Tutti contro l’Acta
L’accordo anticontraffazione per la difesa della proprietà intellettuale non convince neppure i governi. Manifestazioni in 200 città. Anche il presidente del Parlamento UE è contrario.
Arturo Di Corinto
per Articolo 21 del 14 febbraio 2012

L’Acta non decolla. Aumentano le proteste contro l’Accordo internazionale sulla proprietà intellettuale firmato il 26 gennaio da 40 paesi tra cui molti europei. Dopo i dubbi dell’ambasciatrice slovena a Tokio, le dimissioni del relatore francese per il commercio internazionale (INTA) Kader Arif, le riserve di Estonia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia, il rinvio della firma del trattato Anticontraffazione da parte della Germania mette in forse la sua applicazione all’intera Europa in virtù del ruolo di hub commerciale della locomotiva europa guidata dalla Merkel.
I motivi di queste riserve sono diversi, ma nelle decisioni sovrane di quei paesi questi sono i principali: il testo dell’accordo non è stato negoziato da tutti quelli invitati a firmarlo, le trattative si sono svolte in gran segreto, i Parlamenti non sono stati adeguatamente informati e lascia troppo spazio all’indeterminatezza della sua applicazione pur chiamando in correo soggetti specifici, gli Internet Service provider e le piattaforme di distribuzione dei contenuti come Google, quando si tratta di violazione della proprietà intellettuale sul web. Se non bastasse, propone una clausola relativa alla sua interpretazione e implementazione che non è andata giù a molte diplomazie, la creazione di un “Comitato ACTA” incaricato di rivederne norme e sanzioni e di rinegoziarlo in corsa dopo la sua firma da parte dei singoli aderenti.
L’accordo di anticontraffazione ACTA, è infatti un accordo multilaterale che, a dispetto del nome, si occupa di standardizzare e tutelare i diritti di proprietà intellettuale in tutte le sue forme, come definito dagli accordi Trips e Trips plus, cioè dal copyright al segreto industriale passando per i brevetti, ipotecando pesantamente la circolazione di idee e informazioni in Europa e all’estero fino a rappresentare un pericolo per i diritti civili e la stessa libertà di Internet.

Tutto questo a dispetto dei governi, troppo preoccupati forse di compiacere le lobby che hanno fortemente voluto il trattato, i quali non hanno capito ciò che le loro opinioni pubbliche hanno avuto chiaro da subito: ACTA è un enorme dispositivo censorio che fa carta straccia di diritti fondamentali come quello alla privacy, alla libera espressione e alla ricerca scientifica. Per questo molti sono scesi in piazza il giorno 11 febbario contestandone l’utilità. E infatti per chiudere il sito di file hosting MegaUpload e arrestare il suo padrino, Kim “dotcom” Schmitz, non c’è stato bisogno di questo trattato. Lo stesso vale per la guardia di finanza italiana quando accede alle centrali del crimine gestite della camorra per sequestrare l’enorme quantità di merce contraffatta – spesso nella compiacenza delle grandi firme “colpite” dal fenomeno – e pronta ad essere immessa nel mercato legale dell’abbigliamento o in quello illegale della musica “pirata”.

Da notare poi che l’accordo non è stato firmato proprio dai paesi dove la pirateria digitale, quella dei farmaci e degli alimenti ha ridotto il mercato legittimo e a pagamento di opere protette e prodotti a larga diffusione, e cioé la Russia, la Cina, il Brasile e il Sud Africa, i grandi antagonisti americani rispettivamente per la tutela delle opere digitali, dell’uso dei marchi e dei brevetti. Ma, a parte le questioni di merito e di metodo, e i forti interessi geopolitici, pro e contro il trattato, sembra che alla fine sia stata proprio la mobilitazione di questi giorni a determinare un’inversione di tendenza rispetto all’accordo. Molte migliaia di persone hanno manifestato contro di esso a Zagabria, Sofia, Vienna, Vilnius, Budapest, Bucarest e Praga, in maniera spontanea, e in alcuni casi a fianco del Partito Pirata, mentre in Francia molti hanno protestato rispondendo alla mobilitazione creata attraverso Facebook da La quadrature du net. In Germania si calcola siano scese in piazza circa 50 mila persone, ed è forse per questo che lo stesso presidente del Parlamento Europeo, Martin Shulz, in un’intervista, ha dichiarato che il trattato avrà vita breve se mantenuto nella sua forma attuale.