Hacker’s Dictionary. La riforma europea del copyright è in dirittura d’arrivo. Ma non servirà a salvare l’industria culturale tradizionale che per sopravvivere deve imparare dalla creatività di un pubblico diventato autore

di ARTURO DI CORINTO per Il Manifesto del 17 Gennaio 2018

Il Grande Fratello del Copyright si è mosso. Il 21 gennaio Parlamento e Consiglio Europeo dovrebbero finalizzare il testo che cambierà il nostro modo di usare il Web 2.0. Gli sherpa hanno infatti raggiunto un accordo in base al quale le piattaforme Internet come Youtube e simili saranno considerate responsabili per la violazione del copyright commessa dai propri utenti. Si tratta della parte centrale della riforma europea del copyright nota come Articolo 13.

Il voto finale è atteso tra marzo ed aprile. L’Italia ha promesso di votare contro.

Per come è scritto adesso l’articolo 13 si applica a tutti i servizi che consentono la pubblicazione di materiale coperto da copyright per farne profitto. E questo è giusto. Ma nell’ordinamento attuale qualsiasi opera creativa è automaticamente protetta dal copyright, anche il videoclip di una giovane band che si giova della pubblicazione online da parte dei suoi fan.

Sarà bloccato? La legge non distingue tra un fan e un impiegato di Vimeo, Youtube, TikTok, etc, perciò le piattaforme saranno obbligate a selezionare chi può caricare i contenuti, identificare gli utenti e filtrare le opere protette, ricorrendo a meccanismi automatici.

Ma se le piattaforme faranno i giusti accordi con i detentori dei diritti, sarà possibile per gli utenti caricare opere ma non “a scopo commerciale”: definizione più che controversa.

Però. La legge europea attualmente impedisce il monitoraggio degli utenti. Come si comporteranno le piattaforme? E se un caricamento viene bloccato, come reagiranno gli utenti? La riforma per ora prevede che essi possano reclamare e chiedere una valutazione imparziale fatta da umani e non da macchine.

Ma chi può sostenere un costo del genere a fronte dei miliardi di byte caricati ogni ora nel mondo?

La Riforma prevede pure che la Commissione possa organizzare un confronto tra piattaforme, detentori dei diritti e associazioni di utenti nel definire le linee guida necessarie a rispettare la legge. Basterà? Chissà.

Alcuni punti sono ancora da chiarire e riguardano l’applicazione corretta della legge, la possibilità di farsi autorizzare dai rightholders, l’esenzione delle startup, e la possibilità di bloccare contenuti legali.

I punti controversi riguardano principalmente satira, parodie e fair use, visto che purtroppo la proposta di eccezioni alla legge relativi al diritto di panorama, al remix di opere creative e ai contenuti generati dagli utenti non sono passate. Che sono poi le cose che incidono sulla libertà d’espressione degli utenti.

E qui sta il punto. La riforma inciderà sui nostri comportamenti online ma non cambierà le sorti dell’industria culturale.

Capiamoci, caricare su Youtube per intero i cinepanettoni di De Sica non è un diritto dell’utente. Lo stesso vale per la versione pirata dell’ultima stagione di Game of Thrones. Ma “il passaggio dalla tv di massa alla massa delle tv” fatte dagli utenti è irreversibile, perché i programmi lacrimosi, i talk show da pollaio e i tiggì fotocopia non li guardiamo più noi stessi, figuriamoci i nostri figli. Costoro, al massimo, non potranno più caricare tutorial musicati di Fornite su Youtube e karaoke visivi su TikTok per diventare “influencer” come quelle macchiette dallo sguardo furbo e la griffe tatuata che pubblicizzano videogame e acque minerali.

La riforma non risolverà la crisi di molti giornali, troppo di parte e provinciali per meritarsi di pagare il paywall alle notizie. Ci vuole un copyright 2.0 che scateni la creatività delle persone, non restringere la platea dei creatori con leggi borboniche.