Ma il copyright è un diritto naturale?
L’attuale legislazione a difesa del diritto d’autore è inadatta al nuovo contesto digitale
di Arturo Di Corinto per L’Espresso (08 febbraio 2012)

Nel suo ultimo libro, “Infringement Nation” (Una nazione di trasgressori), John Tehranian ha calcolato l’ammontare delle multe che una persona potrebbe dover pagare per violazione ripetuta del copyright nell’arco di un’intera giornata. Il risultato è di alcuni milioni di dollari. Quello del libro è un caso estremo e paradossale, ma ognuno di noi si può identificare nel professore del racconto. Come il protagonista di Tehranian, oguno di noi infatti viola copyright quando rispondendo a una email ne riproduce il messaggio originario; quando annoiato dalla riunione ridisegna le architetture del Guggenheim di Barcellona, quando a lezione distribuisce fotocopie di libri per un’esercitazione, quando fotografa un’opera d’arte e la pubblica sul web, quando canta Happy Birthday alla festa di compleanno di un amico, quando include nel suo filmato il poster dell’atrio del cinema dove si trova in compagnia, quando incorpora il codice di youtube di un serial televisivo nel suo blog e così via. Nessuno forse interverrebbe per arrestare il nostro trasgressore, la tutela del copyright è una questione di numeri e di danno economico potenziale, ma da questo esempio si capisce perchè molte delle ultime battaglie intorno a Internet si sono combattute intorno alla tutela del copyright.

Da una parte gli studios hollywoodiani e le major del disco che lamentano la perdita di importanti ricavi a causa della pirateria, dall’altra i carrier di telecomunicazioni e gli Internet service providers accusati di favorirla.
Da una parte associazioni discografiche e sindacati autori che vogliono il controllo su ogni file digitale, dall’altra i produttori di elettronica di consumo che hanno messo nelle mani di giovani e meno giovani dispositivi che funzionano come tipografie universali e sostituiscono set cinematografici e sale di registrazione.
Da una parte istituti di regolazione come la Wipo e la Wto, dall’altra le associazioni di difesa della privacy e della libertà d’espressione che ritengono inaccettabile violare la privacy degli utenti per perseguire presunte violazioni della proprietà intellettuale altrui.
In mezzo rimangono gli autori cui vengono spesso riconosciute solo le briciole del proprio lavoro e che per questo sono spesso in rotta con chi dovrebbe curarne gli interessi (le collecting societies come la SIAE), e infine gli utenti che hanno visto nell’irrigidimento del copyright un modo per limitare la propria libertà di creare e condividere opere digitali legalmente acquistate o di remixarle per produrne di nuove. Chi ha ragione?
Vero è che il copyright è diventato un campo di battaglia, ma è altrettanto certo che il copyright non è un diritto naturale e che probabilmente l’attuale legislazione a difesa del diritto d’autore è inadatta al nuovo contesto digitale. In aggiunta l’irrigidimento della tutela della proprietà intellettuale sembra preludere a un nuovo giro di vite sulla libertà di comunicare via Internet.
Questa impressione è forte a vedere le ultime proposte di legge americane ed europee per garantire il rispetto dei diritti morali e patrimoniali delle opere d’ingegno. Ma il DMCA, l’IPRED I e II, i Trips, le leggi Sopa, Pipa, Scotus ed il trattato Acta, hanno dimostrato a più riprese il loro carattere repressivo e destato una vasta opposizione che, nel caso dell’accordo anticontraffazione ACTA, si è tradotta addirittura in proteste diplomatiche, di piazza, di Parlamenti e associazioni.

Ma questo non vuol dire che sia lecito appropriarsi del lavoro altrui. L’affermarsi del diritto d’autore ha infatti reso chiaro a tutti che anche il “lavoro” intellettuale va riconosciuto e come tale vada pagato. A un prezzo giusto e al suo autore però, senza dimenticare che la sua stessa ragione d’esistenza, in quanto monopolio temporaneo dello sfruttamento di un’opera creativa, è concesso dagli stati per bilanciare gli opposti diritti dell’autore di continuare a produrre opere guadagnandoci, e della società che ne può beneficiare per crescere e migliorarsi. Esattamente il patto che è saltato tra autori e fruitori di opere creative.

