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Giro di vite sulla rete
per Peace Reporter di Maggio
Arturo Di Corinto

Negli ultimi mesi stiamo assistendo in Italia ad una preoccupante enfasi normativa intorno ai territori del digitale. Con la scusa di “proteggere i più deboli”, i “più giovani”, o i “legittimi interessi” dei detentori di copyright, si fa passare il messaggio che Internet è un luogo pericoloso e da evitare.
L’onorevole Gabriella Carlucci vuole abolire l’anonimato su Internet. Un suo collega, Luca Barbareschi, vuole trasformare gli Internet provider in sceriffi della rete per fargli controllare i contenuti che attraverso le reti transitano. Altre proposte di legge vorrebbero attribuire responsabilità editoriale ai blog amatoriali impedendo di fatto la libera espressione del pensiero. Infine, il senatore Gianpiero D’Alia con un emendamento al pacchetto sicurezza vorrebbe far chiudere ogni sito, ogni forum, ogni blog, persino Youtube e Facebook, qualora si trovasse ad ospitare frasi diffamatorie o calunniose o oscene.
Il sottotesto di queste proposte è che chi usa Internet è un irresponsabile che va “protetto”da se stesso. Un approccio questo che stride fortemente con una delle caratteristiche più spiccate della società dell’informazione: il sapere comunicativo diffuso che giovani e meno giovani mettono in scena attraverso la produzione di siti web, blog, giornali elettronici, filmati e musica amatoriali.
Se c’è un lato oscuro della società dell’informazione e che investe una quantità crescente di persone è piuttosto data da un divario culturale che rende i più giovani vulnerabili a una grammatica culturale che li vuole fruitori passivi di informazioni e consumatori di merci immateriali.
Molti giovani vivono, è vero, a stretto contatto con le tecnologie di comunicazione personale, come i computer e i telefonini, che da semplici strumenti sono diventati vere e proprie protesi elettroniche, ma senza padroneggiarli e piuttosto subendoli, immersi come sono in una cultura mediatica che ha una pervasività senza precedenti.
Grandi consumatori di cultura visuale, videogame, cartoons, film, pubblicità, showroom, internet e tv, sono spesso semplici utilizzatori di una tecnologia che si fa veicolo di un immaginario preconfezionato e prodotto altrove, che induce scelte e sollecita stili di vita, che modella i loro bisogni senza appagarli, anzi frustrandoli per potersi perpetuare attraverso il ciclo del desiderio.
La battaglia allora è altroce, tra tecnologie passive, monodirezionali e gerarchiche, e tecnologie interattive, multimediali, orizzontali, grazie alla quali ciascuno può essere contemporaneamente fruitore e produttore di contenuti.
Si tratta perciò di individuare gli strumenti giusti per rovesciare la grammatica culturale che decide l’ordine del discorso e quindi definisce i principi di inclusione ed esclusione sociale stabilendo chi ha diritto di parola e chi no. Chiudere i siti che ospitano contenuti scomodi, sorvegliare i comportamenti degli utenti o impedire ai blogger di esprimersi in totale libertà non è la soluzione.