Arturo Di Corinto
Aprile, la rivista (Ottobre)
http://www.aprile.org

“Moltitudini” è un termine che non piace a molti, soprattutto a chi intende il protagonismo delle folle solo all’interno dei binari dell’organizzazione sindacale e dei partiti, siano essi “leggeri” o di massa.
“Moltitudini digitali” è però il nome che meglio evoca il carattere spontaneo, decentrato e non gerarchico, dell’attività dei gruppi che hanno fatto irruzione sulla scena politica durante le contestazioni di Seattle facendo un uso alternativo dei mezzi di comunicazione basati sul digitale: telecamere e reti di computer.

Queste moltitudini digitali il mese scorso si sono incontrate al festival Next Five Minutes di Amsterdam (www.n5m.org), per confrontare le esperienze che in questi anni hanno caratterizzato l’azione dei movimenti antiliberisti, dall’informazione sui pericoli degli Ogm alle iniziative di autorganizzazione negli slums sudafricani contro la privatizzazione di acqua e luce, dalle proteste contro le politiche monetarie del FMI in Argentina a quelle verso la società panottica in Europa, dalla critica alla concentrazione dei media alla costruzione di reti wireless per l’Internet senza fili nelle campagne indiane e sudamericane. Iniziative che hanno come denominatore comune l’obiettivo di realizzare una comunicazione indipendente e dal basso, condizione essenziale per la costruzione di una società civile globale.
Ma l’ostacolo maggiore con cui si confronta oggi la società civile è proprio l’impossibilità di una comunicazione plurale e distribuita. Una questione che spazia dalla disponibilita’ dell’etere che i movimenti rivendicano in quanto bene pubblico (communication commons), fino alla concentrazione dei media e dei monopoli informatici. Oligopoli che letti attentamente rivelano interessi e relazioni innominabili fra lobby politiche, economiche e istituzionali, come dimostrano le cartografie del potere dei francesi del Bureau d’Etudes. http://utangente.free.fr

Il tema del Next Five Minutes, quello dei media tattici, perciò è un tema trasversale a ogni dibattito sul “mondo che vogliamo” poiche’ riguarda l’attitudine dei movimenti a reinterpretare le tecnologie di comunicazione affinchè “il pubblico” non sia più fruitore passivo di informazioni ma attivo produttore di azioni e di significati.
La questione della proprieta’ dei media e la riduzione della sfera pubblica causata dall’occupazione dell’etere a fini commerciali e di propaganda politica obbliga infatti un ripensamento complessivo delle pratiche comunicative dei movimenti e della sinistra tutta.
E questo soprattutto dopo che la war on terrorism ha comportato una riduzione ulteriore della libertà di movimento e di informazione, sia attraverso leggi repressive come il Patriot Act, (legge che il Congresso Usa applica anche ad altre nazioni sovrane), sia attraverso la schedatura di massa dei cittadini fatta dalle polizie europee mediante la condivisione di database elettronici a dispetto delle leggi nazionali sulla privacy.
Ma anche la guerra di propaganda che attraversa gli schermi televisivi in tempo di pace e il ruolo dei giornalisti embedded nei territori di guerra ripropongono con forza sia la questione dell’etica della comunicazione e dell’imparzialita’del servizio pubblico radiotelevisivo sia la necessita’ di creare reti di comunicazione alternative che siano strumento di informazione democratica e plurale al servizio dei cittadini.
La concentrazione di stampa, radio e televisioni esemplificata nel conflitto di interessi del presidente del consiglio italiano ha pero’ prodotto degli anticorpi. Progetti di comunicazione indipendente come le telestreet hanno avuto il merito di porre all’attenzione di tutti il problema di “come trasformare il mezzo televisivo da strumento di costruzione del consenso a piazza virtuale fatta dai cittadini per i cittadini”. Una lezione che forse hanno appreso anche i partiti della sinistra istituzionale che oggi progettano di avere propri canali televisivi, che si spera, siano aperti ai movimenti e ai cittadini, evitando l’errore di trasformarli in organi di partito che non potrebbero certo competere con i mezzi del partito-azienda di Silvio Berlusconi. www.telestreet.it