chefuturo_logo

Lasciate stare gli hacker. Antenati di maker e startupper, sono loro i veri eroi della rivoluzione digitale

Ecco come la cultura hands on dell’hacking e l’etica calvinista della cooperazione ci hanno dato la quarta rivoluzione industriale

Oggi si parla tanto di startup, makers e Internet e ci si scorda il contributo che a questi fenomeni hanno dato gli hacker di tutto il mondo. Un contributo di idee e di strumenti, tanto che possiamo dire che la stessa cultura di Internet è coeva alla cultura dell’hacking, come pure che i makers sono solo un altro nome che diamo agli hacker perché fa più fico.

Steven Levy  è stato il primo a riscostruire una storia sistematica dell’hacking e dei suo protagonisti, gli hacker, tratteggiandone le virtù (Hackers: Heroes of the Computer Revolution, 1984).

Hacker, ci racconta Levy, è chi, nel mondo dell’informatica preferisce l’autorevolezza all’autorità, la competenza alle gerarchie, la creatività ai compiti ripetitivi, ma soprattutto chi crede che l’accesso all’informazione e ai computer siano un valore da diffondere e difendere.

Secondo Eric Raymond, autore di La Cattedrale e il Bazar (1997), coautore con Bruce Perens della Open Source DefinitionC’è una comunità, una cultura comune, di programmatori esperti e di maghi delle reti che affonda le radici della sua storia decenni addietro, ai tempi dei primi minicomputer e dei primi esperimenti su ARPAnet. I membri di questa cultura stanno all’origine del termine ‘hacker’. Gli hacker hanno costruito internet. Gli hacker hanno reso il sistema operativo UNIX quello che è oggi. Gli hacker mandano avanti Usenet. Gli hacker hanno fatto funzionare il World Wide Web. Se fai parte di questa cultura, se hai contribuito ad essa e altre persone della medesima ti conoscono e ti chiamano hacker, allora sei un hacker.

Altri hanno interpreato diversamente la figura dell’hacker e anche se hanno avuto più fortuna di altri nel descriverla non è detto che ce ne abbiano restituito la forma complessiva.

Pekka Himanen nel suo L’etica hacker e lo spirito della società dell’informazione (2001), ad esempio ha enfatizzato l’etica calvinista degli hacker, ma probabilmente non ha fatto i conti con le varianti etnografiche e culturali di soggetti che sono più esplicitamente orientati al conflitto e che mettono la propria arte al servizio di una causa comune: la liberazione dell’informazione.

hacker

A queste figure mitiche e sfuggenti molti teorici hanno guardato con imteresse e con la difficoltà di coglierne l’essenza, elaborando definizioni che non trovano mai nessuno veramente d’accordo.

Eppure tutti sono convinti che abbia influenzato profondamente lo spirito del nostro tempo.

La “classe hacker” – efficacemente descritta dall’australiano McKenzie Wark nel suo Un manifesto Hacker (2005)  – non esiste, ma la cultura hacker certamente sì. E con altrettanta certezza possiamo dire che ha modellato profondamente la nostra società.

Storicamente la cultura hacker è emersa in rapporto all’uso creativo delle macchine informatiche e le sue origini possono essere rintracciate nei dormitori del Massachussets Insititute of Technology a cavallo degli anni sessanta, quando un gruppo di scavezzacollo che si divertiva a giocare con i trenini elettrici decise che era più divertente farlo coi computer e coniò il termine hacker, per indicare quelli che con un “hack”, una furbata, facevano funzionare meglio software, relais e telefoni.

Da allora la cultura hacker si è espressa come un orientamento a vivere giocosamente il rapporto con macchine, fili elettrici e computer.

La parola hacker, nome con cui in gergo vengono chiamati anche chiamati tagliaboschi, zappatori, e giornalisti da strapazzo, viene dall’inglese “to hack” che soprattutto nelle forme composte “significa tagliare a pezzi, intagliare, spezzare, sfrondare, aprirsi un varco”, che è esattamente quello che i primi hacker facevano: improvvisare soluzioni creative per rendere più veloci ed efficienti i compiti svolti dai computer, sfrondando righe di codice e aprendosi un varco verso la soluzione più veloce, non quella tecnicamente perfetta, ma quella più efficace in un dato contesto.

L’attitudine hacker si è concentrata nella creazione di hardware e software semplici, usabili, economici e versatili, per facilitare la creazione di reti di macchine e di persone.

Motivati dalla sfida intellettuale, dalla passione per la ricerca, dal riconoscimento all’interno della comunità e con l’ambizione di realizzare qualcosa di utile per sé e per gli altri, in quasi mezzo secolo gli hacker ci hanno consegnato strumenti potenti per fare meglio e più velocemente quello che ogni tappa della rivoluzione tecnologica ci offriva.

Infatti la cultura hacker ha creato i protocolli su cui ancora viaggia Internet, i sistemi operativi su cui ancora si basano i supercomputer, il software libero, le reti peer to peer e gli strumenti di cooperazione come i blog e i wiki, ed ha cambiato il nostro modo di rapportarci al mondo del sapere, dell’informazione e della tecnologia.

Gli hacker e la cultura dell’innovazione

Ma se appare ovvio il portato di questa cultura in tutte le attività umane che utilizzano i computer, strumenti ubiqui e pervasivi ormai insostituibili, diventati negli anni macchine generatrici di senso e di ambienti di vita, è meno ovvio individuare come i tratti ricorrenti e le caratteristiche peculiari dell’attitudine hacker si inverano oggi nella cosiddetta società della conoscenza e dell’informazione.

