Un film documentario in dvd girato nella Silicon Valley racconta la storia dell’Open Source con interviste a tutti i protagonisti.

Accanto al film, un libro spiega il significato di tutte le parole chiave principali.
Revolution OS. Il Libro e il film. Voci dal codice libero.
La prefazione e’ di Arturo Di Corinto

Le recensioni:
L’Unità
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Prefazione al Libro Revolution OS

Il software non e’ un oggetto qualsiasi ma uno strumento che serve a costruire altri oggetti e strumenti. Il software istruisce i computer a scrivere lettere, fare di conto, disegnare, ma serve anche a fare musica, archiviare storie e idee e progettare macchine e ambienti, registrare i mutamenti del clima o avvertirci di un terremoto.
Il software e’ una particolare forma di linguaggio attraverso cui gli umani trattano il sapere e la conoscenza accumulata nei secoli e per questo non e’ un semplice utensile. Il software e’ un artefatto cognitivo e come tale incorpora intelligenza e lavoro, veicola significati e valori, si porta dietro un’idea di chi lo produce e di chi lo usa. Il fatto che il suo utilizzo sia esclusivo, limitato nel tempo e nello spazio, oppure che invece si possa modificare, regalare, scambiare liberamente e al di la’ delle barriere geografiche, fa una bella differenza.

Se il linguaggio, la langue e la parole, e’ il “sistema operativo” della societa’, il software e’ il linguaggio dell’innovazione scientifica e tecnologica nella societa’ dell’informazione. Per questo deve essere libero, cioe’ liberamente utilizzabile per favorire il progresso di tutta la societa’, di ogni societa’, perche’, al contrario, saremmo tutti un po’ meno liberi.

Pensate se qualcuno brevettasse il linguaggio. Un storia a fumetti del 1991 di Zzywwuruth e Cicare’ pubblicata dagli editori di Il Grifo, e’ veramente profetica di questa terrificante prospettiva.
Il cattivo della storia, un certo Brevetto Protoplasto, chiede a un tribunale di riconoscergli tutti i diritti sulla cucina e sul vocabolario, suscitando l’ilarita’ della Corte e del pubblico. Il giudice sottolinea che per istruire una tale richiesta dovrebbe perlomeno dimostrare di avere inventato il fuoco e la parola. Il cattivo le rivendica in quanto discendene di Adamo. Secondo il giudice pero’ tutti siamo discendenti di Adamo e tutti abbiamo pari diritto di parlarci e cucinare. Ma Brevetto sostiene che lui e’ un discendente diretto di Adamo per via di Caino e che, contrariamente agli altri umani, lui puo’ dimostrarlo: le prove a suo favore sono un preciso albero genealogico redatto e controfirmato da preti, bonzi e muezzin, finanche da Darwin e, soprattutto, e’ in possesso della mela del peccato originale di Adamo trasmessagli intatta dopo settemila generazioni. Esaminate le prove la corte e’ costretta a riconoscergli la “paternita’” di ogni lingua e ricetta di cucina e da quel momento gli umani sono obbligati a pagare a Brevetto Protoplasto un balzello ogni volta che si proferisce parola o ci si mette ai fornelli, di fatto rendendo l’umanita’ schiava in quanto insolvente debitrice nei confronti di Brevetto Protoplasto.
Se venisse brevettato il linguaggio quindi saremmo di colpo tutti schiavi, obbligati a pagare una tassa ogni volta che lo “eseguiamo”, e il copyright sulle ricette di cucina impedirebbe finanche alla nonna di passarcele se non pagassimo le royalties al suo inventore.

Per il software e’ gia’ successo qualcosa di simile. Fino a circa trent’anni fa il software era libero dal copyright ma poi qualcuno, convinto che non si potesse guadagnare attraverso il software se non facendone pagare la licenza di utilizzo, se ne e’ appropriato mettendoci sopra un marchio e ottenendo tali e tante restrizioni all’uso che e’ oggi impossibile utilizzarlo per fini di studio e di ricerca, o per uno scopo non previsto dal licenziatario. Il copyright sul software ha interrotto quella pratica cooperativa di ideazione decentrata, revisione collettiva e di scambio gratuito che ne aveva caratterizzato la nascita e lo sviluppo iniziale, limitando le tre modalita’ principali in cui procede l’accumulazione della conoscenza umana e che e’ ben esemplificata dalla ricerca scientifica pubblica.

Con il passare del tempo, il software proprietario e’ stato imposto alla stragrande maggioranza degli utilizzatori attraverso spregiudicate operazioni commerciali e aggressive campagne di marketing, complice la disattenzione di chi, i decisori pubblici, non aveva compreso il potenziale di trasformazione che esso portava, ma anche come risultato di piu’ prosaiche operazioni di lobbying che non hanno consentito una valutazione indipendente di questi effetti. Cosi’ il piu’ famoso proprietario di software al mondo ha costruito un impero attraverso un monopolio che ha via via escluso altri dal beneficio che esso portava in termini di progresso sociale ed economico. Questo monopolista e’ diventato l’esempio, in negativo, di come ci si possa appropriare del frutto del lavoro di generazioni di creatori-inventori senza riconoscere loro il contributo che avevano dato alla evoluzione del software, piu’ spesso negando lo spirito originario con cui era stato prodotto, quello della condivisione fra pari.
E’ inutile citare per nome il monopolista perche’ non e’ stato l’unico protagonista della vicenda. Infatti, mentre questo processo di “privatizzazione” del software si concludeva nell’indifferenza di molti, altri soggetti imprenditoriali, seguendo la stessa logica, dalla “chiusura” del software hanno profittato ricavandone vantaggi politici e ulteriori profitti.

