I recenti movimenti sociali hanno utilizzato il World wide web per organizzare la loro azione. Questo è accaduto perché su Internet era dominante una cultura del libero accesso e della condivisione della conoscenza. Dopo il crollo delle borse e la dottrina della guerra preventiva, l’era della rete gratis è finita. «La situazione potrebbe però cambiare se avviene l’incontro tra i contadini e i lavoratori della conoscenza». Un’intervista con il ricercatore e mediattivista Geert Lovink
ARTURO DI CORINTO
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/19-Settembre-2003/art78.html

Uno degli appuntamenti attesi del festival internazionale dei media tattici, il Next Five Minutes (N5M4), che si è tenuto recentemente ad Amsterdam è stato la presentazione del nuovo libro di Geert Lovink My first recession. Critical Internet Culture in Transition (V2_Nai Publishers, Rotterdam). Con questo saggio Lovink, attivista e teorico dei media, fondatore della lista Nettime è alla sua terza pubblicazione sul tema delle cyberculture, dopo Dark Fiber (Luca Sossella editore) e Uncanny Networks (Mit Press). Animatore di molti happening, iniziative e incontri che hanno avuto come oggetto le tecnologia della comunicazione, dal famoso Galactic hacker party nel 1989 all’esperienza della «Città Digitale» di Amsterdam, Geeret Lovink è stato anche l’ispiratore di tutte e tre edizioni del «Next five minutes». In questo ultimo libro, il giovane ricercatore e mediattivista olandese ripercorre le trasformazioni delle net-culture attraverso l’analisi di alcuni case studies, estrapolati da una vasta ricerca su mailing lists e weblogs. Uno studio che ha quindi l’ambizione di fare «una storia critica del presente della rete», dalla diffusione di massa di Internet alla «dotcom-mania» fino al crollo del Nasdaq. Centrale nella sua analisi è inoltre una metodologia d’indagine definita da lui stesso net-criticism, che si propone anche di identificare il diverire delle pratiche culturali nate in rete e disvelare i contesti socio-culturali sottostanti lo sviluppo tecnologico i cui artefatti vanno interpretati anche come «prodotti culturali».

Oggetto del volume sono perciò le culture critiche della rete che emergono in un ambiente segnato da quella che lo stesso Lovink non ha avuto difficoltà a chiamare «economia del dono», cioè iniziative no-profit, cooperazione, reciprocità negli scambi informativi. Per l’autore, le culture critiche, per definizione cosmopolite, sono sempre all’incrocio tra arti visive, azione collettiva dei movimenti sociali, giornalismo, ricerca accademica e si manifestano preferibilmente in mailing lists, chatrooms, festival e dibattiti pubblici con l’obiettivo di favorire la disseminazione sociale delle tecnologie. Per Lovink, però, le culture critiche della rete devono essere sempre «riflesssive» per contrastare il folklore che spesso accompagna Internet e per non cadere nell’autoreferenzialità, un fattore che ostacolerebbe la loro crescita e la loro evoluzione in quanto «software sociale» della rete. Abbiamo incontrato Geert Lovink proprio durante il Next 5 Minutes.

Il «Next 5 minutes» è un evento che negli anni ha condotto ad Amsterdam artisti, attivisti, hacker provenienti da tutto il mondo grazie anche ai finanziamenti che il festival ha ottenuto dal governo. In Italia i mediattivisti o gli hacker hanno sempre evitato ogni rapporto con l’establishment e organizzano solo eventi autofinanziati, come ad esempio gli hackmeeting. Ci spieghi il rapporto di Next Five Minutes con la cultura e le istituzioni dominanti?

«Next five minutes» è una specie di art-festival, o almeno questa è la definizione tattica che abbiamo usato per essere qui e farci finanziare. Ed è un appuntamento che è in sintonia con la storia di Amsterdam, dove la produzione artistica e la sua diffusione svolgono un ruolo importante nella vita cittadina, Inoltre, la sperimentazione dei cosiddetti «nuovi media» coinvolge da sempre molte persone. Certo, con il passare degli anni è cambiato il contesto sociale, culturale, economico non solo a livello cittadino, ma anche mondiale. Questo non significa però che sia venuta mento l’attenzione attorno alle tematiche inerenti il loro uso. In passato, ci siamo battuti per l’accesso alle tecnologie, e quindi eravamo concentrati sui computer networks, le radio pirata, le televisioni tattiche, i canali di accesso pubblico. Oggi questi strumenti sono potenzialmente a disposizione di tutti grazie ad Internet e all’evoluzione della tecnologia e del mercato. E tuttavia rimane la necessità di confrontarsi sull’uso, sulla portata e sull’efficacia di questi strumenti.

