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Convegno: Effemeridi, stelle, ancore, orizzonti: la scuola, i giovani, la famiglia tra internet e tv”

VENERDI 20 maggio 2005 alle ore 10 è prevista una tavola rotonda sul tema “Il mondo dei Computer e l’educazione ai mass media”
SABATO 21 maggio 2005 alle ore 17 premiazione: Premio Mauro Laeng alla comunicazione didattica consegnato a:
Arturo Di Corinto; Mario Morcellini; Anna Oliverio Ferraris; Maria Rita Parsi; Gabriella Gentili


Intervento
di Arturo Di Corinto
al convegno
Effemeridi, stelle, ancore, orizzonti: la scuola, i giovani, la famiglia tra internet e tv”

Una delle caratteristiche della società dell’informazione è certamente il sapere comunicativo diffuso che giovani e meno giovani mettono in scena attraverso la produzione di siti web, blog, giornali elettronici, filmati e musica amatoriali.

Non tutti i giovani però riescono a dare gambe all’attitudine comunicativa che i personal media di oggi consentono di esprimere.

C’è un lato oscuro della società dell’informazione che investe una quantità crescente di giovani. Non solo per gli effetti del digital divide – l’ineguale accesso alle risorse di comunicazione basate sul digitale – ma per la loro vulnerabilità a una grammatica culturale che li vuole fruitori passivi di informazioni e consumatori di merci immateriali.

Molti giovani vivono, è vero, a stretto contatto con le tecnologie di comunicazione personale, come i computer e i telefonini, che da semplici strumenti sono diventati vere e proprie protesi elettroniche, ma senza padroneggiarli e piuttosto subendoli, immersi come sono in una cultura mediatica che ha una pervasività senza precedenti.

Grandi consumatori di cultura visuale, videogame, cartoons, film, pubblicità, showroom, internet e tv, sono spesso semplici utilizzatori di una tecnologia che si fa veicolo di un immaginario preconfezionato e prodotto altrove, che induce scelte e sollecita stili di vita, che modella i loro bisogni senza appagarli, anzi frustrandoli per potersi perpetuare attraverso il ciclo del desiderio.

Questo accade perchè non siamo capaci di difenderli da un mercato onnivoro che li vuole trasformare in trend-setter per stili di vita consumistici e che vuole affermare la libertà di mercato contro la libertà di cultura.

Ma anche perché non siamo ancora capaci di valorizzare la loro attitudine comunicativa e di farli riflettere sui valori che le merci immateriali portano con sè e di farli riflettere sulla cultura d’uso delle tecnologie.

La battaglia qui, è evidente è tra tecnologie passive, monodirezionali e gerarchiche e tecnologie interattive, multimodali, orizzontali, grazie alla queli ciascuno può essere fruitore e produttore. Come Internet, che assomma tutti gli altri media, dalla carta stampata alla radio alla televisione, offrendo possibilità nuove, come quella di creare un proprio palinsesto informativo, o un ambiente di gioco e sperimentazione.

Si tratta perciò di individuare gli strumenti giusti per rovesciare la grammatica culturale che decide l’ordine del discorso e quindi definisce i principi di inclusione ed esclusione sociale stabilendo chi ha diritto di parola e chi no.

Allora che cosa vuol dire oggi “educare i giovani (e le famiglie) ai media?

Sicuramente significa farli ragionare su che cos’è la fabbrica dei media e sul sistema della comunicazione, fargli capire che è un settore industriale importante ma come tale obbedisce a logiche che sono quelle del profitto e del potere. Un sistema che è sempre di meno veicolo di comunicazione sociale, strumento di coesione, occasione di solidarietà.

Significa spiegar loro che esiste una fiorente industria impegnata ad allevare consumatori, a cominciare dai più deboli come i bambini, bombardandoli giornalmente di migliaia di accattivanti messaggi pubblicitari mascherati che hanno il duplice obiettivo di influenzare le scelte dei genitori e di fidelizzare i piccoli futuri clienti.

Significa sfatare dei falsi miti sulla comunicazione per favorire la loro crescita intellettuale e sociale e stimolarne l’autonomia di giudizio affinchè facciano scelte attente e responsabili.

Perciò Educare ai media significa dare ai giovani e alle famiglie le informazioni giuste. Senza creare inutili allarmi sociali. Pensato a quanto rumore si è fatto sulla pericolosità di Internet, luogo elettivo di pedofili, hacker e terroristi. Ma Internet è un mezzo, un ambiente sociale, una tecnologia abilitante che ha una sua cultura d’uso, che non è la stessa per tutti e che può essere modellata per scopi assai diversi. E se ci sono pedofili e terroristi, che vivono nelle nostre città e non solo nel cyberspazio, è anche vero che con Internet si comunica, lavora, ci si diverte e si apprende. E che senza gli hacker Internet non esisterebbe. Perché sono loro che l’hanno costruita.

