Brevettabilità del software: una direttiva ambigua e dannosa per l’innovazione e la ricerca

Arturo Di Corinto
www.ilsecolodellarete.it

Fra pochi giorni il Parlamento Europeo vota la contestata direttiva sulla brevettabilità delle “Computer implemented inventions”, e il suo esito non è ancora scontato. Tra i motivi di incertezza l’interpretazione di quali “invenzioni che utilizzano il computer” vadano brevettate e come esplicitare una formulazione che appare volutamente ambigua e generica e non aiuta a capire se si tratta di brevettare un software specifico per uno specifico dispositivo o di brevettare un software che è indipendente da una specifica appliance, caso in cui non potrebbe essere brevettato in quanto “software puro”.

I fautori della direttiva, già nota come direttiva McCarthy, ritengono che possa servire, come dichiarato dai proponenti, a omogeneizzare la legislazione europea per commerciare liberamente in tutta Europa e favorire gli scambi con gli Stati Uniti, facilitare l’innovazione e farne il volano dell’Ict di Eurolandia. I contrari ritengono che poche innovazioni di rilievo provengono dai brevetti e portano come esempio gli Usa dove il regime brevettuale produce continui contenziosi legali, fornisce tutela legale a “invenzioni discutibili”, e favorisce monopoli di fatto. Tuttavia il loro argomento più forte è che il software è già tutelato da copyright, marchio e segreto industriale, e renderlo anche brevettabile non serve a dare certezza economica ad aziende forti e mercati già remunerativi, mentre costituirebbe un freno all’innovazione delle piccole aziende minacciando lo sviluppo di nuovi mercati basati sul software libero.

L’opposizione, a tratti feroce, fra queste due opposte vedute ha generato un acceso dibattito, in Italia come in Europa, poichè in un mondo iperconnesso e digitalizzato il software ha una evidente rilevanza economica.
Si pensi al grande business del software per i telefoni cellulari e alle tecnologie “embedded” in automobili e lavatrici; ma anche allo svilupo di Internet, del wi-fi, della tv digitale. Dietro queste tecnologie c’è sempre un “computer”, anche se nascosto, e il computer senza il software rimane un pezzo di ferraglia.

Finora i singoli governi sembravano dargli meno importanza delle imprese, poi il pressing di programmatori e associazioni di categoria – il mondo del software libero e dei diritti digitali, le Pmi – ha fatto eplodere la questione portando all’interno degli organismi decisionali europei le numerose contraddizioni della proposta. E che da allora sia diventato un tema caldo di dibattito lo ha dimostrato il tortuoso percorso di votazione della direttiva – prima emendata, poi riproposta tout court – che negli ultimi mesi ha visto singoli rappresentanti e governi protagonisti di sgambetti e colpi di scena, per approdare a un papocchio normativo preludio di una situazione che potrebbe rivelarsi disastrosa per i consumatori e per le economie nazionali del vecchio continente.

Effetti disastrosi perché “Ottenere dei brevetti è diventato per molte persone ed imprese fine a se stesso, non certo per proteggere un investimento in ricerca e sviluppo, ma per creare guadagni vendendo licenze a imprese che, in realtà, fabbricano e vendono prodotti senza neanche essere a conoscenza dell’esistenza dei brevetti in questione. Esse si sforzano di ottenere brevetti che altre imprese senza saperlo infrangeranno, e aspettano allora che queste imprese mettano sul mercato prodotti di successo commerciale. Organizzano un campo minato. Approfittano della lentezza dell’ufficio brevetti che ritarda la pubblicazione dei loro brevetti, intanto che le loro vittime hanno intrapreso delle produzioni. Approfittano dei costi elevati delle procedure giudiziarie per imporre licenze a prezzi appena meno cari. Tutto ciò crea buone occasioni per avvocati specializzati, per consulenti in licenze che aiutano a mettere delle mine nel portafoglio-brevetti. È difficile vedere in che cosa tutto ciò contribuisce al progresso della scienza e delle arti dell’industria.”
Sorpresi? Questa dichiarazione non viene da un sito “noglobal”, ma da un dirigente della Cisco System americana nel corso di una testimonianza alla Commissione federale per il commercio degli Usa, a Washington, il 28 febbraio 2002.
E’ ragionevole allora credere alle parole di Richard Stallman, guru del free software, che ha denunciato il fatto che grazie a un baco di Microsoft Word si è scoperto che la formulazione originaria della direttiva è stata scritta dalla Business Software Alliance.
Basterebbe comunque riflettere sullo scenario descritto dal manager per indurre a un ripensamento quanti oggi auspicano un allargamento del sistema brevettuale sia alle scoperte – non più solo alle invenzioni – sia al diritto d’autore, cioè al copyright, finora ritenuto adeguato a proteggere la “paternità” del software.

Il fatto che da “strumento per proteggere il progresso della scienza e delle arti applicate” il brevetto stia diventando strumento di monopolio del mercato per poche industrie multinazionali in grado di pagare law firms specializzate nella tutela dei diritti brevettuali e nel cross-licensing (se divento comproprietario delle tue licenze non ti faccio causa per violazione presunta della mia proprietà intellettuale) dovrebbe mobilitare tutti quelli che dicono che la privatizzazione del mondo, e delle idee, non è accettabile, e ad esercitare un controllo democratico sulle istituzioni che “fanno” le regole della proprietà intellettuale, come la Wipo.

Ma la politica è spesso disattenta alle questioni che non riguardano la sopravvivenza legislativa di singoli politici e amministratori.

Eppure qualcuno ancora ci prova. Come Attac, come Eurolinux, la Free Software Foundation, regioni e province italiane e come alcuni parlamentari europei convinti che anche a prescindere dalla direttiva oggi si combatte una battaglia centrale intorno alla privatizzazione della conoscenza espressa nel software. Tutti sostengono la necessità di riaprire il dossier, azzerare ogni decisione e far ripartire il processo legislativo, chiedendo il supporto di quegli stati che non avendo una forte industria nazionale sarebbero penalizzati nella competizione con le imprese americane che già detengono numerosi brevetti, perchè riconoscere la brevettabilità del software impedirebbe innovazione e ricerca a chi abbonda di capitale intellettuale ma difetta di capitale finanziario, segnatamente le piccole e medie imprese, solo a parole difese dai legislatori come la “spina dorsale” dell’economia europea.

Molte associazioni inoltre, pur non contrarie in linea di principio ai brevetti invece chiedono di ridurre immediatamente gli ambiti della brevettabilità come “principio di precauzione” per impedire cioè che aziende come Microsoft possano minacciare di querela le pubbliche amministrazioni per violazione dei loro brevetti. E lo scenario sembra assai vicino per software e procedure di e-government e e-democracy.

E tuttavia la ragione generale contro la brevettabilità delle idee incorporate nel software è un’altra, come dice chiaramente la filosofa Maria Grazia Pievatolo: “il carattere pubblico dei linguaggi che girano sui computer non è un fatto di specialisti perché segue lo stesso concetto della pubblicità della parola, cioè la possibilità di discutere le idee, metterle in pratica, trasformarle in strumenti, ed ha a che fare con la possibilità stessa di fare scienza e cultura. Se i codici semiotici che usiamo fossero brevettati da qualcuno non sarebbero possibili discorsi comuni e mondi comuni: non sarebbero possibili una società, un diritto, un’economia, una cultura comuni”. Un codice libero e condiviso al contrario è il punto di partenza per cambiare il mondo in meglio.