Se definiamo l’innovazione come la possibilità di fare quello che ieri era impossibile o impensabile (Granelli, Formenti), e se la condivisione di conoscenze è il motore primo dell’innovazione, capiamo come la cultura hacker e le storie degli hacker hanno strettamente a che fare con essa. In maniera diretta, perché molti hacker sono diventati imprenditori dell’innovazione tecnologica. Steve Jobs e Richard Stallman sono considerati universalmente eroi della rivoluzione informatica, ma bisogna pensare che senza il Napster di Shawn Fanning oggi forse non esisterebbe iTunes; che senza lo Skype di Niklas Zennstrom, useremmo interfacce impossibili per telefonare via Internet invece di Signal; e che senza lo Slashdot di Rob Malda vivremmo un’era pre-blog.

Ma la cultura hacker si rapporta con la conoscenza e l’innovazione in maniera più sottile.

  1. Molti hacker, spesso sconosciuti, dedicano la propria vita a innovare idee, pratiche, strumenti, applicando il proprio metodo – il free-style nella programmazione, il cut-up e il pensiero laterale- a domini noti in maniera innovativa e non sempre ortodossa. È stato il caso di Jerome Rota e Max Morice che con un’operazione di reverse engineering hanno dato al mondo il famoso codec DivX. Oppure il caso di DVD John che ha dato una spinta impensata all’industria della sicurezza violando il codice di protezione CSS dei dischi Dvd.
  2. La produzione di beni materiali adotta sempre più di frequente il metodo dell’apertura e del decentramento come approccio principale del proprio modo di operare, l’etica hacker del lavoro, della cooperazione competitiva e della condivisione, l’orizzonte della comunicazione globale e senza limiti, è ormai tutt’uno con i modelli di produzione prevalenti dell’industria immateriale.
  3. Nei contesti knowledge intensive dove le gerarchie rappresentano un freno alla produzione di idee, dove la cooperazione e il virtuosismo tecnico sono la precondizione per superare routine burocratiche e il decentramento è l’unico modo di lavorare in parallelo su progetti complessi, è evidente come tutta la società sia debitrice dello stile hacker di lavorare.

Quello hacker negli anni si è rivelato un atteggiamento che ha progressivamente reso obsoleta l’organizzazione piramidale aziendale, ponendosi in continua osmosi con l’esterno, fino a delineare forme d’impresa a rete, secondo modelli operativi che incentivano i dipendenti a lavorare fuori dall’impresa, senza distinzione fra tempo di lavoro e tempo libero.

La cultura hacker è diventata una metafora organizzativa dell’industria moderna intesa come sistema connesso, aperto e decentrato.

Ma, anche se non ce ne accorgiamo più, l’influenza di questa cultura sta soprattutto nel metodo applicato alla risoluzione dei problemi, un metodo basato sul libero scambio di informazioni, la libera condivisione di idee e risultati, il libero utilizzo del patrimonio di conoscenze comuni. Vedi la storia di Aaron Swartz e di Science-hub.

Un metodo che, unito all’enorme fiducia degli hacker nella libertà di ricerca, di cooperazione, di competizione, si configura come una concezione “post-calvinista” del lavoro e del mercato.
Per questo sarebbe difficile pensare l’innovazione oggi senza la passione per la condivisione tipica della Republica della Scienza (Karl Polanyi), da loro immaginata.

Ma l’attitudine al fare, il rispetto verso il sapere fare e il sapere implicito, la cultura dell’hands-on sono i precedenti formali e sostanziali della cultura delle startup e dei maker.

Da una parte perché molti di loro hanno cominciato a costruirsi in casa gli strumenti informatici, assemblando schede e periferiche, scrivendo codice (vedi la lettera agli hobbisti indirizzata a Bill Gates), dall’altra perché dai garage degli homebrewers sono nate grazie a piccoli finanziamenti e poi a capitali di rischio le più grandi aziende informatiche del mondo come startup oppure acquisite dai grandi colossi delle telecomunicazioni. Insomma, in una parola, la cultura delle startup e dei maker deve tutto agli hacker e alla loro cultura.

Ma, se possiamo dire che l’hacker è diventato il prototipo del knowledge worker dell’economia informazionale, c’è un aspetto della sua cultura che non è ancora stato assimilato, ed è il rapporto che essa intrattiene con la proprietà.

Gli hacker considerano da sempre la proprietà intellettuale un ostacolo al dispiegarsi delle potenzialità della cooperazione sociale basata sulle macchine, e questo è il motivo della loro profonda avversione nei confronti dei recinti che impediscono l’accesso agli Information Commons, i beni comuni della conoscenza.

Anche per questo gli appartenenti alle comunità hacker, riconosciuti come hacker dai loro pari, se la ridono alla grossa quando qualcuno prova a definirli come white, gray, o black hat hacker, un metodo di categorizzazione di tipo criminologico dove la gradazione del colore passa dal buono al cattivo.

L’unica distinzione che veramente gli interessa è quella con i cracker, cioè con chi viola codici e sistemi informatici protetti per procurare un vantaggio unicamente a se stessi.

ARTURO DI CORINTO

Bibliografia ragionata