Chiusa l’ultima edizione di «Next5minutes», l’incontro internazionale
sui «media tattici». Una pacata riflessione sulla necessità di ripensare
la sfera pubblica e di disegnare la geografia del potere globale dopo
Seattle e l’11 settembre
ARTURO DI CORINTO
MARCO DESERIIS,
IL MANIFESTO del 16 Settembre 2003

Quando l’assemblea generale dell’incontro internazionale di Next5Minutes
si chiude, la sensazione è che i «media tattici» siano in mezzo al
guado. Next5minutes è da sempre un happening dove l’innovazione
tecnologica è stato il punto di partenza per un’analisi della società e
delle possibilità per i movimenti sociali di utilizzare gli artefatti
tecnologici a favore di una trasformazione dello statu quo. Ma se nelle
passate edizioni l’incontro aveva raccolto l’entusiamo creato dalla
rete, in quanto medium «aperto» e facile da usare, quest’anno la
riflessione tra passato e presente sull’incisività e il raggio d’azione
delle tattiche di appropriazione sociale dei media l’ha fatta da
padrone. Per definizione i «media tattici» sono strumenti perennemente
in crisi, perché continuamente adattati al mutare del contesto in cui si
collocano. Oggi sono doppiamente in crisi perché utilizzati sia a scopo
commerciale che da un movimento globale eterogeneo, il quale a sua volta
ha necessità di adattare continuamente la sua azione a causa della
continua accelerazione che le dinamiche politiche e economiche globali
hanno avuto grazie anche alla pervasività delle tecnologie della
comunicazione.

Rispetto alla passata edizione, del marzo 1999, il festival si è dunque
confrontato con gli effetti del movimento di Seattle e il mutato
contesto internazionale dopo l’attacco delle Torri gemelle (in primo
luogo, le guerre in Afghanistan e in Iraq). Da qui il continuo invito
emerso in tutte le sessioni plenarie e nei tantissimi workshop a un
ritorno al «reale» a discapito della sperimentazione sui contenitori e
le tecnologie. O meglio, queste ultime sembrano manifestarsi nelle
mobilitazioni globali per favorire la diffusione delle informazioni.

Non a caso, uno dei piatti forti del «festival» è stato l’esperimento
delle tv di strada (le telestreet), raccontato nel Laboratorio Italia
dai mediattivisti di Orfeo Tv, Candida, Urban Tv, No War Tv, New Global
Vision. Se le prime raggiungono il proprio pubblico sfruttando i coni
d’ombra delle frequenze televisive, l’ultimo è lo strumento di
distribuzione online delle produzioni locali (www.ngvision.org).
Esperienze che si confrontano comunque con il problema della scarsità di
risorse finanziarie e della inaccessibilità delle frequenze televisive
blindate dalle legislazioni locali.

Temi, questi, ripresi indirettamente da Pit Schultz – uno dei fondatori
della mailing list Nettime – a proposito dello streaming, cioè della
trasmissione in rete di contenuti audio-visivi. Partendo dalla sua
esperienza, l’attivista berlinese ha spiegato come di fronte alla
crescita del «bacino di utenza» di uno streaming corrisponda un aumento
del consumo di banda passante e dei costi di trasmissione. «L’etere – ha
affermato Pit Schultz – diventa quindi il vero campo di battaglia per
raggiungere l’utente finale». Dello stesso avviso Arun Metha, presidente
della Society for Telecommunications Empowerment (Stem), impegnata nella
diffusione di tecnologie a basso costo nelle aree più povere dell’India,
che ha presentato un progetto per la costruzione di una radio
comunitaria in un villaggio indiano. La radio, ha raccontato Arun Metha,
si serve di una potenza di trasmissione talmente bassa da non richiedere
autorizzazioni. Ed è forse a causa di questo motivo, ha aggiunto
l’attivista indiano, che il progetto di radio comunitarie è stato
ostacolato dal governo indiano. Un esempio che mette in evidenza una
questione traversale ai workshop dedicati all’accesso ai canali di
comunicazione: l’assenza di una legislazione che riconosca il diritto
all’utilizzo pubblico e non esclusivo dell’etere. Per questo, secondo
Metha, «la creazione di communication commons diventa un’urgenza non più
rinviable».

Dello stesso avviso è Eric Kluitenberg, uno degli organizzatori del
festival: «L’idea stessa di commons si riferisce a una risorsa, a un
territorio comune, a comuni mezzi di produzione, conoscenze o
informazioni condivise all’interno di una comunità più o meno
circoscritta. Questo spazio pubblico è definito e costruito attraverso
l’uso ed è il prodotto di pratiche sociali concrete (come il
linguaggio), e si evolve nel tempo».

