Sessanta minuti per rimuovere i contenuti terroristici sul web

Hacker’s Dictionary. I difensori della rete scrivono all’Europa: «il Regolamento contro il terrorismo online minaccia libertà d’espressione e innovazione avvantaggiando le grandi multinazionali»

di ARTURO DI CORINTO per Il Manifesto del 4 Aprile 2019

«La Legge sul terrorismo online danneggerà la libertà di Internet senza apportare alcun contributo significativo alla lotta contro il terrorismo». Questo è quello che sostiene un gruppo di pionieri, tecnologi e innovatori che hanno preso carta e penna e scritto ai deputati europei per esprimere la loro preoccupazione sulla bozza di Regolamento europeo per la prevenzione di contenuti terroristici online.

La lettera, del 2 aprile, è indirizzata in particolare all’europarlamentare Daniel Dalton relatore della proposta, che, secondo il Guardian, è stato oggetto di forti pressioni per farla votare.

Gli estensori del testo, è facile immaginarlo, non sono fiancheggiatori di Al Qaeda ma ingegneri, filantropi e difensori della privacy che hanno contribuito a creare e supportare la rete come la conosciamo.

Vinton Cerf, il papà dei protocolli di Internet, Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia, Brewster Kahle dell’Internet Archive, Cindy Cohn della Electronic Frontier Foundation e vari altri.

Nella lettera aperta sostengono che fermare i terroristi è un obiettivo condiviso e che la rete può aiutarci a farlo, ma che i legislatori devono perseguire tale obbiettivo applicando leggi basate sulle prove: leggi proporzionate, giustificate dal contesto e coerenti con gli scopi che si prefiggono.

Al contrario, secondo loro, la legge antiterrorismo in discussione restringerà i diritti fondamentali degli utenti europei di Internet senza contribuire efficacemente alla lotta contro il terrore.

Sono quattro i punti della proposta che individuano come critici, a partire dalla definizione di contenuto terroristico: «un’informazione che incita, difende, istiga atti terroristici; promuove le attività dei gruppi di terroristi; istruisce su metodi o tecniche utili a commettere atti di terrorismo».

Una definizione poco chiara, troppo ampia che non esplicita alcuna esenzione per contenuti di carattere educativo, giornalistico o di ricerca creando così le condizioni per la rimozione di fatti importanti per la pubblica opinione e la libertà d’espressione.

La legge si applica a tutti i servizi di hosting compresi quello che non hanno rilevanza per la comunicazione terroristica, ad esempio i piccoli service provider.

I tempi da Speedy Gonzales. L’obbligo di rimuovere entro 60 minuti i contenuti illeciti porterebbe a rimuovere facilmente quelli leciti e si tradurrebbe in un fardello eccessivo per micro, piccole e medie compagnie. Al contrario favorirebbe grandemente le multinazionali che hanno già adottato sistemi di moderazione altamente sofisticati.

Uploading filters. La bozza di regolamento inoltre insiste, come quella sul copyright, sulle famigerate «misure proattive», ovvero sui filtri, considerati «La» soluzione per la moderazione dei contenuti offrendo alle agenzie governative un ruolo nella loro progettazione e applicazione. Ma, dicono gli estensori della lettera, questi filtri comportano problemi sia da un punto di vista tecnico che economico. Ancora una volta solo le grandi piattaforme potranno permetterseli.

Soprattutto, mettere un filtro al caricamento dei contenuti online rischia di impedire la pubblicazione di notizie di interesse pubblico come inchieste giornalistiche sugli attentati e informazioni da zone di guerra.

Secondo Cerf e gli altri con questa legge ad essere danneggiati saranno sia la libertà d’espressione online che la possibilità di innovare, perciò invitano i legislatori a individuare al suo interno criteri di proporzionalità in grado di tutelare i diritti dei cittadini, per il bene di Internet e degli europei.