Sette, dieci anni fa la pirateria era la strada da percorrere. Volevamo rompere la cappa delle cultura dominante e allo stesso tempo creare una una consapevolezza sulle potenzialità di libertà di comunicazione e sui rischi di limitazione della libertà di comunicare che la diffusione di alcune tenologie poteva rappresentare. Ora, invece, molte delle pratiche illegali che noi consideravano dirompenti nei confronti dell’ordine costituito sono considerate «normali». Io non sono né un pirata né un legalitario. Ho semmai un atteggiamento «tattico», anche nei confronti delle istituzioni. Se non hai accesso all’etere puoi usare Internet per lo streaming video (la diffusione di immagini). Altrove invece può essere utile creare delle tv pirata anche se hai Internet a disposizione, come in Italia stanno sperimentando alcuni gruppi di mediattivisti. È questa l’essenza dei tactical media: adattare i mezzi disponibili al contesto in cui ti muovi.

Ma ques’anno il festival è piuttosto diverso dalle precedenti edizioni…

Questa edizione del Next 5 minutes viene dopo la guerra del Kosovo, dopo la dottrina della guerra preventiva e i milioni di persone in piazza contro l’aggressione all’Iraq. Ma viene anche dopo Indymedia, cioè dopo un grande cambiamento intervenuto nell’idea stessa dei media tattici. Forse si tratta di una edizione più modesta. Non c’è però più bisogno di fare grandi dichiarazioni di principio. Le cose accadono da sole. Piuttosto è necessario capire quale direzione esse prendono e cosa viene dopo. Ad esempio il dibattito sulle moltitudini e i media tattici è stato importante perché qui ad Amsterdam non c’è una forte tradizione di discussione politico-filosofica. Ne abbiamo un’altra, legata ai temi dell’antiproibizionismo, dell’hacking, della televisione e dei new media. Ma proprio questi sono i fattori che hanno reso il Next 5 Minutes il luogo adatto per parlare delle moltitudini digitali. I media tattici sono parte costitutiva delle moltitudini digitali. Senza i media tattici forse non ci sarebbero le moltitudini che abbiamo visto a Seattle e a Genova.

Però i media tattici si confrontano con un contesto difficile. Appena i movimenti sociali hanno trovato nelle tecnologie di comunicazione uno strumento organizzativo e di informazione efficace, nuove leggi hanno cominciato a minacciare il loro libero utilizzo. Penso al Patriot Act e alle norme che paragonano l’attivismo su Internet al terrorismo…

Il Patriot act è un problema, ma ci sono precisi limiti anche nell’azione dei mediattivisti. Limiti politici e intellettuali perché non sempre riescono, riusciamo a capire il funzionamento del mercato o le dinamiche del potere. A ciò si aggiunge anche il nodo delle interazioni che uomini e donne hanno con la tecnologia. Sono dunque meno preoccupato delle leggi che non della scarsa sensibiltà culturale e politica attorno ai nuovi media. Ritengo che sciogliere il nodo delle differenze sia fondamentale nell’azione dei mediattivisti. Se vuoi creare una società civile globale diventa infatti importante il rapporto fra il locale e il globale. Questo significa affrontare il problema del multilinguismo, del multiculturalismo e delle differenze sessuali. Allo stesso tempo, è necessario riflettere sull’adattabilità delle tecnologie, consapevoli che quello che funziona per noi forse non è utile per i contadini indiani o africani.

La cooperazione internazionale e la contaminazione fra le culture mediatiche, fra hacker e attivisti, militanti e la cosiddetta «gente comune» è la chiave di questa sfida. È una grande sfida quella di costruire relazioni di reciprocità fra differenti culture. E’ quindi importante andare oltre il paradigma dello sviluppo, oltre il modello della solidarietà «compassionevole», e arrivare a una reale collaborazione. Questo si fa solo mettendo in discussione il «culturicentrismo» che spesso ha caratterizzato la nostra azione.

Prima la diffusione di massa del computer, poi l’euforia per l’economia dot.com, infine il suo crollo. Internet è finita?

No, non è finita, basta guardare al successo dell’Internet wireless, il collegamento cioè alla rete utilizzando l’etere, dei blogs, o del sofware libero. Il punto è un altro. Che territorio è questo in cui ci muoviamo? È chiaro che oggi l’Internet va incontro a un processo di commodification. Non è più quella cosa nuova che ci esaltava. La retorica della rivolta contro l’establishment è finita, come pure l’idea di Internet come cornucopia. La discussione sul collasso delle dot.com e i fantasmi del cyberterrorismo hanno rimpiazzato la discussione sulle cyberculture. I vecchi strumenti sembrano obsoleti. Oggi l’email deve competere con gli sms, i telefoni cellulari, i videogiochi. Lo spamming (la diffusione di messaggi pubblicitari attraverso la posta elettronica, n.d.r) e altri fattori ne riducono l’efficacia connettiva. Questo ha provocato l’esplosione dei weblog, cioè le pagine Internet che sono continuamente aggiornate e commettate da chi le legge. Ma anche lì puoi trovare un sacco di spazzatura.