Il problema, come per la televisione, non è di impedire l’uso della rete ai più giovani, o di demonizzarla, ma di accompagnarli nelle loro esplorazioni aiutandoli a fare delle scelte, a dare un senso alle cose nuove cui quell’esperienza li introduce e in definitiva aiutandoli a decidere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato

Si tratta perciò di aiutarli a comprendere il mondo della comunicazione.

Come? Mettendoli dietro alla cinepresa piuttosto che davanti alla tv, aiutandoli a scegliere il mezzo attraverso cui si esprimono meglio, siano le arti figurative oppure internet, favorirli in un percorso di decostruzione dei media che inizia dall’imparare facendo, il learning by doing.
Solo così possiamo tutelarli rispetto al messaggio potente dei media che li vuole fruitori passivi di tecnologie e ideologie (il successo, l’individualismo, il consumo e l’estetica come strumento di affermazione di sè)

In tutto questo la scuola può avere un ruolo importante.
Ad esempio: In quante scuole si insegna a leggere il quotidiano? Quanti sono i programmi tv dove i giovani costruiscono il loro palinsesto? Esiste un telegiornale dei giovani? Qualcosa è stato fatto da Raitre. Ma basta?

Un esempio dell’attitudine comunicativa dei giovani è dato dall’esplosione delle telestreet, le tv di strada, un fenomeno che ha portato circa 200 gruppi di giovani a costruire la propria tv personale solo in Italia. E di fronte a questo, nonostante la riforma del sistema televisivo non siamo stati capaci di garantirgli il mezzo di diffusione, cioè le radiofrequenze, e li trattiamo come criminali per l’occupazione di spazi inutilizzati dalle grandi televisioni, al punto che l’ex Ministro Gasparri ha fatto chiudere con la forza una di queste tv, Disco Volante, creata da un gruppo di disabili riminesi.

In realtà succede di peggio. Di fronte alla loro curiosità vorace, alla voglia di scoprire e di divertirsi che agiscono scambiando musica, film e testi dalla rete Internet, li trattiamo come ladri.

Pensiamo alle pubblicità contro la pirateria multimediale. Prima costruiamo un’intera industria di merci culturali intorno ai loro desideri e poi non li aiutiamo a soddisfarli.
Queste merci costano care e ci lamentiamo se le trovano su internet e per fruirle violano le leggi sul diritto d’autore. Non credo che dovremmo abolire il copyright, ma spiegargli che non tutto è merce e non tutto richiede di essere pagato.

Ad esempio andando in biblioteca dove ormai si trovano anche film e libri, per un servizio che la comunità cui loro appartengono già paga. Ma anche qui si è cercato di trasformare il prestito gratuito in prestito a pagamento. Solo l’opposizione dei bibliotecari e di molti docenti lo ha per ora scongiurato

Lo stesso vale per In Internet che, se volete è una grande biblioteca pubblica, a dispetto dei piani e degli appetiti dell’industria culturale che la vuole trasformare in una grande piattaforma per l’intrattenimento certificato e a pagamento e che richiede una tassa o un pedaggio ogni volta che si voglia scaricare un film o eseguire un file.

In rete esistono grandi repositori di musica, film, testi e videogame, software liberi i cui autori sono felici o almeno disponibili a condividerli liberamente senza pagare o in cambio di un contributo creativo, di denaro o di tempo.
Materiali che, contrariamente alle leggi sul copyright – tutti i diritti riservati – possono essere copiati, duplicati riutilizzati, editati e diventare oggetto di lavori derivati, per dare spazio alla creativià dei giovani.

Così non dovremmo permettere alle grandi corporations di divulgare il falso messaggio che tutto è merce e che ogni cosa di valore vada pagata. I corsi, le testimonianze, i cd-rom nelle scuole contro la pirateria inducono questa falsa credenza col risultato di farli sentire con le spalle al muro. Tra l’avere e non avere l’ultima pellicola di Guerre Stellari la scelta cade facilmente per l’illegalità. Perché non dirgli invece che ci sono film altrettanto belli di pubblico dominio? Perché non consentire loro di fare il proprio film? Perché non difendere il fair use a scopo didattico?

Perché non spiegare che non esiste solo il software commerciale ma programmi per la creatività individuale di dominio pubblico, liberi e gratuiti? Per montare il loro film, per titolarlo, sovraimporre la grafica, scrivere una sceneggiatura?

Bisognerebbe spiegare a scuola che la ECDL non ti darà più opportunità di lavoro, e che è sbagliato da un punto di vista didattico privilegiare uno strumento, come il software Microsoft, per apprendere l’uso del computer anziché insegnargli i concetti d’uso sovraordinati necessari a stimolare la loro flessibilità cognitiva.

Significa aiutarli a fare una webradio o una telestreet a scuola, fare il giornalino d’istituto.

Questo significa educare i giovani ai media.

Perciò se gli studenti devono studiare un’ora in piu’ a scuola, è *meglio* che studino come si fa un palinsesto o che diventino edotti di una sola tipologia di diritto d’autore?

Educarli ai media significa che dovremmo insegnargli che i pirati sono quelli che attaccano le navi, non quelli che si scambiamo cultura. Chi si passa un libro o un film è un buon amico, non un pirata.

Morcellini premiato