Secondo Bruce Perens, uno dei padri dell’Open Source, “ Il copyright oggi non bilancia pù i diritti dei titolari e quelli della società Questo accade perchè sono stati solo questi ultimi a scriverne le leggi ed è diventato sempre più estremo.” “Inzialmente in America era di 28 anni e finiva 14 anni dopo la morte dell’autore o il suo mancato rinnovo.” A quel punto l’opera finiva nel pubblico dominio e diventava una proprietà pubblica e chiunque la poteva usare a piacimento. La sua durata oggi è stata prolungata a dismisura.” E nella stessa Europa il copyright dura 70 anni dopo la morte dell’autore. http://en.wikipedia.org/wiki/File:Copyright_term.svg
“I titolari di diritti ci vorrebbero far credere che la società ne beneficia solo se loro ci fanno i soldi sopra contribendo all’economia. Ma leggi come SOPA, che obbligano gli intermediari a diventare poliziotti del copyright renderebbe costosissimo far funzionare Internet e gli consentirebbe di chiudere interi siti per una presunta violazione di copyright di una paginetta, senza un adeguato processo. Io lo chiamo totalitarismo aziendale. E fate attenzione queste leggi inevitabilmente saranno estese all’Europa attravero la WIPO e il WTO, come è già successo con ACTA. La chiusura per protesta di Wikipedia è servita a svegliare la gente ma non ci possiamo fermare qui.”

Non è l’unico a pensarla così. Il motivo è che l’attuale copyright “Tutti i diritti riservati” è inadatto all’ambiente digitale. Si stima ad esempio che la maggior parte dei contenuti di Youtube e Facebook sia tutelato da diritti d’autore non riconosciuti. E però non sempre gli aventi diritto, i rightowners, chiudono un occhio e più spesso chiedono interventi drastici ai parlamenti come è accaduto con la Hadopi e la dottrina dei three strikes, la disconnesione forzata da Internet dei downloaders recidivi, pure sconfessata dalla Corte Costituzionale francese, che continua a suscitare malumori fra i netizen.
Dice Philippe Agrain della Quadrature du Net: “Il Copyright e il controllo esclusivo delle copie è profondamente inadatto all’ambiente digitale dove può esistere solo togliendo la possibilità a miliardi di persone la capacità basilare di copiare e scambiare dei files.” Tuttavia anche lui crede che il diritto degli autori di essere riconosciuti e remunerati è ancora pienamente valido, “solo che bisogna farlo finanziando attività creative che non richiedano il controllo su quello che fa il pubblico.”
Dopo il successo di iTunes e con i buoni introiti della musica online sembra ora che l’industria discografica, almeno quella, si stia dirigendo verso modelli di business compatibili con la fruizione digitale.

Negli anni sono state molte le proposte di modifica del copyright. Il maggior successo lo vanta l’iniziativa di Creative Commons avviata tra gli altri dal giurista conservatore Lawrence Lessig. Il suo scopo principale è di rimettere nelle mani degli autori il controllo delle opere per consentirne l’uso più ampio possibile senza mettere in discussione la possibilità di guadagnarci e di vedersene attribuita la paternità, un concetto sintetizzato nello slogan “Alcuni diritti riservati” e da un logo che include due “c” anziché una, dentro il consueto cerchietto che identifica il copyright tradizionale. Wikipedia, l’enciclopedia online fatta dagli utenti, tutela la propria opera magna in questo modo. I più importanti motori di ricerca permettono di filtrare nella ricerca avanzata le risorse da trovare indicando il tipo di licenza con cui le vogliamo e grandi magazzini di opere, come Flickr ad esempio, indicano chiaramente quando le opere sono di libero utilizzo.
Creative Commons ha contribuito a creare una cultura del “permesso d’autore” sulle opere aperte a nuovi usi e contaminazioni, ribaltando la logica del diritto d’autore inteso come qualcosa di esclusivo e da proteggere per sempre, anche quando le opere non sono più di interesse commerciale.
Eppure, aumentando l’importanza economica dei diritti di utilizzazione economica di informazioni, dati, conoscenze, opere dell’ingegno, e aumentando il numero di persone connesse a Internet e capaci di scambiarsi file commerciali con un colpo di clic, tutto questo non basta.