Dopo il crollo dell’economia dot-com, non ci sono più molti «capitali di ventura» che rischiano e finanziano idee innovative. Oggi semmai le risorse sono limitate e vanno bilanciate, altrimenti anche l’avvento della banda larga è solo retorica. Per quanto riguarda le esperienze no-profit o di mediattivismo io credo nei micropagamenti. È una forma di responsabilizzazione e di finanziamento per chi produce contenuti o vuole sviluppare da sé la propria tecnologia.

Poi non è detto che questi micropagamenti debbano avvenire in denaro. Possiamo pensare ad altre forme di scambio, qualcosa di simile a ciò che accadeva con le prime bacheche elettrinche, le Bbs (Boullettin board system): «scarichi un file, ne spedisci un altro». A mio modo di vedere il lavoro volontario e la cessione gratuita di linee di codice e contenuti deve essere una libera scelta ma non l’unica opzione.

E’ sicuramente amaro affermarlo, ma è importante che cresca la consapevolezza che è finita l’era dell’Internet gratis. Per quanto mi riguarda, bisogna capire come farla vivere fuori dal controllo dei grandi capitali.

La soluzione è la «GPL society» di cui parli nel libro?

La Gpl society allude a un tipo di società basato sui principi della licenza Gpl della Free Software Foundation, ed è una metafora per comportamenti sociali dove la cooperazione e la solidarietà, il rispetto per il lavoro altrui, il senso di comunità, l’uso collettivo della conoscenza, sono le fondamenta di una società diversa. L’idea centrale è che il software libero, i principi che attengono alla sua produzione ediffusione, possa contribuire a creare una diversa economia. La gpl society non può però svilupparsi nei paesi capitalisti perchè è un concetto post-capitalista. È una reazione alla società dove ogni comportamento, ogni attitudine, ogni conoscenza, viene monetizzata e messa sul mercato. Però se i contadini indiani e i «lavoratori della conoscenza» hanno in comune la sfida contro la precarietà e l’appropriazione privata della conoscenza, cioè dei loro mezzi di sussistenza, lo scenario si fa interessante.

Hai sempre sostenuto che la nozione di conflitto è sempre importante per comprendere le pratiche culturali e sociali che si sono sviluppate su Internet. Che cosa intendi con questo?

Su Internet il metodo del consenso è sempre stato determinante nel determinare il suo sviluppo. Pensa a cosa è accaduto ad esempio nella definizione delle regole tecniche di funzionamento. Ora mi sembra prevalere una logica di controllo che dà vita a forti conflitti. La rete si sta trasformando da un sistema aperto a un ambiente dominato dal sospetto. Inoltre è sempre più uno strumento di information warfare, di guerra sulle informazione, perché in rete si confrontano e confliggono tra loro interessi assai diversi, da quelli delle imprese a quelli dei governi a quelli della società civile.

Ma anche in una comunità dominata dalla ricerca del consenso il conflitto è il modo di sviluppare una democrazia interna, perchè altrimenti le relazioni informali di potere e la volontarismo diventano meccanismi penalizzanti. La soluzione è sviluppare un’organizzazione su più livelli che consenta e favorisca il passaggio da un livello all’altro senza lasciare quello precedente. Questa per me è un’«attitudine tattica». Se non puoi risolvere il problema del professionismo, dei finaziamenti o delle infiltrazioni è necessario inventarsi qualcosa di nuovo. Se non puoi risolvere un problema di comunicazione, devi inventarti un nuovo strumento che funziona in base a regole diverse. Ad esempio gli strumenti per la moderazione e la «selezione collaborativa» sono assai importanti per ridurre gli usi impropri delle liste di discussione o dei weblogs. E questo vale anche per indymedia che è una delle comunità virtuali più estese.

Il nodo italiano di Indymedia sta infatti pensando di attribuire ai messaggi un punteggio di gradimento. Così diventerebbe più facile selezionare la notizia da leggere nel «newswire», cioè il luogo dove si possono inviare informazioni liberamente senza nessun filtro, per evitare la «spazzatura». Che ne pensi?

Un altro sistema è quello di stimolare l’open editing al posto dell’open publishing. Si tratta di creare un meccanismo fortemente collaborativo per invitare la gente a fornire contributi ragionati sapendo che possono diventare gli articoli, le cosiddette features, principali dell’informazione di Indymedia.

Il mio sogno è quello che si dovrebbe pagare per partecipare a un sistema di open publishing arriverebbe gente più interessata. Ma è anche vero che in qualsiasi posto c’è rumore e ci dobbiamo convivere. Se accetti l’idea della democrazia e dell’open publishing ne accetti tutti i rischi. Il confronto è importante e va salvaguardato, ma se un disturbatore mette a rischio il tuo canale di comunicazione va sbattuto fuori.