la-repubblica-it-logoCopyright, Guardia di Finanza chiude un “cyberlocker” italiano

Maxi-operazione contro Italian Black out, un sito che dietro un apparente profilo di legalità consentiva l’accesso a 12.000.000 di file pirata distribuiti su 120 server sparsi in tutto il mondo

di ARTURO DI CORINTO per La Repubblica del 5 Luglio 2014

L’HANNO chiamata Italian black out, la prima operazione di sequestro di un “cyberlocker” italiano che dietro un apparente profilo di legalità consentiva l’accesso a 12.000.000 di file pirata distribuiti su 120 server sparsi in tutto il mondo. Il cyberlocker, cioè un sito di archiviazione dei file da cui possono essere scaricati,  ddlstorage.com, di cui la procura di Cagliari ha inibito l’accesso sia a livello di IP (i numeri che identificano i computer collegati a Internet) che di DNS (il sistema che traduce quei numeri nel nome testuale del dominio che ospita il server del sito web), era gestito da un’azienda italiana con sede in Lussemburgo. Secondo gli investigatori della Guardia di Finanza il sito avrebbe generato in poco più di un anno un traffico illecito pari a 1.300.000 euro e permesso lo scaricamento di oltre 460.000.000 file: serie televisive, programmi software, album musicali. Il risultato è stato paragonato dalle fiamme gialle per importanza agli effetti delle indagini dell’Fbi su Megaupload e Megavideo.

In realtà, anche se i materiali illegali possono ancora essere raggiunti e scaricati aggirando il blocco verso il cyberlocker, l’azione pare di particolare rilevanza per due motivi: il primo è che si sarebbe accertato che una pur piccola percentuale degli uploader dei materiali pirata otteneva un compenso proporzionale al numero di volte che il loro materiale veniva scaricato, il secondo è che si sarebbe accertata l’esistenza di un lucrativo mercato parallelo delle opere dell’ingegno gestito da società apparentemente regolari.

Gli sviluppi dell’inchiesta ci diranno se è così. Per adesso sappiano che ai 20 uploader denunciati, residenti in tutte le regioni italiane, non sarebbe stato contestato lo scopo di lucro di questa attività, ma solo l’uso illecito che prevede una semplice multa, e neppure un reato di carattere associativo, fattispecie che dalla vicenda del sito nazista Stormfront invece viene sempre più spesso contestata dalle procure quando più persone responsabili di un crimine comunicano in rete. Inoltre, quasi tutti i 20 denunciati sarebbero persone non dedite ad attività criminali. Le perquisizioni e i sequestri dei computer  –  i mezzi utilizzati per commettere il reato  –  avrebbero riguardato dei padri di famiglia che con i bambini in braccio hanno aperto la porta alla guardia di finanza. Quindi se la metodologia di inibire tecnicamente l’accesso al sito è relativamente recente, la denuncia verso il titolare della linea telefonica (che non è necessariamente l’autore del reato) e il sequestro dei computer, rimanda a metodi anni ’80.

Le associazioni di categoria, Anica (Cinema), Agis (spettacolo), Univideo (editoria audiovisiva), Fimi (Musica), hanno dichiarato la loro soddisfazione per il risultato dell’operazione ribadito l’importanza del legame fra siti pirata e cyberlocker. In realtà è la prima volta in assoluto in Italia che emerge questo legame a seguito di un’indagine. E infatti, Enzo Mazza, numero 1 della Fimi, ha detto a Repubbica.it che “nessuno pensa che ogni piattaforma di file sharing aperta contenga un repertorio criminale, ma stavolta veniva utilizzata come copertura”.

Fulvio Sarzana, avvocato impegnato nella difesa dei diritti civili digitali fa un’altra riflessione: “L’operazione della Gdf, che dovrà essere valutata, dimostra ancora una volta l’inutilità del regolamento Agcom contro la pirateria online. Se infatti l’inibizione fosse stata adottata dai provider su mandato dell’Autorità, non si sarebbe potuti giungere all’identificazione dei finora presunti autori del reato. Se l’ordine di inibizione fosse arrivato durante lo svolgimento delle indagini non sarebbe stata possibile alcuna attività istruttoria”. Il motivo è presto detto: quando arriva un ordine di questo tipo i gestori chiudono tutto e cancellano file e account degli utenti. “D’altra parte – aggiunge Sarzana – questo dimostra che non possiamo fare a meno della magistratura, della polizia e delle garanzie di legge per contrastare fenomeni criminali così vasti”.

Di diverso avviso Mazza il quale sostiene che, mentre magistratura e polizia sono assai efficaci sul territorio nazionale, l’intervento dell’Agcom costituisce la soluzione per contrastare la pirateria a livello internazionale in quanto predispone i blocchi su siti esteri da cui prendono poi avvio le rogatorie internazionali.

È ancora presto per dire se sia stato un duro colpo assestato alla cybercriminalità nel mondo, almeno fino a quando non saranno noti gli interventi adottati dagli altri paesi nei confronti dei siti magazzino verso cui il cyberlocker reindirizzava il traffico. Tuttavia l’adozione del principio del “follow the money” (per capire chi ci guadagna veramente), sostenuta dai parlamentari Stefano Quintarelli e Maurizio Rossi e ribadita con Felice Casson dalla pattuglia PD al Senato rappresenta una traccia decisiva per l’azione investigativa che però attende ancora una formalizzazione nella molto attesa riforma del copyright in Italia.