Intervista. Cortiana (Verdi): ”Ci vuole una politica pubblica per una conoscenza condivisa. Il Governo non faccia come Ponzio Pilato”

Arturo Di Corinto
www.aprileonline.info 190 del 02/02/2005

Non si è ancora spenta l’eco dello ”sgarbo” istituzionale che ha visto la delegazione polacca ottenere il rinvio di ogni decisione sulla brevettabilità del software che la Cna (Confederazione nazionale dell’Artigianato e della Piccola media impresa) felsinea e la Banca di Bologna siglano un accordo che garantisce migliori condizioni di credito alle imprese che devono investire in ricerca, innovazione, brevetti (che però costeranno di più per la stangata da 1,1 miliardi su bolli e concessioni governative). La motivazione è apparentemente quella di sostenere le industrie del comparto tessile e trova molti consensi fra chi vuole proteggere il ”made in italy” delle borse e delle scarpette dalla duplicazione abusiva di marchi e italian design. Invece, un settore in cui i brevetti non mettono d’accordo nessuno è quello dell’industria del software artigianale che secondo gli esperti ha potuto svilupparsi proprio grazie all’impossibilità di racchiudere le idee e gli algoritmi del linguaggio digitale nella gabbia brevettuale impedendo ai grandi players del settore di inibire la ricerca delle piccole softwarehouse. Il dibattito comunque continua. Ne parliamo con il senatore dei Verdi Fiorello Cortiana che proprio ieri ha ospitato al Senato una conferenza stampa per presentare l’iniziativa di Creative Commons ”Scarichiamoli”, una proposta per rendere di pubblico dominio e non brevettabile tutto ciò che sia finanziato con soldi pubblici, software compreso.

Senatore, ma perchè è così importante la questione della brevettabilità della conoscenza?
La questione della brevettabilità della conoscenza è emblematica della attuale situazione planetaria. Come per la guerra in Iraq gli interessi per il controllo geopolitico di una delle principali riserve energetiche, rivela tutta la debolezza e l’inadeguatezza dell’ONU come sede istituzionale per la rappresentanza e la composizione dei conflitti, così nell’ambito del digitale gli indirizzi normativi sono la proiezione funzionale delle multinazionali del software. Proprio una sede ibrida ed istituzionalmente impropria come il Wto (World Trade Orgaization) definisce tramite gli accordi TRIPS (Trade Related Intellectual Property Rights) il peripetro normativo e regolamentare che i singoli stati devono/dovrebbero recepire nelle loro legislazioni. Sostanzialmente il cartello delle multinazionali dell’informatica decide, con il controllo dell’alfabeto e della grammatica digitale, del futuro espressivo e cognitivo delle attuali e future generazioni.
Se riconosciamo che questo nuovo secolo e questo millennio segnano l’inizio dell’era digitale come modalità di relazione sociale e di produzione cognitiva, abbiamo la consapevolezza che tutte le implicazioni relative e derivate hanno a che vedere con gli interessi generali della società tutta.

E’ per questo che ritiene importante il ruolo dello Stato e delle istituzioni europee?
La politica pubblica è tale quando si riferisce ad interessi generali. Che lo faccia con efficacia, rispondendo ad una opnione pubblica avvertita o, piuttosto, con l’efficenza della simulazione, è un’altra questione. L’Europa è il terreno politico, sociale e giuridico dove è in atto lo scontro tra interessi particolari potenti e prepotenti, sui cui equilibri si definisce la norma ed il principio liberale che definisce la norma e le regole in riferimento ad interessi generali e gli attori agiscono poi di conseguenza. Per questo abbiamo assistito, e stiamo assistendo, ad una contraddittorietà di proposte ed alla contrapposizione di risposte senza possibilità di dialogo e di conciliazione. Così la Commissione Europea
propone una Direttiva che il Parlamento, sollecitato da milioni di mail, emenda fino a stravolgerla e il Consiglio dei Ministri (dell’agricoltura e pesca!?) disattendendo il Parlamento e la sua funzione definita nel Trattato costituzionale, prova a riproporre, se possibile peggiorata e senza discussione.

Ma alcuni paesi come la Polonia si sono opposti
È significativo che paesi che hanno scelto con/nell’Unione Europea la via della democrazia parlamentare abbiano ripetutamente rifiutato questo autismo politico. La Polonia si è distinta per la determinazione consapevole e tenace, che nell’ultimo Consiglio ha coinvolto anche l’Ungheria, la Lettonia e l’Olanda, facendo rinviare ancora la votazione della direttiva. Rispetto a tutto ciò è sconcerante la posizione di astensione del Governo italiano che, se un anno fa significava comunque contrarietà politica oggi assume un significato pilatesco.

Cosa avete intenzione di fare?
Ora in presenza della richiesta del Gruppo Verde alla Commissione Giuridica di azzerare il procedimento e di ripartire dal Parlamento, si vedranno i nuovi sviluppi. È difficile ipotizzare gli esiti dello scontro e i vincitori, risulta però evidente che passo dopo passo i Parlamenti nazionali, le Autonomie Locali, le piccole e medie imprese, le accademie ed i navigatori/utilizzatori della rete stanno sviluppando una consapevolezza ed una capacità di azione inedite che si configurano come potenzialmente costitutive di un blocco sociale dell’innovazione qualitativa.
Noi verdi da tempo pensiamo che questa soggettività di/in rete debba dettare l’agenda e non limitarsi a reagire. Sia nell’ambito del Social Forum Europeo di Parigi, che nel Congesso costitutivo del Partito Verde Europeo di Roma, abbiamo proposto di utilizzare la possibilità che 2/3 dei parlamentari europei possano approvare una proposta di direttiva che la Commissione è tenuta ad istruire. È una proposta che stiamo mettendo a punto e che proporremo ai milioni di cittadini europei in rete di sostenere via mail presso il Parlamento Europeo.

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