ARTURO DI CORINTO
per Il Manifesto del 25-Settembre-2003

Annuncio della Microsoft: da ottobre chiuse tutte le «chat room» gratuite in Europa, Asia e America Latina. Rimarranno aperte solo quelle a pagamento in Usa, Canada, Giappone

L’era dell’Internet gratis, libera e anarchica è finita? È finito il sogno di una comunicazione democratica e globale? Sono troppi i segnali che vanno in questa direzione. Mentre Bill Gates è in viaggio in Africa, i suoi amministratori decidono di chiudere le chat room – cioè i canali di comunicazione in tempo reale via internet – ospitate all’interno del servizio Microsoft network. L’oscuramento, come annunciato dai vertici della casa di Redmond, ma di cui Gates dichiara essere ignaro, dovrebbe partire il 14 ottobre e coinvolgerà 34 nazioni in Europa, Asia, America Latina. In altri paesi, Usa, Giappone, Canada e Brasile si potrà continuare ad accedere agli stessi servizi solo dietro pagamento e previa identificazione degli utilizzatori mediante fatturazioni e carte di credito. La decisione di Microsoft cade all’indomani di un fatto di cronaca che ha visto protagonista una quattordicenne «abusata» da un adulto che aveva conosciuto in chat. Da qui la dichiarazione di Gillian Kent portavoce di Microsoft che alla Cnn ha detto: «il 99% delle chat room viene utilizzato in modo appropriato. Solo un piccolo numero di persone abusa di questo servizio ma è un abuso veramente serio». Perciò nonostante i numeri non siano dalla parte di Microsoft, il motivo di questo giro di vite sarebbe l’uso inappropriato dei canali di chat. Secondo la società di Bill Gates sarebbero usati per veicolare immagini pornografiche, virus, e raccogliere gli indirizzi email a fine di spamming (la posta non richiesta), omettendo di dire che tramite essi si gioca a scacchi, si scambiano ricette di cucina e si preparano relazioni di lavoro. Il motivo per altri riguarda la vulnerabilità delle chat room usate anche per diffondere virus informatici col logo di Microsoft. E’ sempre di ieri la divulgazione di un studio che attribuisce all’eccessiva complessità dei sistemi Microsoft la vulnerabilità delle reti che su essi si basano, come ha dichiarato Daniel Geer, uno degli estensori di questo rapporto sulla sicurezza informatica.

In Italia Don Fortunato di Noto, sacerdote noto alle cronache per le sue crociate antipedofilia, è stato il primo a congratularsi per la chiusura: «È certamente una decisione radicale per estirpare alla radice l’uso scorretto del mezzo Internet. Non dimentichiamo però che anche il crimine online si evolve e già sono in atto nuove strategie di divulgazione di materiale pedopornografico». Un plauso su cui non concordano le associazioni per la difesa dei diritti civili su Internet. Secondo il portavoce della «Electronic Frontier Foundation» la chiusura «aumenterà il digital divide e contribuirà a costruire delle comunità recintate dove solo chi si può permettere di pagare potrà discutere liberamente».

Se la decisione di Microsoft appare sproporzionata rispetto alla necessaria tutela dei più giovani che, prima di essere educati all’uso della rete avrebbero piuttosto bisogno di essere meglio seguiti da genitori e insegnanti, appare in linea con l’obiettivo di far fruttare economicamente la voglia di incontrarsi e fare amicizia su internet. Un mercato che vale miliardi di euro perche «almeno il 10% dei 12,9 milioni di utenti internet ha chattato almeno una volta», dice Angelo Falchetti, amministratore di Dada, storico internet provider italiano.

Ma la scelta è in linea con una filosofia della tolleranza zero che mira a tutelare gli interessi materiali delle grandi corporations che sovente chiedono e ottengono leggi su misura sempre più severe con la scusa di difendere i principi dello stato etico.

Parimenti gravi sono la miope pretesa di rendere brevettabile il software, fra cui il metodo del one-clik shopping da parte di Amazon; l’inasprimento delle leggi sul copyright e l’accanimento repressivo verso le reti peer to peer (reti gratuite per lo scambio di file). Gli accordi fra Microsoft e alcuni governi (anche quello italiano) per l’adozione di software di difficile valutazione in quanto a efficienza e sicurezza; il lavoro di molti lobbisti per impedire l’adozione di software libero nella pubblica amministrazione e nelle scuole; l’indisponibilità di aziende e di capitali a sostenere lo sviluppo di nuove piattaforme e strumenti per la sicurezza e il trading online dopo la bolla speculativa generata dalla gestione allegra delle dot.com; gestori di registri di dominio come l’americana «Verisign» che reindirizzano gli utenti verso siti arbitrariamente scelti quando si sbaglia a scriverne il nome; la sorveglianza elettronica del Fbi sul traffico internet con software come Carnivore «motivato» dall’allarme terrorismo; infine la necessità di contrastare la piaga della pedofilia online con ogni mezzo, anche a discapito della privacy, tutte mettono in serio pericolo lo struttura e lo sviluppo della rete così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi.

La decisione di brevettare il software, ad esempio, avrà l’effetto di rendere meno competitivo il mercato informatico europeo rispetto a quello statunitense – che grazie a Ibm e Microsoft detiene la stragrande maggioranza dei brevetti legati ai new media – e avrà anche l’effetto di ridurre il potenziale di innovazione garantito dalla ricerca pubblica su cui i ministri economici avevano detto di volersi misurare con efficacia. Insieme alla famigerata Direttiva europea sul copyright, la Eucd, rafforzata dalla Intellectual Property Enforcement Directive (Iped), la decisione promette infatti di fare altrettanti danni del Digital Millenium Copyright Act, la legge Usa divenuta strumento di censura della libertà di ricerca ed espressione. L’Iped aggrava gli effetti della violazione della «proprietà intellettuale» sottoponendogli discipline giuridiche molto diverse fra loro, come il copyright, i brevetti, i marchi, i nomi a dominio Internet. L’effetto dal punto di vista sociale e penale, è di ridurre drasticamente le libertà civili dei cittadini europei, come denuncia la campagna (Code, Coalition for an Open Digital Environment) che ha mobilitato molti parlamentari europei (www.softwarelibero.it).

Se questo è il quadro, è chiaro che è in atto una nuova guerra fra Usa e Ue per il dominio commerciale della rete e del digitale che trova fedeli alleati deputati di sinistra come la laburista Mcarthy, relatrice della proposta sui brevetti, dimostrando che, ancora una volta, la Gb è il migliore supporter del cugino americano.