Tuttavia mentre tutto questo accadeva cominciava una nuova avvincente impresa: la battaglia per la liberazione del software. Una straordinaria battaglia di civilta’, orientata a riportare nel dominio collettivo cio’ che era pubblico agli inizi, il linguaggio di istruzione delle macchine informatiche, cioe’ il software.

Il primo obiettivo di questa battaglia era di restituire la titolarita’ del software ai suoi creatori e di ampliare i diritti degli utilizzatori.

Oggi, ogni volta che paghiamo un software proprietario sottoposto a una licenza d’uso esclusiva e senza il codice sorgente, non ne siamo titolari ma licenziatari e l’uso particolare che ne facciamo e’ vincolato dalle restrizioni accluse alla licenza che colpevolmente quasi mai leggiamo per intero. Cosi’ accade che se il software non funziona non possiamo aprirlo per scoprirne i meccanismi e riparare la parte difettosa. Se vogliamo studiarne le caratteristiche e migliorarlo non ci e’ concesso, se vogliamo copiarlo su un altro dei nostri computer non possiamo farlo, e se lo prestiamo o lo regaliamo ad un amico diventiamo dei criminali. La legge non ammette ignoranza.

Quella che viene impedita e’ la reinterpretazione estetico-funzionale del software, la stessa pratica che, parlando degli oggetti della vita quotidiana e’ alla base della creativita’ sociale e dell’innovazione che procede appunto attraverso la capacita’ di guardare a un problema da una prospettiva diversa e insolita. Non solo, ma questo meccanismo che rende tutti criminali di fronte alla legge impedisce di costruire e valorizzare quel legame sociale che si snoda attraverso lo scambio gratuito e illimitato di idee, scoperte e intuizioni e percio’ ci rende ogni volta un po’ meno solidali e un po’ meno liberi.

Non e’ un caso che oggi la contestazione delle forme di legittimazione giuridica di questa pirateria sociale si aggiunge la riflessione di chi dice che quando una legge e’ difforme dalla maggioranza dei comportamenti sociali non dovrebbe essere riconosciuta come tale e, a meno che non si voglia considerare tutti dei criminali, la giurisprudenza, che e’ legittimata dal popolo sovrano, andrebbe riscritta.

Con la nascita del progetto GNU e della Free Software Foundation, successivamente con l’avvio della Open Source Initiative, si e’ generato un meccanismo per rendere possibile tutto questo. A tale scopo e’ stata elaborata una licenza d’uso del software che pur basata sul diritto d’autore, lo capovolge e la trasforma in “permesso d’autore” riportando il copyright nell’alveo in cui era nato, quello della necessita’ di proteggere gli autori di opere scritte dalla loro eventuale appropriazione da parte degli editori e, al contempo, di generare gli utili necessari ad autori ed editori per continuare questa opera meritoria di diffusione della conoscenza ma bilanciandone i diritti.
Questa licenza e’ la GPL, la General public License (www.gnu.org), che riprende ed amplia il concetto originale di fair use per il copyright, cioe’ l’uso equo di un prodotto intellettuale, e che permette di “proteggere il vino anziche’ la bottiglia” garantendo profitti ai creatori senza penalizzare i fruitori che invece grazie ad essa, acquistano il diritto a migliorare il prodotto, a scambiarlo e valorizzarlo, riavviando il circolo virtuoso dell’innovazione.

Questa licenza e l’adesione entusiasta alla filosofia del software libero da parte di migliaia di programmatori ha generato una grande innovazione: il sistema operativo GNU/Linux e molti altri applicativi di software libero utili a farlo funzionare, adatti anche a sostituire il software proprietario sui computer dei meno esperti.

Dietro questa grandiosa filosofia c’e’ l’idea e’ che il software sia un Commons: un bene comune, universale, non esclusivo e inalienabile. Ma dietro alla attualizzazione della GPL e dei suoi derivati c’e’ un meccanismo che impedisce, diversamente che nell’epoca dei Commons, che il vantaggio competitivo momentaneo di un comportamento egoistico, l’appropriazione individuale di un pezzo del bene comune, che nell’immediato fa piu’ ricco il singolo ma alla lunga rende tutti un po’ piu’ poveri, sia inutile e controproducente, affermando l’idea che in una societa’ interdipendente il benessere individuale e’ strettamente legato al benessere collettivo.

La battaglia per la liberazione del software viene ripercorsa in questo video attraverso la voce viva dei suoi protagonisti e nel libro viene riassunta da un elenco di voci, un dizionario a uso di esperti e non esperti, intellettuali, giornalisti e semplici curiosi. E non solo per loro, ma per tutti quelli che si sentono alieni alle logiche del profitto che procedono all’appropriazione di cio’ che e’ un bene collettivo. Non abbiamo timore di dire che la privatizzazione della conoscenza comune e’ un furto, d’altronde, “privato” e’ il participio passato di “privare”.