Su questa lunghezza d’onda si muove il progetto di trasmissione minifm
(indirizzo internet: minifm.thing.net) presentato dal neozelandese Adam
Hyde, che da un anno sta costruendo una rete di microtrasmettitori e
ricevitori a Manhattan, allo scopo di diffondere un uso molecolare e
decentrato delle frequenze. Nella seconda casistica rientra invece la
nave di Women on the Waves, un’organizzazione che sfrutta lo spazio
«neutro» delle acque internazionali per consentire alle donne di
abortire nei paesi in cui la legge non lo consente.

Se sfruttare gli spazi interstiziali fa parte del codice genetico dei
media tattici, il Next5Minutes si è soffermato anche sulla Cartografia
tattica, la visualizzazione dei diagrammi del potere al servizio del
pubblico. Titolo di una sessione plenaria che ha visto la presentazione
delle tecniche di «mappatura» della convergenza tra potere economico,
militare, politico e mediatico. Brian Holmes, collaboratore della
rivista «Multitudes» e del «Bureau des Etudes», ha spiegato come la
priorità di questo lavoro sia di «creare un nuovo modo di leggere un
potere che rimane al momento ampiamente invisibile», ma che si muove con
grande rapidità e facilità attraverso i confini nazionali.

Disegnare la geografia di un potere che rimane opaco grazie alle reti di
telecomunicazione è il compito dell’ultima «mappa» sviluppata dal
«Bureau des Etudes» (Info-space, Info-war. Governing by Networks)
presentata in occasione del festival. La mappa suddivide il potere in
varie sfere e le distribuisce su un piano sincronico collegandole tra
loro attraverso una fitta rete di «links». I diversi tipi di potere sono
identificati da loghi o ideogrammi, mentre dal fitto reticolo dei gruppi
di interesse affiorano singole personalità a dimostrazione che, ha
affermato Holmes, la «tecno-struttura anonima nasconde in realtà persone
e famiglie in carne ed ossa». Tuttavia, secondo l’americano Ted Byfield,
«le mappe in questione sono in realtà dei diagrammi. Poichè questi
poteri non poggiano su un territorio geografico e andrebbero articolate
dunque come processi e non disposte secondo uno schema simmetrico e
sinottico, che proietta un’immagine olistica del governo del mondo»

Per superare questi limiti, il Bureau sta lavorando a un generatore di
mappe online, basato su tecnologie open source, che permetterà ai
navigatori di accedere al database da cui sono costruiti i diagrammi e
di proporre aggiornamenti e modificazioni
(www.université-tangente.fr.st). Open source sono anche gli strumenti
presentati all’interno del festival nella Tactical media tool builders
fair , una fiera di hardware, software e ambienti cooperativi pensati
per lo sviluppo dei media tattici. Dagli strumenti per la narrazione di
storie condivise del «Mongrel Project», ai tools per creare o intasare
le reti wireless, fino al weblog Discordia.us che consente ai
partecipanti di pubblicare, moderare e editare messaggi propri e altrui.

Alla fiera si sono affiancati workshop e performance contro i cibi
geneticamente modificati da parte del collettivo viennese State of
Sabotage e contro le tecnologie di sorveglianza del team di NoEscape che
ha distribuito un kit contenente la mappatura delle telecamere nel
centro di amsterdam e un cd-rom per Windows, Macintosh e Gnu/Linux con
software per la crittografia e la navigazione anonima del web e la
protezione della privacy (wwww.camjam.org).

Ultima annotazione: l’incontro ha visto un calo di partecipanti e, al
tempo stesso, una crescita della partecipazione. Un paradosso che
riflette il cortocircuito defintivo tra spettatori e attori, ma anche
una minore contaminazione con la ricerca estetica sui nuovi media e le
tecniche di interferenza culturale, la cosiddetta culture jamming. Come
se il moltiplicarsi dei conflitti riduca anche lo spazio della
simulazione, lasciando ai media tattici il difficile compito di
articolare e interconnettere le «moltitudini digitali». Ma questo è,
infondo, uno dei temi centrali del dibattito sulla libertà di
informazione e di comunicazione, oggetto, tra le altre cose, della
dichiarazione di intenti che prelude la mobilitazione verso il World
Summit on Information Society (Wsis) del dicembre prossimo a Ginevra
(www.geneva03.org).