Mercoledî 26 Gennaio 2005
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Arturo Di Corinto

[…]Torniamo al software. Nel pomeriggio di lunedì si sono rincorse voci confuse circa le decisioni dei ministri Ue sulla questione della brevettabilità del software. Le ultime notizie dicono che c’è stato l’ennesimo rinvio. Ci spieghi a cosa sono dovuti questi continui rinvii?
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La questione della brevettabilità del software, e quindi delle idee che si concretizzano in procedure e algoritmi matematici, è un argomento rilevante di dibattito per il fatto che si trova al crocevia di interessi diversi che vedono piccole imprese opporsi a quelle grandi e le organizzazioni della società civile scontrarsi coi governi.
Non solo perché il software è alla base di ogni forma di comunicazione avanzata e di tutta l’industria tecnologica, della produzione immateriale ma perchè riguarda il futuro dei consumi, della ricerca e quindi il destino delle economie locali, ma anche il tipo di società che vogliamo costruire: solidale o darwiniana. Infatti il tema della brevettabilità delle conoscenze incorporate in processi e prodotti non riguarda solo il software ma anche il vivente e le conoscenze collegate al “sistema operativo della società”, cioè ai metodi di cura, di istruzione, commerciali, industriali. Dopo il rinvio di lunedì scorso che ha aperto nuove possibilità per rivedere la pessima proposta di brevettare le idee conteute nel linguaggio software abbiamo chiesto a Monica Frassoni, capogruppo dei Verdi al Parlamento Europeo di darci la sua opinione.

Ci spieghi cosa sono i Trips e perché è importante che la società civile e la politica se ne occupino in maniera costante e responsabile?

Trips è l’acronimo di Trade Related Intellectual Property Rights, ossia diritti di proprietà intellettuale legati al commercio, malauguratamente entrati a far parte degli accordi del WTO all’epoca del lancio del cosiddetto “Uruguay Round”, su forte pressione, anzi sarebbe meglio dire ricatto, degli Stati Uniti e delle multinazionali che puntavano a questo risultato. Da più parti oramai si contesta quella scelta sciagurata, poiché la proprietà intellettuale non è un “diritto naturale”, bensì un privilegio legalmente riconosciuto per premiare ed ncentivare le invenzioni. Essa ha un senso quindi nella misura in cui si riconosce
all’autore dell’invenzione un compenso per l’attività di ricerca svolta, ma una volta che questa è stata ampiamente ripagata, non ha senso continuare a far pagare, virtualmente in eterno, costi ormai coperti agli utenti finali e ad altri che potrebbero apportare delle migliorie all’invenzione. Le invenzioni, soprattutto in ambiti come la medicina, il software o altre tecnologie della comunicazione, devono essere considerate un bene pubblico e rese accessibili a tutti. E’ fondamentale quindi che la società civile e le forze politiche che vedono nelle invenzioni un bene di tutti prestino sempre la massima attenzione a ciò che si muove in questo ambito, mobilitandosi quando occorre.

Torniamo al software. Nel pomeriggio di lunedì si sono rincorse voci confuse circa le decisioni dei ministri Ue sulla questione della brevettabilità del software. Le ultime notizie dicono che c’è stato l’ennesimo rinvio. Ci spieghi a cosa sono dovuti questi continui rinvii?

Lunedì pomeriggio il Consiglio dei Ministri per l’Agricoltura, su pressione della Polonia, ha rinviato per l’ennesima volta l’adozione dell’accordo sulla brevettabilità del software. Ciò significa che ora la parola torna al Parlamento europeo o attraverso quella che si chiama una seconda lettura del provvedimento originariamente proposto dal Consiglio oppure attraverso il riavvio dell’intera procedura. Nel primo caso si arriverebbe ad un voto nel giro di tre quattro mesi e ci vorrebbe una maggioranza del 70% per respingere la proposta del Consiglio. Nel secondo caso invece avremmo più tempo a nostra disposizione e potremmo intervenire in modo molto più incisivo sulla proposta di direttiva.

In tutta questa vicenda chi è chi ci guadagna e chi ci perde? E’ possibile ipotizzare come andrà a finire? O meglio, chi vincerà?

I rinvii del Consiglio sono dovuti al fatto che spesso i documenti portati in discussione sono il frutto di riunioni preparatorie cui prendono parte solo figure di tipo tecnico, inviate dalle amministrazioni degli Stati membri e spesso molto favorevoli all’idea di brevettare il software. Quando però i documenti giungono sul tavolo dei governi, la questione assume un taglio molto più politico e ci si accorge che la brevettabilità del software non è affatto un’idea così indolore come i tecnici più entusiasti fanno credere. I rallentamenti ed i rinvii sono proprio dovuti al fatto che c’è molta opposizione alla proposta di direttiva. Al momento i perdenti sono le multinazionali del software, mentre a guadagnarci sono gli utenti e le piccole e medie imprese che progettano software. Quando il pubblico viene a conoscenza dei contenuti della proposta di direttiva e si apre un dibattito anche sui media, come in questo caso, allora gli oppositori non possono che guadagnarci, perché è relativamente facile dimostrare l’insensatezza dell’idea di brevettare il software.

I verdi sono da sempre in prima fila sulle questioni che abbiamo discusso. Cosa avete intenzione di fare per il futuro? Ci sono vostre inziative in programma?

Già lo scorso ottobre abbiamo ospitato qui al gruppo Verdi/ALE al Parlamento europeo un seminario in cui esperti europei ed americani hanno potuto confrontarsi sui pericoli insiti nel modello statunitense di brevettabilità del software e prevediamo di ripetere questo tipo di iniziative anche in futuro. Naturalmente continueremo a batterci perché non si arrivi mai alla brevettabilità del software e perché, più in generale, per ciò che riguarda la circolazione di idee e la comunicazione nel mondo dell’IT e dell’elettronica ci sia la massima libertà possibile.