Arturo Di Corinto,
Aprileonline.info – 17 settembre 2007
Alla fine è arrivata. La sentenza con cui il giudice Bo Vesterdorf ha respinto il ricorso della Microsoft, condannata nel 2004 per abuso di posizione dominante nel mercato europeo del software, mette fine a dieci anni di controversie legali: Microsoft deve pagare 497 milioni di euro di multa. E stabilisce un precedente importante in Europa affermando la competenza dell’Antitrust a regolare un mercato, quello dell’hi-tech e delle telecomunicazioni, che per l’elevato grado di innovazione, tende a stare sempre un passo avanti alla politica e alla legge.

E questo si evince a chiare lettere dalla dichiarazione del giudice Vesterdorf che nella sentenza dice “la Commissione non sbagliò nel comminare la multa e nel definire il suo ammontare”, e che quindi, rimanendo una situazione di abuso di posizione dominante nel mercato, Microsoft dovrà pagare la multa per non aver rispettato le misure all’epoca stabilite dall’organismo presieduto prima da Mario Monti e poi da Neelie Kroes.

Per una società che ha grande liquidità come la Microsoft la multa non è certo un problema, anzi la casa di Redmond aveva già depositato nel 2004 la somma per pagarla e che era stata congelata dopo il ricorso. A più riprese aveva anche dichiarato di essere pronta a ottemperare alle richiese dell’Antitrust ma, opponendovi sempre l’esigenza di tutelare la proprietà intellettuale dell’azienda, aveva di fatto sempre evitato di fornire dati e informazioni ai concorrenti con una melina esasperante.

Il caso era cominciato nel 1998 in seguito alla denuncia della Sun Microsystems contro la Microsoft che si rifiutava di rivelare i suoi protocolli di rete, cioè i codici informatici necessari ai competitori per “dialogare” con i prodotti Microsoft. Ma al fascicolo aperto da Monti si erano via via aggiunte altre lamentele, come quella di Real Networks che denunciava la vendita di Windows Media Player insieme a ogni nuova versione del sistema operativo Windows, il più diffuso sul mercato casalingo proprio perché venduto insieme a ogni nuovo pc, di fatto rendendo inutile per l’utente medio valutare prodotti concorrenti, e magari migliori, per eseguire musica e immagini.
Per questo le misure adottate dall’Antritrust prevedevano l’unbundling di Windows Media Player nel mercato europeo e la divulgazione dei codici per l’interoperabilità dei server di fascia bassa (per workgroup e stampanti). Sono questi ora i passaggi successivi per rendere effettiva la sentenza.

Come sempre quando si tratta del gigante di Redmond non mancano le polemiche. Mentre c’è chi esulta, come i sostenitori del software libero, GNU/Linux e similari, per i quali Microsoft non può considerarsi al di sopra della legge, c’è chi teme che essa scoraggi gli investimenti in innovazione e tecnologia da parte delle aziende e prevede il fosco scenario di perdita di posti di lavoro in un’Europa che non tutela il libero mercato, dimenticando forse che i mercati tendono naturalmente al monopolio.
Per Thomas Vinje, legale del Comitato Europeo per l’interoperabilità dei sistemi informatici – che include concorrenti di MS come l’IBM: “La Corte ha parlato. La Commissione Europea era nel giusto”. Lo stesso ha dichiarato Neelie Kroes, attuale commissario antitrust: “La decisione finalmente dà libertà di scelta ai consumatori”.
Tuttavia i sostenitori della libertà d’impresa farebbero bene a non considerare questa una sentenza definitiva dal punto di vista delle dinamiche sociali e di mercato e non solo perché Brad Smith, rappresentante Microsoft nel caso europeo, ha lasciato intendere che l’azienda di Redmond potrebbe appellarsi alla Corte di Giustizia nei prossimi 80 giorni.

Innanzitutto perché Microsoft e i suoi prodotti, sono considerati sinonimo di computer e di informatica per l’utente medio e se i suoi competitori non saranno in grado di fare offerte convenienti ai consumatori non si capisce perché essi dovrebbero rinunciare a quel Windows Media Player che è uno standard di fatto per l’esecuzione di film e musica avendo già un market share del 50% in Europa. Oppure, se si pensa che la sentenza sia risolutiva per finalmente favorire il software libero si deve considerare che Microsoft condivide molti brevetti e relativo copyright su rilevanti porzioni di questi software con uno dei più grandi distributori commerciali di sistemi open source, la Novell, la stessa azienda che oggi fornisce la Camera dei Deputati.

Inoltre, chi pensa che questa decisione possa aprire la strada a simili contenziosi in altri paesi, deve considerare che negli Usa una recente legge, fortemente caldeggiata da Microsoft, ha stabilito che il proprietario di un’invenzione non è l’autore ma colui che prima ne registra il brevetto e questo nei paesi dove il software è brevettabile non permetterebbe di avere una sentenza di questo tipo: il brevetto è legalmente un monopolio non soggetto a concorrenza.

Per rendere esemplare la sentenza europea bisognerebbe piuttosto considerare un’altra strategia: intanto monitorare il rispetto della stessa, richiesta negata però dalla Corte, quindi evitare di rendere brevettabile il software, come a più riprese tentato in sede di Commisione Europea, e infine mettere sotto scrutinio le aziende che grazie all’ingombrante Microsoft finora hanno fatto la parte dei buoni. Bisognerebbe scrutinare Google, Cisco e IBM, e verificare se anche nel loro caso non ci sia abuso di posizione dominante nel campo dei motori di ricerca, dei router che instradano le richieste via Internet e nell’informatica da ufficio, come quella ricchissima dei software custom per le pubbliche amministrazioni che raramente riescono a parlarsi fra di loro e spesso non “dialogano” neppure con le versioni precedenti, obbligando la PA a rinnovare inutilmente e con grande dispendio di risorse parco macchine e software.