Un gruppo di hacker contesta la pretesa di ”Sco” di impadronirsi di Linux

Arturo Di Corinto
Il manifesto – AprileOnLine.Info 14/10/2004.

Il 6 marzo 2003 la Santa Cruz Operations (Sco) cita in giudizio IBM per violazione delle norme contrattuali nell’utilizzo del “suo” codice proprietario nel kernel Linux nella convinzione che Linux sia un derivato di quello Unix, di cui l’azienda, attraverso un gioco di scatole cinesi, rivendica i diritti.

La comunità del software libero insorge e Ibm reagisce negando di aver violato alcun segreto commerciale. Sco rilancia annunciando la fine della vendita di Linux essendo un “derivato non autorizzato di Unix’’ e afferma che il suo utilizzo “improprio” potrebbe costare caro anche agli utenti finali. A questo punto gli utenti di Linux si autodenunciano ma Eben Moglen, legale della Free Software Foundation, interviene spiegando che mai e poi mai un utente finale di Linux potrebbe essere più responsabile di chi legge un libro fotocopiato senza autorizzazione.
Da allora si sussegue una fitta girandola di avvenimenti. Le parti in causa cominciano la guerra dei comunicati e, quando dopo ripetute pressioni, Sco arriva a pubblicare la lista dei file che sarebbero codice di sua proprietà viene smentita proprio da Torvalds (il “padre’’ di Linux) che afferma di aver scritto personalmente i files. La saga però continua, come pure i colpi di scena, quando grazie a un’inchiesta di Eric Raymnond si scopre che Sco ha ricevuto 50 milioni di dollari da una società di capitali di rischio controllata da Microsoft, la Baystar, per continuare la battaglia legale contro Ibm. Invitata dai giudici a mostrare i documenti che proverebbero la frode di Ibm, Sco Group si rivela inadempiente. Il 3 marzo 2004 viene diffuso il documento Halloween X: follow the money che ricostruisce il percorso di 68,5 milioni di dollari trasferiti da Microsoft a Sco a titolo di finanziamento per le spese legali.
La discesa in campo di Microsoft, interessata a contrastare lo sviluppo e l’utilizzo del sistema operativo che rischia di scippargli un monopolio duramente conquistato, non è l’ultimo motivo per cui il gruppo Nmi (Non Maskable Interrupt) ha deciso di pubblicare in Italia nei tipi di Stampa Alternativa il libro “NoSCOcopyright. Il caso Sco contro Linux” (pp 150, € 10) in cui viene ricostruita tutta la vicenda, una “storia esemplare delle distorsioni in tema di ‘proprietà intellettuale’ che le grandi multinazionali vanno operando ai danni degli stessi consumatori loro clienti’’ e ‘’per denunciare uno dei più clamorosi casi di malaffare informatico degli ultimi dieci anni’’. (www.nmi-club.org)
Il libro è un’opera meritoria – di controinformazione si sarebbe detto un tempo – fatta con professionlità e dovizia di particolari a favore di tutta la comuità e degli amanti del software libero, perché ricostruisce passo passo la vera storia di Linux a discapito delle fantasiose pretese di Sco, a cominciare dai natali e dalle evoluzioni di un grande sistema operativo, lo Unix, che ha appena compiuto i 35 anni di vita, e che venne scelto come base di servizio per la primitiva Internet (Arpanet), ma anche perché dimostra come per ragioni politiche ed economiche le lobby finanziarie abbiano sempre cercato di influenzare lo sviluppo degli standard di comunicazione nell’informatica e nelle telecomunicazioni.
Il libro poi è anche una storia esemplare di come una comunità, quella del software libero, che, pur numerosa, non ha mai avuto i mezzi né di Gates né della finanza mormone – fra i protagonisti della vicenda – sia riuscita a tenere testa agli squali della finanza che hanno cercato di snaturare una delle più interessanti avventure intellettuali del secolo appena concluso: non Linux, ma la costruzione della sua comunità.