «Internet is for everyone».

E per quanto riguarda il suffisso .xxx che non è stato ancora implementato o quello .ly della Libia che è scomparso dalla rete per un po’?

Icann ha emesso le chiamate dovute per l’inserimento di nuovi registri di domini generici sia nel 2000 che nel 2003. Il board le mette in lista e per ogni singolo dominio di alto livello si parte con le proposte contrattuali. Questo richiede tempo. Nel caso del dominio .xxx dovremmo essere vicini a una decisione. Il caso della Libia è stato diverso. La sua «scomparsa» da Internet è stata accidentale e temporanea.

Allora non esiste il problema?

Non dico questo, ma sulla questione dei nomi di dominio si è creato uno scontro dannoso per Internet, politicizzandolo oltre il dovuto e creando una contrapposizione artificiale fra Usa e resto del mondo. Tuttavia capisco che alcuni paesi accettano malvolentieri che il governo statunitense abbia la supervisione di Icann che è l’unica struttura centralizzata di cui Internet ha bisogno. Mentre per le questioni della privacy, dello spamming, dei virus, eccetera, non esiste una leadership di indirizzo o un controllo centralizzato e tantomeno un organismo incaricato di prendere misure tecniche e politiche per frenare fenomeni dannosi per il buon funzionamento della rete, e non c’è nulla da contendere, ma solo da organizzare, su Icann che esiste e funziona, si è scatenato il putiferio.

E allora quali sono le sue conclusioni?

Se vogliamo vedere un’opportunità nel summit nonostante le polemiche dico che bisognerebbe cercare il consenso intorno alle azioni che possono risolvere in maniera soddisfacente i vari problemi sul tappeto. In linea di principio è giusto che si proceda a una internazionalizzazione graduale della gestione di Internet per l’importanza sociale diffusa che oggi assume, ma le cose vanno fatte gradualmente.