Secondo Agrain: “Dobbiamo accettare l’idea della coesistenza fra player commerciali e l’attività online di milioni di individui. Chiunque oggi può creare e scambiare opere creative destinate al pubblico. Non tutti però sono in grado di catturare l’attenzione necessaria a farlo. Quindi la vera chiave è l’individuazione, la segnalazione, l’accessibilità dei contenuti di potenziale interesse per gli utenti. La vera competizione si sposterà qui e beneficerà tutti. Ognuno avrà il suo ruolo, i numeri e l’intelligenza della moltitudine da un lato e la centralizzazione della conoscenza e l’abilità di brandizzare il prodotto da parte delle aziende.

È un italiano che prova a ricreare questo equilibrio. Il professore Marco Ricolfi ha proposto un nuovo tipo di copyright, il copyright 2.0. L’idea di base è semplice: tutte le opere devono stare nel pubblico dominio, tranne che gli autori, i titolari dei diritti, vogliano altrimenti. “Lo chiameremo Copyright 2.0”. “Potrà convivere con le vecchie formule di tutela e affiancarlo per rendere la società più giusta e piùlibera”.

“Il copyright di oggi è inadatto all’ambiente digitale secondo Perens perché le persone sono oggi in grado di “fare tante cose” su Internet, non solo video, testi e musica e di distribuirli globalmente. La nuova rivoluzione si chiama Open Hardware, oggetti fisici e dispositivi elettronici i cui progetti sono condivisi al pari dei diritti d’utilizzo come fosse Open Source software”. L’Italia è leader in questo campo con Arduino. Oggi c’è la nuova ondata delle stampanti tridimensionali, come Makerbot che possono produrre oggetti solidi oppure stampare documenti. “Ma queste cose sono viste come una minaccia dai governi. Una 3-D printer un giorno potrebbe fabbricare armi, e aghi ipodermici. I Governi andranno nel panico se non potranno controllarle. Ugualmente le industrie se non rimangono egemoni nel produrre certi tipi di contenuti e di tecnologie, useranno il copyright e altre leggi per mantenerne il controllo anche con pesanti azioni di lobbying.”

Tim O’Reilly, l’ideatore della felice definizione del “Web 2.0”, il web sociale, si è addirittura spinto a dire che chi scarica film e musica non è un pirata, mentre tutta l’industria dei contenuti è attraversata da fenomeni di pirateria.
Perens e Agrain la pensano allo stesso modo: “la pirateria è quando prendi qualcosa con la forza.”
Dice Agrain: “grazie al lavoro di Andrew Odlyzko e Felix Oberholzer-Gee, abbiamo un’idea abbastanza precisa del tipo di traffico generato dai diversi protocolli. Non è certo in quale proporzione questo traffico sia legittimo o meno. Rendere gli Isp corresponsabili di questo è sbagliato ma è la nuova strategia delle major che invece di denunciare gli utenti vogliono impedirgli di scambiarsi contenuti. In SOPA e ACTA, minacciare gli intermediari di sanzioni penali o renderli rsponsabili finanziariamente significa accettare un’idea di giustizia privata.”

Per questo entrambi sono d’accordo con Ricolfi, che è co-direttore di Nexa, il centro di ricerca su Internet & Società del Politecnico di Torino, secondo cui il Copyright tradizionale, cioè la protezione automatica con «tutti i diritti riservati» delle opere dell’ingegno non è più adatta alla società digitale.

“Sono abbastanza d’accordo con Ricolfi, ma la sua proposta non risolve il problema di riaffermare il diritto di condividere le opere. Per questo io difendo una ridefinizione della “first sale doctrine” mentre un Copyright 2.0 può valere per le opere derivate. Perens: “Non sarebbe male tornare al passato: tutto nel pubblico dominio finché non lo metti sotto copyright. Ma perchè aspettare? Suggerisco di usare la licenza Creative Commons CC BY .” . “Ci sono molti modi per fare soldi condividendo facilmente le proprie opere. Si possono usare due licenze , una basata sul libero scambio e la condivisione di contenuti e uno per chi preferisce pagare anziché condividere. Ho creato un sistema di questo tipo chiamato The Covenant, usato da LexisNexis HPCC Systems di Elsevier.” Peccato però che in Italia non si possa fare: se sei iscritto alla Siae le tue opere potranno solo essere distribuite col copyright tradizionale, la possibilità del dual licensing è esclusa.